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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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28 novembre 2008

Peggiora la situazione in Iran

 Teheran annuncia di aver lanciato con successo il razzo "Kavosh 2", e dichiara che negli impianti per l'arricchimento dell'uranio sono attive oltre cinquemila centrifughe. Il responsabile dell'Organizzazione per l'energia atomica iraniana ha confermato l'espansione del programma nucleare e ha poi escluso l'ipotesi di una sospensione delle attività di arricchimento dell'uranio, come richiesto dalla comunità internazionale con quattro diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Da Il Riformista di ieri

Intanto 10 persone impiccate soltanto ieri:


Una storia alla Tarantino, un horror alla Stephen King, sembrerebbe: invece è solo una delle verissime, terribili vicende iraniane al femminile. Fatemeh Haghighat Pajol, 50 anni, è stata impiccata ieri all'alba nella celebre quanto lugubre prigione di Evin a Teheran, per omicidio. Sette anni fa aveva ucciso (e secondo l'accusa fatto a pezzi) il marito «temporaneo». Sposato cioè secondo un matrimonio «sigheh», unione legale a tempo determinato prevista dal diritto islamico sciita, spesso usato per mascherare la prostituzione (il «marito» deve pagare una «dote»), o scelto dai giovani per evitare spese, testimoni, permessi famigliari e quant'altro comporta un vero sposalizio.
Non si sa perché Fatemeh avesse sposato quell'uomo, non pare fosse una prostituta. Ma si sa perché ha ucciso: per impedire, come ha dichiarato inutilmente ai giudici, che violentasse una delle due figlie, che allora aveva 14 anni. E che diventata grande si è mobilitata con organizzazioni dei diritti umani, femministe, intellettuali per la liberazione della madre. Invano. Con altri nove condannati (tutti uomini), Fatemeh ieri mattina è stata ammazzata. E il macabro conteggio delle esecuzioni porta la quota degli ultimi dieci giorni, nella Repubblica Islamica, a 18.
«Il governo di Ahmadinejad non è solo una minaccia per la sicurezza del mondo, ma per il suo stesso popolo. E per le donne in particolare, che sono la cartina di tornasole dei regimi», commenta Sergio D'Elia, segretario dell'associazione Nessuno Tocchi Caino per l'abolizione della pena di morte nel mondo. «La situazione in Iran resta di una gravità assoluta — continua D'Elia —, lapidazioni quest'anno non ci sono state ma nuove condanne sono state inflitte, il regime dei mullah continua ad agire come boia della sua gente. Eppure l'Occidente non considera la Repubblica Islamica parte del problema ma la vede come possibile soluzione nella regione, una mancanza di consapevolezza che costituisce un errore gravissimo».
In settembre, l'organizzazione Human Rights Watch (Hrw) aveva denunciato il deciso peggioramento per la tutela dei diritti umani e le libertà civili avvenuto in Iran dal 2005, anno in cui salì al potere il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Durante il suo mandato «il numero delle condanne a morte è quadruplicato », dichiara Hrw. E secondo Amnesty International la macabra classifica per numero di esecuzioni ha visto nel 2007 l'Iran al secondo posto: con 317 casi, il Paese degli Ayatollah è stato battuto solo dalla Cina.

Dal Corriere di ieri

E poi c'è questa storiaccia...

28 novembre 2008

Una celebre democrazia, dalla forte economia, ma dalle istituzioni deboli

Non di rado, in diverse città indiane, vengono piazzate bombe nei mercati, stazioni ferroviarie e altri luoghi affollati.

Nonostante ciò, l'attacco a Mumbai, la capitale finanziaria del paese, ha causato un profondo sconcerto, non solo all'estero, ma nella stessa India. A differenza del terrorismo «normale», in questo caso si è avuta l'impressione di essere invasi da un esercito ben organizzato, con l'impiego di mitragliatrici, granate e la presa di ostaggi in più punti simultaneamente. L'unico avvenimento paragonabile negli ultimi anni è stato l'attacco da parte di uomini armati e attentatori suicidi contro il parlamento indiano a Nuova Delhi, nel dicembre 2001, che portò India e Pakistan sull'orlo di una guerra, l'anno successivo, quando gli eserciti dei due paesi si mobilitarono da entrambi i lati del confine.
Considerando poi che tutti e due i paesi sono potenze nucleari, si sono vissuti momenti terribili.

E' proprio il pericolo di una riedizione degli eventi del 2001-02 a dare un significato internazionale ai recenti attentati, ben al di là del fatto che siano stati colpiti alberghi di lusso e turisti stranieri. Sugli autori materiali delle stragi sono filtrate ben poche informazioni, oltre alla dichiarazione del primo ministro indiano, Manmohan Singh, che l'attacco è stato organizzato all'estero, il che in India equivale a dire Pakistan. Ma l'accusa potrebbe non corrispondere al vero: una misteriosa cellula locale, autodefinitasi i «mujaheddin della Decca», si è assunta la responsabilità degli attacchi, verificatisi in seguito a denunce di maltrattamenti subiti dai musulmani per mano della polizia indiana. Tuttavia, basterebbero le parole del primo ministro a scatenare temibili conseguenze. Durante gli ultimi due mesi, il nuovo presidente pachistano, Asif Ali Zardari, democraticamente eletto, ha fatto sforzi sorprendenti e coraggiosi per migliorare i rapporti con l'India. Ha definito «terroristi», anziché «combattenti per la libertà», i militanti islamici del Kashmir, il territorio conteso tra i due paesi, dove ancora nel 1999 si erano avuti scontri a fuoco.

Ha inoltre auspicato l'apertura dei confini, tuttora chiusi, al fine di favorire gli scambi commerciali verso un'unione economica. L'India ha accolto con sorpresa questi generosi approcci, ma lo stesso esercito di Zardari, e i vari gruppi fondamentalisti islamici del Pakistan, ne sono rimasti scandalizzati. Se gli attentati di Mumbai sono stati realmente organizzati da non indiani, è probabile che intendano spingere l'India a rigettare le proposte del presidente Zardari, o a screditare del tutto le sue iniziative. Un altro motivo possibile è da ricercare nelle elezioni politiche che si terranno in India nei prossimi mesi, dove già si prevede la vittoria del partito nazionalista indù, il BJP (Bharatiya Janata Party). Il terrorismo potrebbe spingerlo verso posizioni anti-islamiche estreme. Sono due le conclusioni che il mondo esterno, l'Europa e l'America, dovranno trarre da questa tragedia. La prima è la semplice constatazione che i cosiddetti «giganti emergenti» dell'Asia sono al contempo molto più vulnerabili e instabili di quanto possano suggerire, da un lato, la recente crescita economica, e, dall'altro, gli entusiasmi e i timori suscitati dalla globalizzazione. L'economia cinese sta subendo un drammatico raffreddamento e l'aumento della disoccupazione rischia di innescare conflitti sociali. Anche l'India sta rallentando, ma la debolezza principale del paese sta nella fragilità delle sue istituzioni statali, specie la polizia, la magistratura e i servizi di sicurezza.

L'incapacità della polizia nel prevenire gli attentati, e in particolar modo nell'identificare e processare gli autori di decine di attacchi precedenti, è un vero segnale di debolezza nazionale.
L'altra conclusione rimanda al Pakistan e all'intera regione così travagliata. Di questi giorni, l'attenzione è concentrata sull'Afghanistan e sul ruolo che vi svolgono le truppe della Nato. Questi attentati, proprio perché minacciano di seminare discordia tra India e Pakistan, ma anche per l'analogia con il terrorismo islamico in tutto il mondo, richiedono un'attenzione e una risposta ben più articolate. Il problema non riguarda soltanto i talebani e Al Qaeda, arroccati nelle inaccessibili aree di confine tra Afghanistan e Pakistan, ma è diffuso largamente nel centro e nel sud asiatico. Una soluzione a lungo termine deve coinvolgere tutti i paesi interessati: dall'Europa e l'America fino al Pakistan, all'India e alla Cina (per la storica amicizia con il Pakistan).

Bill Emmott

traduzione di Rita Baldassarre per il Corriere della sera

Perché l'India e perché ora

 

27 novembre 2008

Guerra tra Ramallah e Gaza

Dopo l’ennesimo fallimento della diplomazia egiziana, che ha lavorato inutilmente per mesi a una riconciliazione tra Hamas e il rais Abu Mazen, i rapporti tra le due capitali palestinesi, Ramallah e Gaza, si stanno deteriorando. La spirale veloce e drammatica ha portato ieri Nemer Hamad – ex ambasciatore dell’Olp a Roma e strettissimo consigliere di Abu Mazen – a ipotizzare per la primavera prossima elezioni generali palestinesi, ma da tenersi nella sola Cisgiordania e non a Gaza. La successione degli eventi è indicativa: a metà novembre avrebbero dovuto iniziare a Dubai i colloqui di pacificazione tra Hamas e Olp – i primi diretti, dopo la guerra civile di Gaza del 2007 – organizzati da Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani, su mandato diretto di Hosni Mubarak. Hamas però li ha boicottati, accusando Abu Mazen di avere arrestato decine di suoi militanti in Cisgiordania. Il 22 novembre Abu Mazen ha aperto i lavori del Consiglio nazionale dell’Olp, annunciando di essere pronto a indire entro primavera elezioni presidenziali (a scadenza regolare) ed elezioni politiche (anticipate di un anno) nel caso in cui Hamas non concordasse entro poche settimane sulla formazione di un governo di unità nazionale. La prospettiva era puramente strumentale, tanto che Hamas ha replicato il 23 novembre – per bocca di Mahamud al Zahar – accusando Abu Mazen di essere “succube degli Stati Uniti e di Israele, in nome dei quali ci offre un governo debole e prono ai desideri di Washington”. Hamas ha anche nettamente rifiutato l’ipotesi di uno scioglimento anticipato del Consiglio legislativo (il Parlamento palestinese) in cui ha la maggioranza degli eletti (che hanno espresso il governo di Ismail Haniyeh). Il 23 novembre, il Consiglio dell’Olp ha ulteriormente approfondito la frattura proclamando Abu Mazen “presidente dello stato palestinese”, carica simbolica ricoperta soltanto da Yassir Arafat (dal 1988 alla morte), di straordinaria pregnanza simbolica e politica, che già prefigura la sua riconferma certa alle elezioni per la carica di presidente dell’Anp (in scadenza il 9 gennaio). In un discorso alla nazione, Abu Mazen ha poi accusato i dirigenti di Hamas di essere “golpisti decisi a creare a Gaza un nuovo regime”. Netto è stato il rifiuto di Hamas di riconoscere questa nomina e così è arrivata l’intervista, il 25 novembre, di Nemer Hammad al quotidiano di al Fatah, al Hayat al Jadida: “Il nostro sforzo è concentrato sulla ripresa del dialogo nazionale, ma Abu Mazen è pronto a convocare elezioni politiche generali anche se Hamas non darà il suo permesso e le impedirà a Gaza, le terremo soltanto in Cisgiordania”. Se questo scenario si avverasse, sarebbe formalizzata nei fatti la separazione della Palestina in due tronconi. A Gaza, Hamas continuerebbe a governare avendo per almeno un anno la legittimità di un governo Hanyieh votato dal Parlamento eletto nel 2006 a suo tempo riconosciuto dalla comunità internazionale. A Ramallah, invece, si installerebbe un governo espressione delle elezioni parlamentari anticipate e rafforzato dalla riconferma di Abu Mazen quale presidente. Questo esecutivo potrebbe arrivare alla stipula di un accordo con il governo israeliano che uscirà dalle urne delle elezioni di febbraio, con il favore della nuova Amministrazione americana. In questo contesto vanno lette le rivelazioni pubblicate ieri da Haaretz e contenute in un documento interno a Hamas che evidenzia posizioni divaricate tra la leadership di Hamas di Khaled Meshaal – esule a Damasco – e quella di Gaza. Meshaal preme per una ripresa del dialogo con Abu Mazen, per impedire che le strutture di Hamas in Cisgiordania siano smantellate dai servizi segreti e dall’apparato repressivo di al Fatah e che si concretizzi lo scenario evocato da Nemer Hammad: “Non vogliamo giungere a una situazione in cui noi governiamo indisturbati a Gaza, ma perdiamo la Cisgiordania”. Ismail Hanyieh, a Gaza, ha intenzione di continuare con la strategia conflittuale degli ultimi due anni, a partire dalla convinzione di un indebolimento dei consensi di cui Abu Mazen gode in Cisgiordania.

Da Il Foglio di ieri

27 novembre 2008

Anche l'India sta subendo la tragedia del terrorismo islamico

 MUMBAI sotto scacco. Come nel luglio del 2006 la capitale economica indiana è preda di attacchi simultanei. In quell'occasione morirono circa duecento persone e altre settecento furono ferite. Secondo le autorità di Delhi a colpire fu nell'occasione il gruppo Laskhar e - Toiba, formazione decisa non solo a rendere indipendente il Kashmir ma addirittura a liberare i musulmani del nord e del sud dell'India, cacciando gli induisti da quelle aree. Un gruppo cresciuto nel magma del conflitto afgano, il Lashkar, l'ala armata del Mdi, nato nel 1990 nella provincia afgana del Kunar.

E' nato soprattutto con l'obiettivo di combattere il regime filosovietico di Najibullah. Nel 1992, dopo la vittoria dei Taliban, focalizza l'attenzione sul Kashmir. Nel frattempo si lega a doppio filo all'intelligence militare pachistana, l'Isi, che della destabilizzazione del grande e ingombrante vicino indiano ha fatto una delle sue missioni storiche e alla nascente Al Qaeda.
Ma il Laskhar è solo uno dei tanti gruppi radicali che combattono l'India. A colpire, come già qualche tempo fa a Jaipur, Bangalore, Ahmedabad, devastate da sanguinosi attentati, possono essere stati i cosiddetti "Mujahedin indiani" o l'Harkat-ul-Jihad-al-Islami, il "Movimento Islamico per la Jihad", che ha radici in Bangladesh. Oppure un gruppo meno noto, come i Mujaheddin del Deccan, sigla jihadista poco conosciuta che avrebbe rivendicato l'azione di ieri.

Del resto la galassia radicale è assai popolata e mescola spesso sigle di comodo. Per molti militanti di quei gruppi, però è comune intersecare la lotta per la liberazione del Kashmir con l'annunciata missione di convertire con la spada l'intero subcontinente purificato dalla presenza hindu. Progetti folli, non di meno capaci di gettare il panico attraverso quel formidabile strumento politico che, nell'epoca attuale, è diventata la paura della paura.


Così i terroristi attaccano (e meno male che quelli che colpiscono in India si chiamano terroristi!) treni e alberghi, luoghi affollati e pieni di turisti, divenuti come già nell'Egitto degli anni Novanta, uno dei bersagli preferiti. In particolare quelli americani e britannici. Perché i turisti sono religiosamente "impuri", vettori di contaminazione culturale, e con i loro comportamenti "viziosi" sostengono finanziariamente i "governi empi".  (...)

Da Repubblica

«Questa è la brutta faccia del fondamentalismo islamico, per il linguaggio e l'acredine con cui quella gente ci ha chiesto se eravamo americani o britannici», ha commentato Chamberlain.

Dal Corriere

26 novembre 2008

Anche la Siria si sta preparando ad attaccare Israele

 E, come se non bastasse, la Siria, dopo aver premiato il terrorista Kuntar per aver massacrato una bambina e, davanti ai suoi occhi, suo padre, 

(“Presto la bandiera siriana tornerà a sventolare sul Golan”. La promessa è stata fatta oggi da Samir Kuntar, il terrorista druso libanese condannato all’ergastolo in Israele, dove ha scontato 30 anni di carcere, per avere compiuto atti di terrorismo contro civili. Kuntar, apparentemente ingaggiato da Damasco per condurre una campagna sul ritorno del Golan alla Siria, ha apostrofato qualche centinaia di drusi che vivono sulle alture siriane occupate da Israele nel corso della Guerra dei Sei giorni del 1967. Circa 500 persone dei villaggi di Majdal Shams, Mas'ada, Buq'ata ed Ein Quniya si sono radunati sulla “shouting hill”, la collina sull’attuale confine siro-israeliano dove, prima dell’avvento dei telefoni mobili, le famiglie druse separate dalla guerra erano solite riunirsi per comunicare da una parte all’altra del confine grazie all’aiuto di megafoni.


L’impiego del cittadino libanese Kuntar da parte di Damasco conferma indirettamente quanto denunciato oggi dal ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, nel corso di una audizione alla commissione Esteri e Difesa della Knesset: “La Siria aiuta Hezbollah e ha un’intima relazione con la milizia sciita, mentre è strettamente coinvolta nel processo politico libanese”. Nonostante la condanna a cinque ergastoli, Kuntar è stato liberato lo scorso luglio dallo Stato ebraico nel quadro di un accordo con Hezbollah. In quella occasione, Israele scarcerò gli ultimi cinque detenuti libanesi in cambio dei resti di Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, i due militari israeliani la cui uccisione per mano di Hezbollah dette avvio al Secondo conflitto israelo-libanese (estate 2006)

Kuntar si è rivolto ai “fratelli” drusi siriani affermando: “Vengo qua dopo aver visto il presidente siriano Bashar Assad che mi ha promesso che vi aiuterà. E vi assicuro: preso la bandiera siriana sventolerà sul Golan”. Nel corso della sua apparizione sul Golan, Kuntar ha anche recapitato agli abitanti un messaggio di solidarietà dello sceicco Hassan Nasrallah, numero uno di Hezbollah. Accanto a Kuntar, riferisce la versione online di Yedioth Ahronoth, anche Said Naffaa, deputato arabo del Parlamento israeliano, rappresentante del partito Balad.

L’agenzia siriana Sana riferisce intanto che Assad ha insignito Kuntar del Diploma siriano dell’Ordine del Merito e dell’Eccellenza in apprezzamento “della sua storia di lotta, di resistenza e per i suoi valori nazionali e patriottici”. Sbarcato a Nahariya nel nord di Israele con un commando terrorista, il 22 aprile del 1979 Kuntar uccise prima un poliziotto israeliano, quindi un civile. Infine uccise la figlia di quattro anni di quest'ultimo sbattandole la testa sulle rocce vicino al mare. La manifestazione di oggi a Majdal Shams si è svolta sotto l’occhio delle Forze israeliane di difesa che non hanno registrato incidenti. Il valico di Qunnetra tra Siria e Israele viene aperto solo alcune volte all’anno per permettere il passaggio degli studenti, in caso di matrimonio, e per consentire l'afflusso a Damasco del raccolto dei frutteti drusi. Gli abitanti drusi del Golan occupato sono detentori di passaporto israeliano.)



ora
impedisce le ispezioni sul suo territorio, dell'Aiea (cosa avrà da nascondere?):

La Siria non consentirà più agli ispettori dell'Aiea (L'Agenzia internazionale per l'energia atomica) di entrare nel suo territorio. Lo ha detto il direttore dell'agenzia siriana per l'energia atomica, Ibrahim Othman, dopo che l'Aiea ha rilasciato questa settimana un rapporto in cui si denuncia la presenza di tracce di uranio nel sito di Al Kibar, bombardato dai jet israeliani nel settembre 2007.

Secondo il rapporto dell'Aiea, l'infrastruttura rasa al suolo nel bombardamento assomigliava a un reattore nucleare, e ciò rafforza i sospetti degli Stati Uniti e di Israele sull'esistenza di un programma atomico siriano segreto.

Lo scorso giugno Damasco ha permesso agli ispettori dell'Aiea di visitare il sito di Al Kibar, ma da allora ha impedito lo svolgimento di nuove ispezioni. "Non consentiremo altre visite", ha confermato ieri Othman, precisando che l'Aiea si era accordata con la Siria per lo svolgimento di una sola ispezione. Othman ha inoltre detto che il rinvenimento di tracce d'uranio nel deserto siriano "non significa che in quel sito si stesse costruendo un reattore".

26 novembre 2008

Hezbollah ha 42mila missili che potrebbero raggiungere anche il sud di Israele

Rispetto al 2006, il movimento sciita libanese Hezbollah ha ampliato fortemente il suo arsenale e possiede il triplo dei missili.

A sostenerlo è il ministro della Difesa israeliana Ehud Barak, che di fronte ai membri della Knesset (il Parlamento di Tel Aviv) ha parlato di  42mila razzi in grado di raggiungere le città di Ashkelon, Beersheba e Dimona, poste a oltre 200 chilometri dal confine.

"Hezbollah ha una capacità di tre volte superiore a quella che aveva prima della seconda guerra del Libano e adesso ci sono 42mila missili in suo possesso, rispetto ai 14mila che aveva prima della guerra", ha detto Barak.

Nel suo intervento Barak ha criticato anche l’ingresso della formazione sciita all’interno del nuovo governo di unità nazionale di Beirut, sostenendo che questa circostanza consentirà eventualmente a Israele di compiere azioni più ampie in futuro contro le infrastrutture civili del Paese dei cedri.

"L’integrazione di Hezbollah all’interno dello Stato libanese – ha detto il ministro – espone il Libano e le sue infrastrutture ad attacchi più profondi nell’ipotesi di un nuovo conflitto”.

Nel corso della guerra dell’estate 2006, migliaia di missili furono lanciati nel nord di Israele, causando la morte di circa quaranta civili (e numerosi soldati).

Da Osservatorio Iraq


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25 novembre 2008

Si riapre la stagione del "dai addosso ad Israele"

Sabato l’Onu “celebrerà” con sei nuove condanne anti israeliane l’annuale giornata dedicata ai palestinesi. Ogni 29 novembre il rito si ripete mentre in molte capitali europee, a cominciare da Roma, i soliti brucia bandiere no-global, di estrema destra o di estrema sinistra, daranno sfogo ai propri bassi istinti in manifestazioni di odio diventate ormai di repertorio. Quest’anno la novità è che lo stato ebraico sta meditando di rinunciare a difendersi davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: “costa troppo ed è inutile mettersi contro qualcosa premeditato a tavolino dalla Lega Araba e dai tanti Stati dittatoriali e autocratici che ci odiano”, ha detto al Jerusalem Post un importante “senior diplomat”. Aggiungendo: “tanto vale che li facciamo sfogare così, ormai l’opinione pubblica è con noi e giudica queste risoluzioni Onu poco meno di niente”. Nonostante tutto però, Gabriella Shalev, l’ambasciatrice israeliana all’Onu, svolgerà il proprio discorso di difesa degli interessi di Israele durante la giornata del 29 novembre. Ma molte Ong vicine allo stato ebraico, come Un Eye, giudicano ormai con scetticismo ogni iniziativa ufficiale all’interno del Palazzo di Vetro: “questa giornata del 29 novembre non è in realtà un appuntamento che serve a ricordare al mondo che esiste la questione dei palestinesi e del loro eventuale futuro Stato, ma è solo un memorandum d’agenda con cui i Paesi arabi, con l’appoggio Onu, ricordano all’umanità che loro continuano a ritenere illegittimo lo Stato di Israele, la sua fondazione e il suo ostinarsi ad esistere”.

Come si diceva, in molte capitali europee, a cominciare da Roma, i soliti guastatori ed esperti di odio e di oltraggio alla bandiera israeliana sono già pronti per un sabato indimenticabile. A Roma, segnatamente, Forum Palestina menerà le danze e già dai primi di ottobre mandava appelli in rete in cui tra l’altro si rivendicava la bontà del boicottaggio tentato (ma non riuscito) al Salone del Libro di Torino la scorsa estate. Condendo il tutto con apprezzamenti non molto lusinghieri sul nostro Capo dello Stato che invece a quel Salone ha dato il patrocinio. Adesso è stata promossa anche un’altra subdola campagna di boicottaggio economico (che peraltro in tempi di crisi come questi equivale a comportarsi come quei mariti cornuti che si castrano per far dispetto alla moglie), quella contro le aziende italiane ed europee che fanno affari con Israele. Naturalmente per chi fa affari con l’Iran quelli di Forum Palestina non hanno mai usato simili premure. A Roma il loro manifesto recita: “invitiamo tutti a manifestare con noi: per la fine dell’occupazione israeliana della Palestina, per uno Stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale, per il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane, per lo smantellamento dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza, per la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia-Israele e per il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra”. Anche quest’anno la stagione di caccia all’ebreo e all’israeliano si riapre quindi puntualmente sotto l’egida Onu. E gli antisemiti mascherati da antisionisti, per usare le parole di Napolitano, in questa maniera si sentiranno legittimati più che mai a inneggiare al terrorismo. Sicuramente più di quanto si sentano legittimati gli israeliani ad avere un proprio Stato.

Da L'Opinione

25 novembre 2008

Soldi a Hamas anche dai musulmani statunitensi

 La "Holy Land Fundation", che fino a qualche anno fa era considerata come la maggiore organizzazione benefica musulmana degli Stati Uniti, ha finanziato il movimento radicale palestinese Hamas. Dopo i sospetti e un lungo processo, è arrivata ieri la sentenza del giudice federale del Texas. Cinque responsabili dell'organizzazione sono stati riconosciuti colpevoli di avere girato almeno 12 milioni di dollari su conti che facevano riferimento al movimento islamico al potere a Gaza.

Il verdetto, si legge oggi sul quotidiano El Mundo, rappresenta una vittoria per Washington nell'ambito degli sforzi profusi per smantellare le reti di finanziamento del terrorismo all'interno degli Stati Uniti.

La fondazione operava da Richardson, un sobborgo di Dallas. Il verdetto è stato annunciato dopo otto giorni di camera di consiglio e dopo che il primo processo era stato annullato nell'ottobre del 2007, vanificando due mesi di testimonianze e 19 giorni di camera di consiglio.

I cinque imputati non sono stati accusati di avere finanziato direttamente attentati suicidi o attività criminali, ma di avere sostenuto economicamente il movimento Hamas dopo che quest'ultimo era stato inserito da Washington nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.

Da ApCom

24 novembre 2008

Dopo due anni di riarmo, gli Hezbollah ora passano alle esercitazioni. Sempre alla presenza dell'Unifil

Il gruppo sciita libanese Hezbollah ha condotto una esercitazione militare oggi nel Libano meridionale, a sud del fiume Litani. Lo riportano i media israeliani, che rilanciano una notizia diffusa dalla tv satellitare araba Al Arabiya.

Il gruppo si è esercitato nel dispiegamento delle sue forze in una zona montagnosa, e sebbene non siano stati sparati colpi di arma da fuoco, lo svolgimento di tali esercitazioni costituisce una violazione della risoluzione Onu 1701, che vieta a Hezbollah ogni attività al di sotto del fiume Litani. Hezbollah non ha rilasciato commenti sulla notizia, secondo quanto riporta Radio Israele.

La risoluzione 1701, che ha posto fine al conflitto tra Hezbollah e Israele nell'estate del 2006, ha imposto il ritiro delle milizie sciite e delle truppe israeliane dal sud del Libano, e la zona è ora sotto il controllo delle forze dell'Unifil, comandate dal generale italiano Claudio Graziano.

Da ApCom

24 novembre 2008

Impiccato imprenditore in Iran, per presunti contatti con Israele

ll Ministero dell’informazione iraniano ha comunicato oggi che Ali Ashtari, imprenditore iraniano di 43 anni è stato impiccato il 17 novembre.
Ashtari era stato condannato alla pena capitale lo scorso mese di giugno con l’accusa di essere una spia al soldo dei servizi segreti israeliani. “Ashtari era da tre anni una spia del Mossad, lo ha confessato lui stesso” ha fatto sapere la magistratura iraniana, la quale ha annunciato un’offensiva a tutto campo per combattere la fuga di informazioni verso Israele.
Le tensioni fra Iran ed Israele sono andate crescendo negli ultimi tre anni a causa del programma nucleare iraniano e delle dichiarazioni del presidente Mahmoud Ahmadinejad, secondo cui lo Stato di Israele finirà per essere cancellato dalla faccia della Terra.
Il quotidiano israeliano Yediot Ahoronot riporta che “secondo i servizi d’informazione, la possibilità di un attacco militare preventivo contro i siti nucleari iraniani è andata rinforzandosi dopo la pubblicazione, il 19 novembre, del rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica, la quale insiste sull’eventualità che l’Iran potrebbe già avere abbastanza uranio per fabbricare una bomba nucleare.
Un’operazione simile richiederebbe però l’accordo - almeno tacito - degli Stati Uniti, perché l’aviazione israeliana dovrebbe sorvolare lo spazio aereo iracheno, il quale è sotto il controllo degli americani – scrive ancora il quotidiano. La questione verrà discussa la prossima settima a Washington fra il premier Ehud Olmert e George Bush.

Da Ticino Libero

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