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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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Diario
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30 gennaio 2009

Se questo non è antisemitismo...

... che cos'è?

Hanno cominciato con le svastiche e il rogo di bandiere, sono passati al boicottaggio dei prodotti israeliani e subito dopo a quello dei negozi i cui proprietari sono ebrei. In Francia hanno già diverse volte aggredito dei ragazzi (e in un caso l'hanno anche rapito e ammazzato, Ilan Halimi). Ora vietano agli ebrei l'iscrizione a scuola. E, dall'altra parte vengono rivalutati i negazionisti, i battesimi forzati, i silenzi e le complicità con il nazismo...

Il prossimo passo quale sarà: la stella gialla sul cappotto e il ghetto?

30 gennaio 2009

La storia che si ripete all'infinito

Questa è una lettera scritta poco più di due anni fa

 Ciao a tutti,

Quello che c'e' scritto in questa email, probabilmente molti di voi lo sanno gia', ma a volte una rinfrescata fa bene. Molti altri invece no, e questa email e' diretta principalmente a loro. E' un po' lunga, lo so, ma ho un sacco di cose da dire, e vi sarei molto grato se riusciste ad arrivare alla fine. Se no... vabbe', ci ho provato.

Vorrei raccontarvi quello che vedo in queste settimane, che non sono esattamente un periodo tranquillo, sperando che la mia email possa in qualche modo chiarirvi le idee su quello che sta succedendo qui in israele, e che in gran parte dei casi, non vedrete e non sentirete raccontare alla televisione.

Quello che vedo qui e' una serie di controsensi imbarazzanti per ogni societa' che si definisca civile. Ma andiamo con ordine.

18 giorni fa, un commando di miliziani hizballah sconfinano dal sud del libano in territorio israeliano, rapiscono dei soldati israeliani e tornano a casa. Israele alza la voce e per tutta risposta dal sud del libano
cominciano a piovere missili come se li regalassero da macdonald.

Quello che ho visto dopo, e' quanto di piu' vicino ad una barzelletta io riesca ad immaginare.

Ho visto che oggi, dopo circa 1600 missili (lo sapete quanti morti e danni fanno 1600 missili ?!?!?) tirati su israele, ancora in giro per il mondo c'e' chi dice che la reazione di israele e' "sproporzionata".

Ho visto che la mlizia hizballah, dopo essere stata condannata dall'onu come organizzazione terroristica, e dopo essere stato imposto, sempre dall'onu, al governo libanese di estirpare il movimento dal suo territorio, viene lasciata libera di tirare missili su chi vuole, senza che il suddetto governo libanese si preoccupi minimamente di intervenire. Ovviamente l'onu non fa un fiato.

Ho visto che i governi del G8 (a parte gli USA) non si sono posti minimamente il problema di chiedersi che cosa stia succedendo.

Ho visto che e' stata organizzata a roma una conferenza per discutere la crisi al confine israele-libano. I libanesi hanno detto "se c'e' israele noi non veniamo". Atteggiamento estremamente maturo, tipico di chi non vede l'ora di sedersi al tavolo delle trattative per risolvere il problema. Gli altri paesi partecipanti, per tutta risposta, invece di prendere i libanesi a sveglie dietro le orecchie e trascinarli al tavolo volenti o nolenti, che cosa hanno deciso? "va bene, non invitiamo israele". Con chi lo vogliamo discutere il problema libano-israele, con il governo di zanziabar?

Tra coloro che leggono questa email c'e' chi ha studiato alla scuola per diplomatici. Una domanda, e' questo che insegnano li'?

E qualcuno mi sa dire come mai, quando alla stessa conferenza di roma, il rappresentante libanese ha accusato israele di occupare il suo territorio indicando una zona molto precisa, khofi annan, segretario generale di quello stesso onu che con una risoluzione ha riconosciuto ad israele la sovranita' su quella zona, non ha detto una parola?

Ho visto paesi come siria e iran rifornire di missili i guerriglieri hizballah. Ancora una volta nessuno (sempre a parte i soliti USA) si e' chiesto se forse il problema e' un po' piu' grande di quei pochi chilometri di confine. Nessuno e' arrivato alla conclusione che se ci sono due paesi che riforniscono di missili un'organizzazione che l'onu ha definito terroristica, forse andrebbe fatto qualcosa.

Ho visto prodi, il nostro primo ministro, e d'alema, il nostro ministro degli esteri, riflettere attentamente sul conflitto e poi prendere una decisione geniale: chiedere la mediazione dell'iran. Quello stesso iran che
nonostante tutte le proteste da parte del mondo ha deciso che voleva un giocattolo nuovo: la bomba atomica. Quello stesso iran il cui presidente, ahmadinejad, ha pubblicamente inneggiato alla morte degli ebrei ed alla distruzione totale e definitiva dello stato di israele.

Ora mi viene naturale chiedermi: e' questo il mediatore piu' imparziale che sei risuscito a farti venire in mente? Non sarebbe il caso che facesse uno sforzo e vi inventassi qualcos'altro? Ovviamente i batman e robin della politica estera italiana hanno smentito. Hanno affermato che "hanno preso contatto con il presidente iraniano, hanno discusso con lui la situazione in medio oriente, e gli hanno chiesto di intervenire per migliorarla".

In poche parole: hanno chiesto la mediazione dell'iran.

Ho visto gente manifestare, e incazzarsi perche' israele bombarda i civili. Tanto per chiarirci, gli hebollah sono civili. Non hanno un tesserino, non hanno divise, non hanno gli anfibi tutti uguali. Il libano ha un esercito e loro NON NE FANNO PARTE. Questo fa di loro dei civili, come me e voi. Questo pero' non gli impedisce di essere armati, di avere bunker e campi di addestramento, e soprattutto di sparare missili. Quando gli hizballah si nascondono, usano edifici che per forza di cose non sono basi militari,
perche' ovviamente non fanno parte dell'esercito. Sono edifici civili. Edifici civili pieni di hizballah armati. Quando isralele glie li butta giu' il mondo grida che israele colpisce i civili. Che cazzo devono fare, mettersi seduti la fuori e aspettare che escono a comprare le sigarette?

Ho visto un sacco di cose brutte. Ho visto che la gente non dorme la notte per lo scoppio dei missili fuori da casa. La gente rinchiusa nei rifugi per giorni. Famiglie costrette a lasciare le loro case per paura dei missili, senza sapere quando torneranno, ma senza chiedere al governo di finire in fretta. Va fatto quel che va fatto per vivere sicuri, senza la minaccia dei missili dall'altra parte del confine.

Come succede in questi casi pero', ho visto anche tante cose belle. Prima fra tutti la solidarieta' della gente. Ogni persona, nel suo piccolo qui, si impegna per poter fare la differenza.

Un numero inimmaginabile di famiglie hanno non solo dato la disponibiliita', ma addirittura richiesto di ospitare chi e' scappato dal nord. Famiglie che accolgono estranei nelle loro case consapevoli che c'e' qualcosa di piu' importante della loro privacy. Ognuno che abbia un buco libero offre ospitalita'. Un mio amico ha tre appartamenti che affitta come bed and brekfast. In questo momento sono sfitti, ma pieni di gente che ha dovuto lasciare la sua casa al nord. Costantemente ci sono annunci di gente che e' pronta ad aiutare. Al telegiornale passano in sovraimpressione i numeri di chi offre ospitalita', c'e' un sito interet dove la gente offre passaggi da e per il nord a chi ne ha bisogno, ragazze del nord scappate qui al centro
che si offrono di fare le babysitter gratuitamente ai bambini delle famiglie evacuate, e tante altre piccole cose.

Quello che pero' sorprende, e' che anche le societa' non si tirano indietro.

Le palestra mandano i messaggini ai soci, informandoli che se ospitano qualcuno dal nord, possono portarlo ad allenarsi gratis.

Pelefon, l'operatore dei cellulari, fa vedere i telegiornali gratis con l'umts.

Cellcom, l'altro operatore, ha qualche casino con le sue reti. Questo perche' i tecnici e gli elettricisti della societa' la mattina vengono caricati sui pullman e vengono portati al nord, a riparare i danni nelle case e nei quartieri colpiti dai missili. Il tutto ovviamente gratis.

Bank hapoalim manda camion pieni di regali ai soldati al confine. Isracart, l'equivalente di cartasi, il circuito che racchiude le maggiori carte di credito qui in israele ha fatto le pubblicita' dicendo che i residenti del nord, se vogliono, possono rimandare di un mese il pagamento della loro carta di credito senza interessi.

Elite, fabbrica di dolci, ha aperto un sito dove si possono mandare i ringraziamenti ai soldati che in questo momento sono al confine. I messaggi vengono mandati ai soldati insieme ad una tavoletta di cioccolata.

I supermercati organizzano spedizioni di cibo al nord. Una fabbrica di frigoriferi fa sconti assurdi a chi compra un frigo nuovo dando indietro il vecchio. Ovviamente quello vecchio viene mandato al nord a spese della societa' per chi ne ha bisogno.

Di esempi come questo ce ne sono senza fine, ma credo che vi siate fatti un'idea abbastanza chiara.
(...)

E questa è una vignetta di qualche anno prima (la data è indicata in basso a destra)



Grazie a Barbara e Momovedim

29 gennaio 2009

Hamas continua a censurare, a minacciare e a rendere Gaza peggio dell'Iraq di Saddam Hussein

 Le immagini erano forti. Il 28 dicembre, all’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, vengono colpite ripetutamente le palazzine di Saraia, la prigione più importante. Accorre una troupe di giornalisti locali impiegati dalla tv araba del Qatar, Al Jazeera. E filmano in diretta: le fiamme, i danni, i morti e i feriti. Improvvisamente dalle macerie fumanti cominciano ad emergere decine di militanti di Fatah, che da mesi erano tenuti segretamente nelle celle. «Hamas criminali, assassini, venduti. Volevano farci morire sotto le bombe sioniste», gridano furiosi. Molti sono feriti, shoccati. I giornalisti mandano in onda. Ma poco dopo arrivano negli studi di Al Jazeera i militanti di Hamas e chiedono che le trasmissioni vengano interrotte. «Non si possono mostrare le divisioni interne», dichiarano. Lo stesso avviene per Al Arabia, l’emittente del Dubai. Qui però riescono a trasmetterlo onda più volte. «Non sono filo-Hamas come Al Jazeera», dicono polemici i reporter pro-Fatah.

CENSURA - Censure simili si ripetono quando i giornalisti della Striscia intervistano civili che inveiscono contro Hamas con l’accusa di essere stati usati come «scudi umani». Oppure quando si cercano verifiche indipendenti del numero delle vittime. O, ancora peggio, quando incontrano persone che criticano apertamente «questa guerra suicida». Il loro numero è palesemente in aumento. C’è stato a Gaza subito dopo il cessate il fuoco un momento di confusione che ricorda ciò che avvenne in Iraq nel periodo seguente la fine dell’attacco americano. L’autorità centrale era caduta e la popolazione si sentiva più libera di parlare. Ma è un momento che qui sembra stare già tramontando. E a farne le spese resta in prima linea la libertà di stampa. Attenzione: non è molto diverso per i giornalisti di Hamas sotto l’autorità di Abu Mazen in Cisgiordania e non lo era per loro neppure a Gaza sino alle elezioni del gennaio 2006, quando Fatah era il padrone. Pure a Gaza sotto i riflettori oggi il peso della censura è particolarmente oppressivo.

MINACCE - I 29 reporter di Wafa, la vecchia agenzia stampa dell’Olp, ricevono il salario da Ramallah, ma non possono lavorare. Il loro posto è stato preso dalla nuova agenzia di Hamas, Al Bajan. Lo stesso vale per la ventina che lavorano nelle due radio pro-Fatah, Al Hurra e Shabiba. Salim Nafar, poeta noto per i suoi legami con la sinistra laica, è stato minacciato di morte. Saed Swerki, l’autore oggi quarantenne di una controversa opera teatrale, Watan, che nel 2007 non esitava a condannare le follie della guerra civile interpalestinese, è stato censurato. Prima che scoppiasse il conflitto, il parlamento di Gaza stava per approvare la «legge della punizione» mirata a colpire chi offende «gli interessi dello Stato». Commenta Saek Abu Suliman, noto docente di letteratura araba alla locale università Al Azar: «Siamo sempre più sotto un regime totalitario che cerca di imporre la sharia, la legge islamica. Trionfa il regno del silenzio». Così diventa difficile investigare il vero numero dei morti tra i guerriglieri della «muhamawa», la resistenza.

CADAVERI - Girano con insistenza notizie che ci sarebbero ancora decine, se non centinaia, di cadaveri sepolti nei tunnel bombardati da Israele nella parte settentrionale e orientale della striscia. I giornalisti parlano di «bilanci di sangue imposti dall’alto» e di «cimiteri e fosse comuni segrete», un po’ come avveniva in Libano dopo la guerra con Israele nel 2006. Ancora oggi nessuno sa quale sia il vero numero degli Hezbollah morti. «Siamo come sotto il regime di Saddam Hussein», dicono i reporter più arrabbiati. Nessuno è pronto a dare il suo nome. Hanan Musri, nota corrispondente locale di Al Arabia, è come in attesa di giudizio. Durante la guerra disse in diretta che i missili di Hamas venivano sparati dal loro edificio, dai trenta piani del palazzo Shuruk, nel centro di Gaza city. Ma adesso un altro, grave problema preoccupa le decine di giornalisti che da tempo hanno i loro uffici nello Shuruk. Vi sono tra l’altro le sedi di Abu Dhabi tv, Reuters, Nbc, Sky, diverse emittenti libanesi. Negli ultimi giorni all’ultimo piano si è installata infatti la sede di «Al Aqsa», la televisione di Hamas.

NESSUNA ALTERNATIVA - «Per noi non ci sono alternative. Questo posto non è più sicuro. Israele potrebbe bombardarlo in ogni momento. Dobbiamo andarcene», dicono tra gli altri i colleghi della Reuters. Timori più che comprensibili. «Il quartier generale di Al Aqsa venne colpito da Israele nelle prime ore dei bombardamenti e una delle nostre tre postazioni mobili fu distrutta da un missile pochi giorni dopo nelle vicinanze dello Shifah Hospital», conferma il vicedirettore dell’emittente, il 28enne Mohammad Thuraia. Tra parentesi, alle giornaliste palestinesi che vengono a intervistarlo lui chiede con ferma cortesia che mettano il velo sulla testa, «per difendere la loro moralità». Anche in questo caso l’esperienza libanese docet. Ancora nel 2006 i caccia israeliani si accanirono più volte contro le stazioni di «Al Manar», la televisione di Hezbollah. E i suoi giornalisti si ritengono tutt’ora a rischio. Del resto qui fanno ben poco per nascondere le loro simpatie per la jihad, guerra santa, ad oltranza. Aggiunge Thuraia come se fosse la verità più evidente della terra: «Ogni guerra di liberazione ha un prezzo. Ci saranno ancora tante vittime purtroppo. La guerra è appena iniziata. Dopo ogni tregua ricominceremo il conflitto perché gli ebrei sono in essenza traditori, non sanno mantenere gli impegni, lo dice anche il Corano. Ma non abbiamo paura, Allah ci aiuta e la nostra religione è di conforto. Alla fine gli ebrei se ne andranno dalle nostre terre e, magari non mio figlio Alì di 5 anni, ma i miei nipoti vedranno la libertà».

Dal Corriere

E un altro missile è stato sparato, oltre al raid in territorio israeliano dell'altra notte

29 gennaio 2009

La Shaaria in Somalia si espande

Baidoa, penultima fermata. Approfittando del ritiro delle truppe etiopi, che fino a pochi giorni fa sostenevano il governo di transizione somalo (Tfg), le milizie islamiche di al Shabaab hanno occupato Baidoa, sede delle istituzioni e una delle due sole città ancora controllate dal governo, costringendo ministri e parlamentari a rifugiarsi a Gibuti. Ora, gli islamisti puntano a chiudere la partita, conquistando la capitale Mogadiscio e imponendo la legge islamica all’intera Somalia.

“Al momento la situazione in città è tranquilla, anche se la gente rimane chiusa in casa e aspetta di vedere gli sviluppi”, riferisce a Panorama.it un responsabile Onu che preferisce rimanere anonimo perché non autorizzato a parlare con i media. “Al Shabaab ha imposto la sharia, ma ha rilasciato ministri e politici e ha assicurato che non farà nulla a chi ha appoggiato il governo o gli etiopi. Per il momento, però, giudici e pubblici ufficiali non vanno più al lavoro”. L’imposizione della sharia è arrivata ieri pomeriggio, a poco più di 24 ore dall’entrata in città delle milizie: per bocca di uno dei suoi leader sul campo, Sheikh Mukhtar Robow Mansur, al Shabaab ha annunciato l’imposizione a Baidoa della sharia, la legge islamica. Cosa significa, gli abitanti lo sanno bene: lo scorso ottobre, nei territori meridionali già sotto il loro controllo i miliziani uccisero una ragazza di 23 anni, lapidata perché accusata di adulterio (ma secondo l’Onu la donna era stata violentata); un mese dopo, 32 ballerini, maschi e femmine, furono frustati per aver danzato assieme. Una pratica severamente proibita dalla sharia, così come andare al cinema, guardare dvd, ascoltare musica o vedere una partita di calcio. Incuranti degli appelli al dialogo, i miliziani ora puntano su Mogadiscio (250 chilometri a est di Baidoa), dove il governo mantiene ancora una fragile presenza in alcuni quartieri, anche grazie ai 2.600 peacekeepers dell’Unione Africana di stanza nella capitale.

Ma al Shabaab, nato dall’ala più radicale delle vecchie Corti islamiche, non significa solo violenze ed esecuzioni pubbliche. Finora, i miliziani islamici si sono rivelati gli unici in grado di pacificare la Somalia, mettendo ordine in un Paese distrutto da 17 anni di guerra civile. Tre anni fa, durante i sei mesi in cui furono al potere prima di essere scacciate dalle truppe etiopi sostenute dagli Usa, le Corti islamiche erano riuscite a unificare la Somalia, sconfiggendo e disarmando i signori della guerra e le milizie claniche che si spartivano il territorio. Due giorni fa, la storia si è ripetuta: entrati a Baidoa dopo un breve scontro a fuoco, gli islamisti hanno posto fine agli scontri tra poliziotti, soldati e milizie, che si contendevano il diritto di saccheggiare i palazzi governativi dopo la fuga all’estero dei parlamentari. In un Paese dove qualsiasi forma di Stato si è liquefatta, avere qualcuno che riesca a imporre un’autorità politica e a far rispettare l’ordine non è cosa da poco.

Delegittimato dalle lotte intestine e abbandonato da una comunità internazionale troppo distratta dall’emergenza pirateria, per sopravvivere il governo ha un’unica speranza: l’alleanza con gli islamici moderati guidati da Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, ex-leader delle Corti islamiche e prossimo candidato alle elezioni presidenziali che si terranno tra cinque giorni. Dopo aver firmato a giugno un accordo di pace con il Tfg, nei prossimi giorni gli uomini di Sharif entreranno a far parte del Parlamento, che per l’occasione sarà allargato da 275 a 550 membri. Ex-ribelle convertitosi al dialogo, Sharif sembra l’unica personalità in grado di trattare con gli islamisti radicali senza suscitare i sospetti della comunità internazionale e degli Usa. L’obiettivo, molto ambizioso dopo il fallimento delle quindici precedenti iniziative di pace, è quello di cessare una guerra che dura dal 1991. Solo dalla fine del 2006, quando le Corti furono cacciate dal Paese, gli scontri tra insorti da una parte ed eserciti somalo ed etiope dall’altra hanno provocato almeno 16.000 morti e un milione di sfollati, svuotando la capitale Mogadiscio di più di metà della sua popolazione.

Da Panorama


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28 gennaio 2009

Egitto e Hamas rifiutano le forze di controllo europee

 Pur se con accenti diversi sia l'Egitto che Hamas hanno criticato la scelta di Francia, Germania e Gran Bretagna di inviare navi da guerra per pattugliare le acque a largo della Striscia di Gaza con l'obiettivo di bloccare il traffico di armi per il movimento di resistenza islamico. Dal Cairo il ministro degli Esteri Ahmed Abul Gheit, al termine dell'incontra con l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Javier Solana, ha invitato i Paesi europei a riconsiderare la loro scelta per "non urtare i sentimenti dei Paesi arabi. Non e' concepibile che i Paesi europei schierino unita' navali nelle acque territoriali palestinesi per adempiere un compito che spetta agli israeliani". Secondo Gheit l'iniziativa europea "richia di avere conseguenze per le relazioni tra (i membri dell'Ue) e i palestinesi, gli arabi e i musulmani". Piu' duro Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza, che ha accusato gli europei di complicita' con gli israeliani nel "rafforzare il blocco" dell'enclave costiera. "Siamo stupiti - ha aggiunto Haniyeh - dalla posizione europeo che incolpa le vittime e il popolo oppresso per la tragedia toccata alla Striscia di Gaza" La Francia ha in zona, ma oltre il limite delle 12 miglia, la fregata Germinal e la Germania si appresta a sua volta a schierare un'unita' in zona. Anche il Regno Unito si e' offerto ad inviare navi nell'area.

Da Agi

Non si venga poi a piagnucolare quando è Israele a farlo allora!

28 gennaio 2009

Non basta ricordare, bisogna anche combattere il negazionismo

 Il negazionismo sulla Shoah non è un´opinione personale, la carta d´identità di una congrega minoritaria di lunatici che giocano con la frequentazione provocatoria del Male. Non è neanche più, a differenza dei decenni scorsi, una fandonia che rivendica il rango di controstoria, un vaniloquio travestito da disputa storiografica che ambisce alla riscrittura del passato. Il negazionismo è oramai diventato una poderosa macchina simbolica e ideologica che, contestando lo sterminio degli ebrei di ieri, mette violentemente in discussione il diritto alla sopravvivenza degli ebrei di oggi. Vuole cancellare l´immane debito del passato per destituire di ogni credito l´identità ebraica del presente. Vuole togliere agli ebrei lo statuto di vittime per consegnarli interamente al ruolo di carnefici. Non si comprende l´ossessione negazionista di Ahmadinejad se sfugge la logica che connette la cancellazione dell´Olocausto al progetto di annichilire la presenza degli ebrei e di Israele che è la loro casa: il bisogno di riunire a Teheran l´internazionale degli antisemiti per mettere sotto processo la veridicità della Shoah si giustificava con la necessità di spogliare di ogni legittimità le pretese degli ebrei di oggi.

Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall´«impurità » ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un´eco sconosciuti nell´infetto recinto neonazista in cui era confinato. Nel percorso di Roger Garaudy, ex comunista eretico passato nello stato maggiore dei negazionisti d´Occidente e infine convertitosi all´Islam, si condensa il senso di questa trasformazione, l´approdo di un pregiudizio ideologico che infine trova il suo compimento in una dichiarazione di guerra: contro gli ebrei, il progetto di annientamento cominciato con la Shoah non è ancora finito. Anzi, può conoscere un nuovo inizio con la distruzione dello Stato di Israele. E´ in questa tragica guerra non conclusa che gli ebrei, proprio quando si celebra il Giorno della Memoria, apprendono sgomenti che un negazionista dichiarato come il lefebvriano Richard Williamson («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas») possa diventare, per effetto della revoca della scomunica ai seguaci dello scismatico Marcel Lefebvre decisa da Benedetto XVI, un «vescovo » della Chiesa cattolica di Roma. Conforta certo sapere che nel mondo cattolico le parole di Williamson siano considerate «aberranti» e del resto lo stesso direttore dell´«Osservatore Romano» Giovanni Maria Vian ha sostenuto che «ogni affermazione negazionista è un insulto alla memoria del martirio del popolo ebraico». Ma il negazionismo, appunto, non è un´opinione privata o un terreno su cui possa esercitarsi un legittimo diritto di espressione a proposito di una controversa pagina della storia. Non è un affare interno alla Chiesa (lo è invece la decisione di riaccogliere i lefebvriani), ma una prova di tolleranza verso l´intollerabile. E le comunità ebraiche, saggiamente, non entrano nel merito delle scelte dottrinarie della Chiesa: chiedono solo che il negazionista Williamson non sia più «vescovo». Solo questo, ma niente di meno.

Sbaglierebbero i cattolici a considerare la reazione ebraica come una patologica manifestazione di «ipersensibilità». Non è «ipersensibilità»: è la normale sensibilità di chi, a ragione, si sente ancora mortalmente minacciato. E mentre Bin Laden chiama alla guerra santa contro i «crociati» cristiani e gli «ebrei», l´ebraismo di Israele e della diaspora chiede concordemente il sostegno e l´appoggio della cristianità. Non è per «ipersensibilità» che sono state accolte con incredulo sbalordimento le dichiarazioni con cui il cardinal Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento», come se davvero nei campi della morte di Auschwitz ci fosse qualcosa di lontanamente simile alla guerra dei razzi scatenata da Hamas contro i civili delle città di Israele.

È lo stesso, micidiale cortocircuito che ha sciaguratamente indotto il governo della Catalogna a ridimensionare le celebrazioni del Giorno della Memoria per protesta contro l´intervento militare di Israele. E´ il silenzio assoluto della cultura europea di fronte a grottesche manifestazioni come quelle della civilissima Amsterdam in cui, presenti due deputati socialisti, è echeggiato il lugubre slogan «viva Hamas, gli ebrei nelle camere a gas». Gli Stati dell´Occidente pensano di tacitare la loro coscienza con la retorica ufficiale dei riti della memoria o con leggi censorie ad hoc che dovrebbero mettere la museruola ai nazi-negazionisti. Più che il bavaglio (sempre ingiusto e sempre a rischio di derive illiberali) conviene piuttosto ricordare l´impresa di Pierre Vidal-Naquet, che con il suo Gli assassini della memoria (ora riproposto in una bellissima edizione da Viella) mise stoicamente a freno il suo furore di figlio di deportati nei campi di sterminio e impartì una memorabile lezione agli «Eichmann di carta», mostrando la nullità dei loro pseudoargomenti, demolendo una a una le bugie diffuse nelle loro pubblicazioni, sbriciolando con paziente tenacia ogni parvenza di scientificità in testi («la menzogna di Auschwitz») impregnati di pregiudizi maniacali e di incontenibile odio antisemita. Contro la guerra di sterminio antiebraico caldeggiata da Ahmadinejad l´esempio eroico di Vidal-Naquet potrebbe consigliare una guerra culturale difficilissima, ma appassionante.

Potrebbero (dovrebbero?) prendervi parte gli intellettuali dell´Occidente che versano lacrime di commozione assistendo a «Schindler´s List», ma restano glaciali e imperturbabili se a Israele viene negato lo stesso diritto all´esistenza attraverso l´infamia dell´invocazione esplicita di un nuovo Olocausto. Non dovrebbe disertare nemmeno la Chiesa cattolica, che pure conosce il dramma della persecuzione patita dove comanda il fondamentalismo islamista, a cui si chiede di non consentire che la malattia del negazionismo possa allignare tra i suoi vescovi, nemmeno come «opinione» personale o privata manifestazione di eccentrica aberrazione. Perché una sciagurata distrazione non diventi, per riprendere le parole di Vian, un terribile «insulto» al popolo ebraico.

Dal Corriere di ieri

27 gennaio 2009

Due pesi e due misure

Chissà se verranno giudicati anche Hamas, Fatah, Hezbollah e Al Qaeda?

Perché per questi 145 civili nessuna manifestazione e nemmeno una riunioncina del Consiglio di Sicurezza dell'Onu?

E poi forse oggi varrebbe anche la pena di ricordare che l'"accusa del sangue" non è mai morta, ma anzi si è rinnovata viene ripresentata sempre più spesso

E invece di andare a cercare fantasiose armi "sconosciute" o "illegali", perché nessuno si preoccupa di vedere se Gilad Shalit non abbia fatto la fine dei poveri linciati a Ramallah, dei ragazzini di Teqoa, dei soldati rapiti in Libano?

27 gennaio 2009

Gli ebrei vivi dimenticati

 Sono nati da genitori italiani, la maggior parte di loro in Italia. La stessa che, dopo averli perseguitati ed esiliati, adesso si rifiuta di riconoscerli per ciò che sono: italiani. L'odissea di Claude Ghez, Stella Levi, Marcella Servi, Giorgina Vitale e Umberto Vorchheimer, ebrei italiani sopravvissuti al nazi- fascismo, ha dell'incredibile nell'Italia dove, come ha detto l'ex ministro della giustizia d'Israele Yossi Beilin, non basta entrare in sinagoga con la kippà per dimostrare di essersi liberati dal fardello di un ingombrante passato.
«Se fossi tedesco la mia cittadinanza sarebbe stata ripristinata dal dopoguerra», racconta Vorchheimer, 75enne milanese trapiantato a Filadelfia che da anni si batte per ottenere da Roma il riconferimento di un titolo rubatogli dai fascisti nel '39, a causa delle leggi razziali. Un obiettivo reso possibile dal fatto che sia gli Usa che l'Italia ammettono la doppia cittadinanza. Dopo che la sua storia è apparsa sul Corriere, si è mobilitata Fiamma Nirenstein, vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera (Pdl) che è riuscita a convincere il Ministero degli Interi a fare «un'eccezione ».
«Si ritiene che il predetto non sia mai incorso nella perdita della cittadinanza italiana», recita un protocollo inviato a Vorchheimer dal ministero dell'Interno in data 5 dicembre, che due righe prima dice esattamente il contrario: «all'atto della naturalizzazione statunitense dell'interessato, nel 1944, lo stesso riteneva di versare in condizione di apolidia per esserne stato privato nel 1939».
La tortuosa formula — e la natura strettamente individuale del protocollo — sopperiscono alla mancanza, in Italia, di una legge come quella tedesca (articolo 116 par.2) secondo cui «tutti i tedeschi che dal '33 al '45 persero la cittadinanza per motivi politici, razziali o religiosi, e i loro discendenti, possono riacquistarla automaticamente facendone domanda». Lo scorso 31 ottobre la Spagna ha varato un decreto analogo.
In Italia la 91/1992 prevedeva, in via strettamente transitoria, la possibilità di riottenere la cittadinanza senza dover trasferire la residenza in Italia, facendo domanda entro il 31 dicembre 1997. Oltre ad essere scaduta, tale legge non affrontava la spinosa questione dei tantissimi ebrei italiani costretti dal fascismo a scappare all'estero.
«Chissà quanti ebrei italiani sono morti in terre lontane senza poter mai correggere quest'ingiustizia », afferma Vorchheimer. Ne sa qualcosa l'83enne Stella Levi, nata nel '26 a Rodi, allora italiana, e sopravvissuta ad Auschwitz, dove perse i genitori Miriam e Jehuda. Nel 1979, quando si presentò al Consolato italiano di New York per rinnovare il passaporto scaduto, la Levi scoprì d'aver perso la cittadinanza italiana acquistando quella statunitense. Più tardi le dissero che «se la rivuoi, devi andare a vivere in Italia per almeno due anni». Non meno dolorosa l'odissea dell'82enne Giorgina Vitale, torinese emigrata in Connecticut, che da ben 15 anni cerca di coronare lo stesso sogno della 78enne Marcella Servi, nata a Pitigliano e oggi residente in Israele. Figlia di Giorgio deLeon, uomo d'affari, e Emma Segrè, insegnante, la Vitale si salvò con dei documenti falsi, nascondendosi per due anni a Piea, villaggio vicino ad Asti. «Lo zio paterno fu catturato durante un'incursione — rievoca — e spedito in un campo di sterminio da cui non ha mai fatto ritorno».
Figlia del rabbino di Pitigliano, Marcella Servi nel '43 evitò la deportazione ed insieme al fratello si aggregò ad un gruppo di partigiani che operarono nella zona fino alla liberazione. «I miei genitori ed altri fratelli furono portati al campo di concentramento di Roccatederighi ma per fortuna non vennero deportati in Germania».
Per riottenere la cittadinanza, le due donne si sono sentite dire più volte «devi completare l'iter come un extracomunitario qualsiasi, tornando a vivere in Italia». Proprio come il Prof. Claude Ghez, 69enne luminare di neuroscienze alla Columbia University, la cui madre Nella Treves e nonna Carinna di Castelnuovo furono costrette dal fascismo a fuggire da Torino nel 39.
Eli Guastalla, consulente di marketing internazionale, milanese, ebbe più fortuna. Nato nel 1946 a Tel Aviv e discendente da una famiglia di ricche tradizioni patriottiche — lo zio Enrico, lapide in corso Monforte a Milano e busto al Pincio a Roma, fu colonnello dello stato Maggiore garibaldino e il nonno Ferruccio questore del regno — Guastalla querelò il Viminale e, con una sentenza del tribunale di Milano, nel 1980 riottenne la cittadinanza strappata ai genitori.
«Costretti a fuggire in Palestina, allora sotto mandato Britannico », spiega Guastalla, «si erano ritrovati nell'assurda situazione di essere indesiderati in Patria e nemici nel Paese dove si erano rifugiati. Come altri ebrei italiani — precisa — anche papà fu internato».

Dal Corriere della Sera del 6/1

26 gennaio 2009

Ma non erano tutti morti di fame?

 Il movimento radicale palestinese Hamas è pronto ad offrire denaro cash, per un ammontare di 52 milioni di dollari, a tutti i cittadini di gaza che hanno perso familiari, casa e lavoro durante l'offensiva militare israeliana nella Striscia.

Da ApCom

Il diktat di Hamas a Fatah Chi vorrà provare a convincere quelli di Hamas ad essere meno violenti?

26 gennaio 2009

I morti palestinesi che non interessano a nessuno

 Hamas ha trasformato ospedali, scuole e università della Striscia di Gaza in centri di detenzione e tortura per i membri del partito dell'ex presidente palestinese Abu Mazen, al-Fatah, sospettati di «collaborazionismo» con Israele. A lanciare le accuse contro il il movimento di resistenza islamica un dirigente dell'Olp, Yasser Abed Rabbo, in una conferenza stampa a Ramallah. Lo riferisce il Jerusalem Post.

Olp: Hamas vuole dividere Gaza dalla Cisgiordania. Secondo Rabbo, il movimento guidato da Ismail Hanye vuole «sfruttare» il sangue versato dai palestinesi a Gaza per nascondere i suoi piani di lungo termine, separare definitivamente la Striscia dalla Cisgiordania. «Non consentiremo che questa cospirazione si realizzi» assicura l'esponente dell'Olp. «Non permetteremo a Hamas - insiste - di distruggere il nostro progetto nazionale. Costi quel che costi».

A dar man forte al foglio di Gerusalemme, il quotidiano
Haaretz, il quale, citando una fonte dell'Autorità nazionale palestinese, sostiene che nella operazione Piombo Fuso e nei giorni seguiti al cessate il fuoco Hamas ha ucciso 19 membri di al-Fatah, ne ha feriti altri 80 e arrestati circa 400. Stessa sorte, sostiene l'Anp, per i tentativi di svolgere attività politica a Gaza, sistematicamente repressi.

Da Il Messaggero

Ma il mondo condanna solo Israele

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