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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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Dai mass media italiani
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3 marzo 2017

L'unica via, al momento, pare sia la deterrenza

La diplomazia israelo-palestinese sfortunatamente coincide con quella che è la classica descrizione della pazzia: “Fare la stessa cosa ancora e ancora aspettandosi  di ottenere risultati diversi”. A discapito del loro fallimento, gli stessi presupposti – la terra in cambio della pace e la soluzione dei due stati – con l’onere principalmente sulle spalle di Israele, restano permanentemente dove sono. Decenni di quello che gli addetti ai lavori chiamano “il processo di pace” hanno lasciato le cose peggio di come erano al principio, ciò nonostante, le grandi potenze persistono, inviando un diplomatico dopo l’altro a Gerusalemme e a Ramallah, continuando a sperare che il prossimo turno di negoziazioni porterà a un elusivo punto di svolta. Il tempo è arrivato per un nuovo approccio, un ripensamento sostanziale del problema. Il fallimento della diplomazia israelo-palestinese dal 1993 a oggi, suggerisce questo approccio alternativo, con una enfasi sulla tenacia di Israele nel volere perseguire la vittoria. Ciò, paradossalmente, potrebbe essere di beneficio per i palestinesi e rinforzare il sostegno americano. Le differenze tra le fazioni palestinesi tendono a essere tattiche: interloquire con gli israeliani allo scopo di ottenere concessioni oppure no? Mahmoud Abbas rappresenta il primo atteggiamento e Khaled Mashal il secondo.

 

Le numerose fasi del conflitto hanno avuto poco impatto sugli obiettivi a lungo termine, mentre i negoziati formali (come gli Accordi di Oslo del 1993) hanno solo aumentato l’ostilità nei confronti dell’esistenza di Israele e sono dunque stati controproducenti. Il rifiuto palestinese o l’accettazione di Israele è binario: sì o no, senza vie di mezzo. Ciò rende un compromesso quasi impossibile perché la risoluzione esige che una parte abbandoni completamente il proprio obiettivo. O i palestinesi rinunciano al loro rifiuto lungo un secolo dello stato ebraico o i sionisti rinunciano al loro obiettivo lungo centocinquant’anni di avere uno stato nazionale. Qualsiasi altra cosa ad eccezione di questi due esiti rappresenta un accordo instabile il quale serve unicamente come premessa per una fase conflittuale.

 

La deterrenza, sarebbe a dire il convincere i palestinesi e le nazioni arabe ad accettare l’esistenza di Israele minacciando dolorose rappresaglie, è ciò che sottostà al formidabile primato di Israele fatto di visione strategica e arguzia tattica nel periodo dal 1948 al 1993. Lungo questo periodo, la deterrenza funzionò al punto che gli stati arabi nemici di Israele giunsero a vedere il paese in modo molto diverso alla sua fine. Nel 1948 gli stati invasori arabi si aspettavano di soffocare lo stato ebraico alla nascita, ma nel 1993 Arafat si sentì obbligato a firmare un accordo con il primo ministro israeliano.

 

Detto ciò, la deterrenza non ha esaurito il proprio compito. Pensatori e guerrieri nel corso delle diverse epoche si sono trovati d’accordo sull’importanza della vittoria come obiettivo del conflitto. Dwight D. Eisenhower disse: “In guerra non c’è alcun sostituto per la vittoria”. Il progresso tecnologico non ha modificato questa perenne verità umana. Come potrebbe Israele indurre i palestinesi ad abbandonare il rifiuto nei suoi confronti? Come antipasti, ecco un colorita esposizione di piani per terminare il conflitto a favore di Israele, apparsi nel corso dei decenni: il ritiro territoriale dalla West Bank o un compromesso territoriale al suo interno; trovare modi creativi di dividere il Monte del Tempio; sviluppare l’economia palestinese; incoraggiare un buon governo palestinese; raccogliere fondi internazionali (sul modello del Piano Marshall); l’unilateralismo (costruire un muro). Il problema è che nessuno di questi piani è indirizzato alla necessità di spezzare la volontà palestinese di combattere. Si tratta di gestire il conflitto, senza risolverlo, di aggirare la vittoria con un trucco. Così come sono falliti i negoziati di Oslo, fallirà qualsiasi altro schema che eviterà il duro lavoro di vincere.

 

L’andamento della storia suggerisce che Israele ha solo una opzione per conquistare l’accettazione palestinese: un ritorno alla sua vecchia politica di deterrenza, punendo i palestinesi quando aggrediscono. La deterrenza ammonta a più di un insieme di tattiche dure che ogni governo israeliano persegue, essa richiede politiche sistematiche che incoraggino i palestinesi ad accettare Israele e a scoraggiare il rifiuto nei suoi confronti. Richiede una strategia a lungo termine che promuova un ripensamento. Le risposte dipendono dalle circostanze specifiche.

 

Quelli che seguono sono solo alcuni suggerimenti ed esempi per Washington, i quali vanno dai più moderati ai più duri. Quando i “martiri” palestinesi causano danni materiali, le riparazioni devono essere pagate prelevando i soldi dai circa trecento milioni di dollari in tasse che il governo di Israele trasferisce ogni anno all’Autorità palestinese. Quando un aggressore palestinese viene ucciso, bisogna seppellire il suo corpo silenziosamente e in modo anonimo in un campo di sepoltura. Quando la leadership dell’Autorità palestinese incita alla violenza, bisogna impedire ai suoi rappresentanti di farvi ritorno dall’estero. Quando vengono assassinati degli israeliani bisogna espandere le cittadine ebraiche nella West Bank. Se la violenza prosegue, bisogna ridurre e poi bloccare del tutto l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità che Israele fornisce. Nel caso di colpi d’arma da fuoco, di bombardamenti e di razzi, bisogna occupare e controllare le aree dalle quali essi originano. Il vero processo di pace significa trovare modalità che obblighino i palestinesi a un ripensamento, rigettando il rifiuto di Israele, accettando gli ebrei, il sionismo e Israele. Quando un numero sufficiente di palestinesi avranno abbandonato il sogno di eliminare Israele, faranno le concessioni necessarie. Per terminare il conflitto, Israele deve convincere il cinquanta per cento dei palestinesi, se non più, che essi hanno perso.

Da Il Foglio



7 novembre 2016

La progressiva cancellazione di Israele e dell'ebraismo da parte del mondo soggiogato al ricatto arabo

Dopo il recente braccio di ferro per una controversa risoluzione su Gerusalemme, l'Unesco torna ad essere terreno di scontro fra israeliani e palestinesi.
    Secondo quanto riferito da radio Gerusalemme, la delegazione palestinese all'Unesco esige che Israele restituisca i Rotoli del Mar Morto scoperti nelle grotte di Qumran (deserto di Giudea) negli anni 1947-56. Sono stati trovati, ha aggiunto la delegazione, in terre palestinesi e rientrano nel retaggio storico dei palestinesi. Dopo la loro scoperta i Rotoli furono per lo più conservati nel Museo Rockefeller di Gerusalemme est, allora parte della Giordania; passarono sotto controllo israeliano in seguito alla Guerra dei sei giorni del 1967. L'ambasciatore israeliano all'Unesco Carmel Shamma ha-Cohen - che si trova a Gerusalemme per consultazioni dopo che Israele ha sospeso i rapporti con l'agenzia dell'Onu - ha replicato alla emittente che si tratta di una ''provocazione'' ed ha accusato i palestinesi di voler ''riscrivere la Storia''.

(Dall'Ansa)

La "controversa risoluzione dell'Unesco" in realtà non è altro che un cedimento al ricatto arabo palestinese mirante alla cancellazione culturale, storica e religiosa non solo dell'Ebraismo, ma anche del Cristianesimo tutto. Le famose "radici giudaico-cristiane" si stanno lentamente sgretolando sotto simili colpi (compreso quello dell'Ansa di attribuire falsamente il Museo Rockefeller alla "Gerusalemme Est" e omettere che all'epoca alcuni quartieri di Gerusalemme non erano "parte della Giordania", ma erano da essi occupati illegalmente in seguito ad una guerra di aggressione contro il neonato Stato di Israele) e non ci sarà da meravigliarsi se un giorno non lontano gli arabi rivendicheranno anche il Colosseo e la Bastiglia.

   

1 giugno 2015

Alla scoperta dell'altro volto di Israele

Scoprendo Israele” è l’evento con cui Cuveglio si avvicina al suo stato gemello nell’ambito del progetto 141Expo.

Promosso dal Comune e dal sindaco Giorgio Piccolo, l’evento è in programma per domenica 7 giugno, a partire dalle ore 18.00, nella Sala polivalente del Comune, in piazza Marconi, 1. Sarà possibile visitare una mostra fotografica e assistere alla proiezione del video “Israele Oggi” di Maurizio Raffaele Turchet, curatore del progetto europeo omonimo che si sviluppa nell’ambito delle iniziative dell’Associazione Amici d’Israele in collaborazione con le istituzioni.

Il progetto venne presentato nel 2008 al Museo Diocesano della Basilica di San Marco a Milano, in occasione del 60º anniversario dell’Indipendenza dello Stato d’Israele. Da allora sono seguiti altri viaggi di ricerca che hanno prodotto mostre, eventi e convegni volti a creare un ponte con questo paese, così vicino ma conosciuto per lo più attraverso stereotipi, rappresentato soprattutto nello scenario delle tensioni che scuotono il Medioriente e dalla sua immagine idealizzata di Terra Santa.

Invece, esiste un “altro” Israele, quello multietnico, multiculturale e multireligioso impegnato nella continua invenzione di relazioni e di coesistenza di stili di vita diversi e ricco di creatività che si manifesta in ogni settore culturale, medico, tecnologico e artistico. È il paese dalla duplice identità di Nazione giovane e antica Terra, testimone di una tradizione millenaria che si esprime in forme innovative nelle arti visive, nell’architettura e negli stili di vita.

All’iniziativa saranno presenti il Presidente dell’Associazione Amici d’Israele Eyal Mizrahi, l’Assessore della Cultura della Comunità Ebraica di Milano Davide Romano, la scrittrice Ariel Shimona Edith Besozzi, lo storico Demetrio Serraglia, l’Assessore alla Cultura di Cuveglio Marco Luca Bonvicini e il Consigliere Comunale Valentina Pizzo.

Sito ufficiale progetto Israele Oggi


Da Varese Oggi

E a proposito di Expo e Israele, un'altra innovazione in mostra a Milano è la coltura del mais in verticale

13 maggio 2015

Lea, italiana premiata in Israele



C’è un’italiana di 21 anni fra i soldati israeliani che vengono premiati oggi dal presidente Reuven Rivlin in una delle cerimonie più popolari dell’anniversario dell’Indipendenza.  

 

Arrivato a 67 anni dalla nascita, lo Stato ebraico si riconosce nei «militari eccellenti» scelti personalmente dal Capo dello Stato perché capaci di rappresentare «la voce di Israele» e Lea Calderoni ha saputo di essere stata prescelta solo pochi giorni fa. «Non me lo aspettavo e sono molto felice» ammette, raccontando la sua storia: nata a Roma, padre italiano e madre belga, studi al liceo scientifico e al termine una vacanza in Israele con il gruppo di volontari «Taglit». «Sono bastate poche settimane per innamorarmi di questo Paese, al termine della vacanza ho scelto di rimanere e fare l’aliya» ovvero diventare un’immigrata.  

 

Era il 2013 e «da nuova israeliana, come avviene per tutti, è arrivato quasi subito il momento di arruolarmi». I primi sei mesi di addestramento «sono stati difficili e al tempo stesso divertenti perché ero con ragazze tutte non israeliane e nessuno capiva bene i comandi degli ufficiali in ebraico».  

 

Integrazione  

Ma poi l’integrazione nei ranghi ha funzionato e «mi hanno designato "madricha” della Sar’el» ovvero istruttore della particolare unità dell’esercito che raccoglie i volontari giunti da ogni Paese del mondo. «Vengono per poche settimane o alcuni mesi, vogliono aiutare l’esercito e sono impiegati in mansioni logistiche o amministrative» spiega Lea, facendo come esempi «mettere in ordine i depositi o catalogare le scorte». «È un aiuto importante per Tzahal - aggiunge, parlando delle forze armate - perché consente di richiamare meno riservisti, facendoli rimanere nella vita civile, in famiglia e al lavoro».  

 

Non ebrei  

Ciò che ha subito colpito Lea è che «oltre il 20 per cento dei volontari stranieri non sono ebrei», vengono «da Stati Uniti, Canada, Sudamerica, Europa, India, Singapore» e «si sentono legati ad Israele per le ragioni più diverse, vogliono aiutare». Proprio con i non ebrei Lea ha debuttato come istruttore. «Era un gruppo di finlandesi ed olandesi, tutti cristiani, dai quali ho imparato molto in altruismo». Poi sono arrivati gli americani: «Un veterano dell’Afghanistan, 35 anni e senza gambe, che raccontava con il sorriso il trauma subito in guerra dando coraggio ai soldati nei momenti più delicati» e «un 70enne guru con il quale facevo yoga la mattina mentre mi spiegava le regole della vita».  

 

Le motivazioni  

La capacità di entrare in sintonia con tali e tante identità diverse dall’ebraismo laico romano da cui proviene hanno valso a Lea i gradi di caporale con tanto di lodi da parte degli ufficiali che, risalendo la catena di comando di Tzahal fino ai gradi più alti, sono arrivate sul tavolo di Rivlin per la designazione finale. Fra le qualità che più gli vengono riconosciute c’è «la capacità di sorridere e interagire con tutti» anche nelle situazioni più difficili, impreviste. Quasi un riconoscimento alle origini italiane. Non a caso nel giorno della premiazione tiene a dire, con una punta di orgoglio, «sono israeliana e mi sento al tempo stesso italiana per l’educazione che ho ricevuto, per ciò che ho potuto apprendere, per ciò che sono».


Da La Stampa

 

12 maggio 2014

L'assedio di Aleppo

Da domenica 4 maggio Aleppo, nel Nord della Siria, è senza acqua corrente a causa del blocco imposto da miliziani qaedisti e rischia una catastrofe umanitaria.
L'appello disperato per ripristinare il servizio idrico è arrivato via Skype. Le fonti sono alcuni attivisti che vivono ad Aleppo, i quali hanno precisato che alcuni gruppi di miliziani, tra cui i qaedisti della Jabhat an Nusra, hanno chiuso le condotte della centrale di distribuzione idrica situata nell'area di Suleiman al Halabi. «Il loro intento era quello di non far arrivare l'acqua ai quartieri occidentali, controllati dalle forze lealiste», ma «la chiusura parziale ha danneggiato l'intera rete di distribuzione, lasciando a secco gran parte della città».
I MILIZIANI HANNO SEQUESTRATO LA CENTRALE. I miliziani hanno inoltre impedito agli impiegati della società idrica locale di accedere alla centrale. «Senza gli esperti la rete idrica rischia di esser danneggiata in modo grave e di causare una catastrofe umanitaria», ha affermato dal canto suo l'organizzazione Madani, che ad Aleppo e in altre regioni della Siria ha l'obiettivo di «sostenere la società civile verso una transizione democratica».
SINTOMI DI MALATTIE. Testimonianze da Aleppo hanno descritto lunghe code di civili ai pozzi e alle fontane, per raccogliere acqua pulita. «Ci sono già sintomi di malattie causate dall'assenza di acqua o dal contatto con acqua inquinata», è scritto nel comunicato diffuso da Madani. «Con l'arrivo dell'estate il rischio è di un'epidemia di malattie cutanee», anche a causa della scarsità di medici e di cliniche attrezzate, in particolare nella zona orientale di Aleppo controllata dagli insorti.

Da Lettera 43

19 novembre 2013

Hamas vuole distruggere Israele, ma quando ha bisogno non esita a servirsene

La nipote del capo del governo di Hamas a Gaza, Ismayel Haniyeh, è stata ricoverata in Israele. La bambina è in condizioni critiche: soffre di una grave malattia gastrointestinale e sabato pomeriggio è stata portata nell'ospedale Petah Tikva a Tel Aviv. Dopo che i medici israeliani hanno stabilito che le sue possibilità di sopravvivenza sono nulle, la piccola è però tornata insieme alla mamma nella Striscia di Gaza. 

Il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth scrive che Amaal Haniyeh soffre di una grave infezione del sistema digestivo che ha attaccato il suo sistema nervoso e il suo cervello. Non era un segreto perché il figlio di Haniyeh, Abdessalam Haniyeh, sulla sua pagina Facebook, ha scritto "Fratelli cari, Amaal ha oltrepassato la linea verde (cioè la frontiera con Israele) e io prego Dio che l'aiuti e faccia guarire mia figlia, che si trova in una condizione di morte clinica".


Da Rai News 24

11 novembre 2013

E dopo l'esternazione di Berlusconi, i palestinesi...

''Settantacinque anni dopo la Notte dei Cristalli (scatenata in Germania contro gli ebrei,ndr) vediamo ancora svastiche e saluti nazisti nelle aree dell'Autorita'nazionale palestinese''. Ladenuncia e' giunta oggi dal premier israeliano Benyamin Netanyahu secondo cuisi tratta di un ''fenomeno'' da attribuirsi ''all'incitamento selvaggio''condotto contro lo Stato di Israele. ''Questo non e' il modo per raggiungere lapace'', ha osservato. 


14 ottobre 2013

70 anni dalla prima grande deportazione nazista da Roma

Furono 1.259 le persone della comunità ebraica romana (tra i quali 207 bambini, 363 uomini e 689 donne) rastrellate dai soldati tedeschi della Gestapo tra le 5,30 e le 14 di sabato 16 ottobre 1943 nel ghetto di Roma, tra Via del Portico d'Ottavia e le strade adiacenti. Una data che quest'anno assume un valore particolare per la ricorrenza dei 70 anni della razzia e per le polemiche seguite alla scelta dei far svolgere i funerali di Erich Priebke proprio il 16 ottobre. La scelta di quella particolare giornata, festiva per gli ebrei, fu fatta per sorprendere il maggior numero di persone, cosa che avvenne grazie all'impiego, in tutta Roma, di 365 uomini della polizia tedesca - di cui circa un centinaio nel solo ghetto - coordinati da 14 ufficiali e sottoufficiali.

Un certo numero di persone fu rilasciato perchè appartenente a famiglie stranieri con «sangue misto», ma tra le persone rastrellate 1.023 furono deportate ad Auschwitz, e soltanto 16 di loro scamparono alla morte (15 uomini e 1 donna, Settimia Spizzichino, che riuscì a sopravvivere alle torture di Bergen-Belsen). Le 1.259 persone catturate, di cui molte di loro ancora in pigiama, furono caricate su camion militari coperti da teloni e portati in maniera provvisoria presso il Collegio Militare di Palazzo Salviati in via della Lungara, dove rimasero per circa 30 ore, dopo essere stati separati per genere.

Tra questi figurava anche un neonato, partorito da Marcella Perugia il 17 ottobre. Duecentotrentasette prigionieri furono poi rilasciati in seguito al controllo sullo status dei prigionieri che li identificò come cittadini stranieri o appartenenti a famiglie «miste». Gli ebrei catturati vennero trasferiti alla stazione ferroviaria di Tiburtina e messi su un convoglio costituito da 18 carri merci, che partì alle 14 di lunedì 18 ottobre per giungere a Auschwitz alle ore 23 del 22 ottobre. Durante il viaggio due persone anziane morirono; un giovane invece - Lazzaro Sonnino - riuscì a fuggire a nord di Padova buttandosi dal convoglio in movimento.

Ad Auschwitz i deportati ebrei furono divisi in due file: da una parte 820 persone, valutate fisicamente non abili al lavoro, e dall'altra 154 uomini e 47 donne, giudicati fisicamente idonei. Il drappello degli 820 finì immediatamente nelle camere a gas del campo di sterminio dove furono uccisi con l'espediente delle «docce». L'altro gruppo fu invece smistato e inviato in altri campi di sterminio.


Da Il Messaggero


Quanto a Pribke, che il suo nome possa essere cancellato per sempre, dovrebbe, secondo me, essere cremato e le sue ceneri sparse nel vento di qualche isola deserta, lontana da qualsiasi continente

23 settembre 2013

Israele (e il mondo) sotto attacco islamista

Due ragazzi uccisi  (di cui uno precedentemente rapito, approfittando della sua fiducia giovanile) in due giorni, la strage in Kenya (oltre alle varie guerre interne fratricide: dalla Libia alla Siria, passando per Egitto, Libano, ecc. ecc.), le minacce di Hamas e quelle iraniane. Un cocktail esplosivo in cui non manca proprio nulla:

Il movimento islamico palestinese di Hamas ha annunciato di essere sull'orlo di una nuova Intifada contro Israele, la terza. In un messaggio postato di Facebook, intatti, il numero due dell'ufficio politico di Hamas Moussa Abu Marzouk ha scritto che ''siamo di fronte al fallimento politico delll'Autorita' (nazionale, ndr) Palestinese (l'Anp, ndr) e all'inizio di una nuova Intifada popolare contro Israele''. In merito al piano di pace tra israeliani e palestinesi ripreso ad agosto dopo tre anni di stallo e con la mediazione degli Stati Uniti, il funzionario di Hamas afferma: ''il piano economico da 4 milioni di dollari di John Kerry non ci togliera' dai guai''.
Marzouk ha quindi fatto riferimento alle recenti operazioni nei campi profughi di Qalandiya e Jenin costati la vita a cittadini palestinesi, alle manifestazioni contro le forze di sicurezza palestinesi e alla ripresa dei colloqui di pace con Israele.Vari gruppi palestinesi hanno inoltre convocato per venerdì una ''giornata della rabbia'' in occasione del 13esimo anniversario dell'Intifada di Al-Aqsa.


Da AdnKronos


L'Iran ha presentato 30 missili balistici di tipo Sejil e Ghadr con una gittata di 2.000
chilometri durante una parata militare annuale. Già in passato era stato segnalato che esperti occidentali ritengono che l'Iran disponesse di almeno diverse decine di missili balistici a medio raggio (1.000-3.000 chilometri) Shahab 3 et Sejil 2 capaci di colpire Israele od obiettivi americani in Medio Oriente. Intanto il presidente Hassan Rohani si rivolge a Stati Uniti ed Europa. 

"L'Occidente - ha detto il presidente iraniano Hassan Rohani - deve riconoscere tutti i diritti della nazione iraniana, inclusi quelli al nucleare e all'arricchimento dell'uranio sul suo territorio nel quadro delle regole internazionali".

 
Da Repubblica

E mentre succede tutto questo, tutti gli altri Stati, USA compresi, restano a guardare. Impotenti, quando non indifferenti o addirittura compiacenti.
L'unica consolazione è che gli israeliani sanno difendersi da soli (più o meno) e che sanno fin troppo bene che sul resto del mondo, ahinoi, non ci si può affatto contare...

21 agosto 2013

Hamas a Gaza: fra apartheid e condanne a morte

Gaza – Al-ManarNon possono più crescere insieme. Da oggi nemmeno studiare insieme. Separati per decreto. Un decreto firmato Hamas. Il Ministero dell’Educazione di Hamas separa gli studenti gazawi. Nei giorni scorsi è stata pubblicata una nuova legge che vieta a insegnanti maschi di lavorare in scuole femminili e che introduce classi separate per genere a partire dall’età di nove anni.

 La nuova normativa entrerà in vigore all’inizio del prossimo anno scolastico e sarà applicata a tutti gli istituti scolastici della Striscia di Gaza, comprese le scuole gestite dalle Nazioni Unite, gli istituti cattolici e quelli privati dove le classi sono miste fino alle superiori. L’articolo 46 della nuova legge “proibisce” la mescolanza degli studenti dei due sessi dall’età di nove anni, e opera per “femminilizzare” le scuole per ragazze.

La nuova legge sull’istruzione proibisce anche “di ricevere regali o aiuti volti alla normalizzazione delle relazioni con l’occupazione sionista”.

L’esperto legale del Ministero, Waleed Mezher in un’intervista dichiara di “Non voler convertire nessuno all’Islam, e di stare solo preservando il proprio popolo e la sua cultura”. Da tempo Hamas è impegnata nella trasformazione della società gazawi: dal 2007, quando il movimento islamista è salito al potere nell’enclave, separandola di fatto dalla Cisgiordania, sono state prese misure e approvate leggi volte ad applicare la legge religiosa nella gestione della vita sociale ed economica di Gaza.

La questione che terrorizza – come dichiara Zeinab al-Ghoneimi, attivista per i diritti delle donne nella Striscia- è che dire che la precedente legge sulla scuola non rispettava la tradizione della comunità sia un insulto”. “Non stiamo combattendo l’occupazione israeliana per veder nascere il regime della “sharia””, (la legge islamica, ndr), ritiene studentessa di Gaza City. Una denuncia condivisa da tante altre ragazze e ragazzi di Gaza, quelli che, sfidando la polizia di Hamas, avevano manifestato, agli albori della Primavera araba, a sostegno dei “fratelli e sorelle di Tunisi e del Cairo”. “Sono fondamentalisti che credono che l’Islam dica che le donne dovrebbero stare a casa e non uscire senza l’hijab”, rilancia Hala Qishawi, direttore del Centro per gli affari delle donne a Gaza .

Quello che preoccupa è che l’applicazione di queste restrizioni islamiche sulle donne sembra essere diventata una priorità”.  A pochi kilometri di distanza dalla nostra realtà, ha luogo una deriva integralista che rende ancora più opprimente la vita in quella prigione a cielo aperto chiamata Gaza. Bisognerebbe sensibilizzare tutte le istituzioni internazionali e locali e cercare di impedire un regresso dannoso e pericoloso per le donne e per le nuove generazioni di Gaza, quindi per la popolazione nel suo insieme.

Da LadyO




Da diversi giorni ormai i tribunali penali di Hamas hanno emesso oltre quaranta condanne a morte in occasione della fine del mese sacro islamico. In maggioranza si tratta di palestinesi accusati di collaborazionismo con Israele, negli altri casi dovrebbero essere autori di reati comuni.

Il governo di Gaza ha dichiarato che le condanne costituiscono un monito per i futuri criminali che infrangeranno la legge di Hamas. Per questo le esecuzioni dovrebbero avvenire in pubbliche piazze ma ragioni di opportunità mediatica, specialmente per i riflessi negativi all’estero (anche se media e pacifisti occidentali sono interessati solo se ci sono di mezzo gli israeliani) consiglierebbero di evitare che i condannati vengano giustiziati in pubblico.

Solitamente molte confessioni di collaborazionismo con il nemico avvengono sotto tortura e senza l’assistenza di un avvocato difensore che ha modo di conoscere il suo assistito solo in occasione della lettura del verdetto finale. Secondo Amnesty International la tortura e la falsificazione delle prove costituiscono la base del sistema penale giudiziario palestinese, sia a Gaza sia in Cisgiordania.


Da Giustizia Giusta

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