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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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3 marzo 2017

L'unica via, al momento, pare sia la deterrenza

La diplomazia israelo-palestinese sfortunatamente coincide con quella che è la classica descrizione della pazzia: “Fare la stessa cosa ancora e ancora aspettandosi  di ottenere risultati diversi”. A discapito del loro fallimento, gli stessi presupposti – la terra in cambio della pace e la soluzione dei due stati – con l’onere principalmente sulle spalle di Israele, restano permanentemente dove sono. Decenni di quello che gli addetti ai lavori chiamano “il processo di pace” hanno lasciato le cose peggio di come erano al principio, ciò nonostante, le grandi potenze persistono, inviando un diplomatico dopo l’altro a Gerusalemme e a Ramallah, continuando a sperare che il prossimo turno di negoziazioni porterà a un elusivo punto di svolta. Il tempo è arrivato per un nuovo approccio, un ripensamento sostanziale del problema. Il fallimento della diplomazia israelo-palestinese dal 1993 a oggi, suggerisce questo approccio alternativo, con una enfasi sulla tenacia di Israele nel volere perseguire la vittoria. Ciò, paradossalmente, potrebbe essere di beneficio per i palestinesi e rinforzare il sostegno americano. Le differenze tra le fazioni palestinesi tendono a essere tattiche: interloquire con gli israeliani allo scopo di ottenere concessioni oppure no? Mahmoud Abbas rappresenta il primo atteggiamento e Khaled Mashal il secondo.

 

Le numerose fasi del conflitto hanno avuto poco impatto sugli obiettivi a lungo termine, mentre i negoziati formali (come gli Accordi di Oslo del 1993) hanno solo aumentato l’ostilità nei confronti dell’esistenza di Israele e sono dunque stati controproducenti. Il rifiuto palestinese o l’accettazione di Israele è binario: sì o no, senza vie di mezzo. Ciò rende un compromesso quasi impossibile perché la risoluzione esige che una parte abbandoni completamente il proprio obiettivo. O i palestinesi rinunciano al loro rifiuto lungo un secolo dello stato ebraico o i sionisti rinunciano al loro obiettivo lungo centocinquant’anni di avere uno stato nazionale. Qualsiasi altra cosa ad eccezione di questi due esiti rappresenta un accordo instabile il quale serve unicamente come premessa per una fase conflittuale.

 

La deterrenza, sarebbe a dire il convincere i palestinesi e le nazioni arabe ad accettare l’esistenza di Israele minacciando dolorose rappresaglie, è ciò che sottostà al formidabile primato di Israele fatto di visione strategica e arguzia tattica nel periodo dal 1948 al 1993. Lungo questo periodo, la deterrenza funzionò al punto che gli stati arabi nemici di Israele giunsero a vedere il paese in modo molto diverso alla sua fine. Nel 1948 gli stati invasori arabi si aspettavano di soffocare lo stato ebraico alla nascita, ma nel 1993 Arafat si sentì obbligato a firmare un accordo con il primo ministro israeliano.

 

Detto ciò, la deterrenza non ha esaurito il proprio compito. Pensatori e guerrieri nel corso delle diverse epoche si sono trovati d’accordo sull’importanza della vittoria come obiettivo del conflitto. Dwight D. Eisenhower disse: “In guerra non c’è alcun sostituto per la vittoria”. Il progresso tecnologico non ha modificato questa perenne verità umana. Come potrebbe Israele indurre i palestinesi ad abbandonare il rifiuto nei suoi confronti? Come antipasti, ecco un colorita esposizione di piani per terminare il conflitto a favore di Israele, apparsi nel corso dei decenni: il ritiro territoriale dalla West Bank o un compromesso territoriale al suo interno; trovare modi creativi di dividere il Monte del Tempio; sviluppare l’economia palestinese; incoraggiare un buon governo palestinese; raccogliere fondi internazionali (sul modello del Piano Marshall); l’unilateralismo (costruire un muro). Il problema è che nessuno di questi piani è indirizzato alla necessità di spezzare la volontà palestinese di combattere. Si tratta di gestire il conflitto, senza risolverlo, di aggirare la vittoria con un trucco. Così come sono falliti i negoziati di Oslo, fallirà qualsiasi altro schema che eviterà il duro lavoro di vincere.

 

L’andamento della storia suggerisce che Israele ha solo una opzione per conquistare l’accettazione palestinese: un ritorno alla sua vecchia politica di deterrenza, punendo i palestinesi quando aggrediscono. La deterrenza ammonta a più di un insieme di tattiche dure che ogni governo israeliano persegue, essa richiede politiche sistematiche che incoraggino i palestinesi ad accettare Israele e a scoraggiare il rifiuto nei suoi confronti. Richiede una strategia a lungo termine che promuova un ripensamento. Le risposte dipendono dalle circostanze specifiche.

 

Quelli che seguono sono solo alcuni suggerimenti ed esempi per Washington, i quali vanno dai più moderati ai più duri. Quando i “martiri” palestinesi causano danni materiali, le riparazioni devono essere pagate prelevando i soldi dai circa trecento milioni di dollari in tasse che il governo di Israele trasferisce ogni anno all’Autorità palestinese. Quando un aggressore palestinese viene ucciso, bisogna seppellire il suo corpo silenziosamente e in modo anonimo in un campo di sepoltura. Quando la leadership dell’Autorità palestinese incita alla violenza, bisogna impedire ai suoi rappresentanti di farvi ritorno dall’estero. Quando vengono assassinati degli israeliani bisogna espandere le cittadine ebraiche nella West Bank. Se la violenza prosegue, bisogna ridurre e poi bloccare del tutto l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità che Israele fornisce. Nel caso di colpi d’arma da fuoco, di bombardamenti e di razzi, bisogna occupare e controllare le aree dalle quali essi originano. Il vero processo di pace significa trovare modalità che obblighino i palestinesi a un ripensamento, rigettando il rifiuto di Israele, accettando gli ebrei, il sionismo e Israele. Quando un numero sufficiente di palestinesi avranno abbandonato il sogno di eliminare Israele, faranno le concessioni necessarie. Per terminare il conflitto, Israele deve convincere il cinquanta per cento dei palestinesi, se non più, che essi hanno perso.

Da Il Foglio



24 giugno 2015

Paradossi

I boicottatori anti-israeliani (ma ancora più anti-palestinesi) sono talmente incoerenti che non solo sono i primi acquirenti dei prodotti contro cui lanciano violente campagne (antisemite, si può dire?), ma ottengono anche gli effetti contrari.



(Presa da qui)

11 novembre 2013

E dopo l'esternazione di Berlusconi, i palestinesi...

''Settantacinque anni dopo la Notte dei Cristalli (scatenata in Germania contro gli ebrei,ndr) vediamo ancora svastiche e saluti nazisti nelle aree dell'Autorita'nazionale palestinese''. Ladenuncia e' giunta oggi dal premier israeliano Benyamin Netanyahu secondo cuisi tratta di un ''fenomeno'' da attribuirsi ''all'incitamento selvaggio''condotto contro lo Stato di Israele. ''Questo non e' il modo per raggiungere lapace'', ha osservato. 


23 settembre 2013

Israele (e il mondo) sotto attacco islamista

Due ragazzi uccisi  (di cui uno precedentemente rapito, approfittando della sua fiducia giovanile) in due giorni, la strage in Kenya (oltre alle varie guerre interne fratricide: dalla Libia alla Siria, passando per Egitto, Libano, ecc. ecc.), le minacce di Hamas e quelle iraniane. Un cocktail esplosivo in cui non manca proprio nulla:

Il movimento islamico palestinese di Hamas ha annunciato di essere sull'orlo di una nuova Intifada contro Israele, la terza. In un messaggio postato di Facebook, intatti, il numero due dell'ufficio politico di Hamas Moussa Abu Marzouk ha scritto che ''siamo di fronte al fallimento politico delll'Autorita' (nazionale, ndr) Palestinese (l'Anp, ndr) e all'inizio di una nuova Intifada popolare contro Israele''. In merito al piano di pace tra israeliani e palestinesi ripreso ad agosto dopo tre anni di stallo e con la mediazione degli Stati Uniti, il funzionario di Hamas afferma: ''il piano economico da 4 milioni di dollari di John Kerry non ci togliera' dai guai''.
Marzouk ha quindi fatto riferimento alle recenti operazioni nei campi profughi di Qalandiya e Jenin costati la vita a cittadini palestinesi, alle manifestazioni contro le forze di sicurezza palestinesi e alla ripresa dei colloqui di pace con Israele.Vari gruppi palestinesi hanno inoltre convocato per venerdì una ''giornata della rabbia'' in occasione del 13esimo anniversario dell'Intifada di Al-Aqsa.


Da AdnKronos


L'Iran ha presentato 30 missili balistici di tipo Sejil e Ghadr con una gittata di 2.000
chilometri durante una parata militare annuale. Già in passato era stato segnalato che esperti occidentali ritengono che l'Iran disponesse di almeno diverse decine di missili balistici a medio raggio (1.000-3.000 chilometri) Shahab 3 et Sejil 2 capaci di colpire Israele od obiettivi americani in Medio Oriente. Intanto il presidente Hassan Rohani si rivolge a Stati Uniti ed Europa. 

"L'Occidente - ha detto il presidente iraniano Hassan Rohani - deve riconoscere tutti i diritti della nazione iraniana, inclusi quelli al nucleare e all'arricchimento dell'uranio sul suo territorio nel quadro delle regole internazionali".

 
Da Repubblica

E mentre succede tutto questo, tutti gli altri Stati, USA compresi, restano a guardare. Impotenti, quando non indifferenti o addirittura compiacenti.
L'unica consolazione è che gli israeliani sanno difendersi da soli (più o meno) e che sanno fin troppo bene che sul resto del mondo, ahinoi, non ci si può affatto contare...

6 marzo 2013

Effetti della propaganda d'odio a tutti i costi

Una compagnia israeliana di trasporti pubblici ha deciso di migliorare il servizio a favore della popolazione palestinese che abita nei territori di Giudea e Samaria (contesi, amministrati, "occupati" - dall'Autorità Palestinese? - ecc.) e che lavora nelle città israeliane.

In una situazione normale i beneficiati ed eventualmente i loro sostenitori, i mass media, ecc. apprezzerebbero il gesto. Visto, però, che Israele è considerato il Paese degli ebrei, perfino il potenziamento di un servizio è visto come un gesto negativo da condannare. Forse le persone di cui sopra preferirebbero continuare a perdere diverse ore in più tutti i giorni?


Le site d’opinion Rue 89 a publié dimanche 3 mars un article intitulé "Des bus « Only Arabes » dès lundi en Israël".

Il s’agit en fait d’un mini-article rédigé en simple dépêche avec un lien vers un article d’Haaretz.

On peut y lire : "A partir de lundi, plusieurs lignes de bus reliant la Cisjordanie et la bande de Gaza au centre d’Israël sépareront leurs passagers juifs et arabes. Concrètement, la compagnie Afikim interdira aux Arabes de monter dans certains bus réservés aux Juifs. Haaretz relève que les autorités publiques ne parlent pas « officiellement » de ségrégation.

En novembre dernier, le quotidien rapportait déjà que le ministre des Transports étudiait un projet similaire, sous la pression de représentants de colonies qui se plaignaient que les Palestiniens empruntant leurs bus représentaient un danger." (Rue 89)

Cette dépêche est un exemple parfait du type de désinformation qu’on peut lire chaque jour dans la presse francophone, reprenant et vulgarisant des informations qui viennent d’Israël sans avoir une connaissance précise du sujet.

C’est aussi un exemple de déformation de l’information et une marque de la volonté du magazine en ligne d’accabler une fois de plus Israël en confortant ses lecteurs les plus fidèles sans doute persuadés qu’Israël est un vilain Etat fasciste et ségrégationniste, un Etat raciste qui insulte chaque jour l’ensemble des pays de peuplement arabe par son comportement et porte atteinte par sa simple présence, illégitime en "terre" baptisée "arabe", à la frustration incontestable et honorable de la grande nation arabe.

Il convient toutefois de relever un certain nombre d’erreurs et d’imprécisions, contenues dans la dépêche de Rue 89 mais aussi dans l’article d’origine d’Haaretz.

Il faut noter premièrement qu’il ne s’agit pas de bus "reliant la Cisjordanie et la bande de Gaza au centre d’Israël" mais reliant des villes de Judée ou de Samarie, qu’on appelle aussi Cisjordanie, au centre d’Israël.

Le fait d’avoir écrit "bande de Gaza" peut laisser perplexe puisque le même magazine et ses compagnons idéologiques dénoncent à longueur de journée un "blocus de Gaza" par Israël.

Or, premièrement il s’agit concrètement d’une frontière, et deuxièmement aucun juif n’habite plus la bande de Gaza depuis 2005, donc on ne voit pas quel bus pourrait être séparé.

En outre, il n’y a plus à notre connaissance, sauf exception, de travailleurs arabes provenant de la Bande de Gaza.

Israël laisse passer des marchandises vers Gaza et dans l’autre sens, principalement des personnes malades qui sont sauvées dans les hôpitaux israéliens.

Ce qui constitue une faveur d’Israël envers un territoire autonome qui lui fait la guerre, qu’il continue à assister alors même que les Gazaouis pourraient déclarer leur indépendance et en jouir.

L’article d’Haaretz ne mentionne pas la bande de Gaza car elle n’est pas en question. Il ne parle que de localités de Judée-Samarie. Pourquoi Rue 89 a-t-il ajouté la bande de Gaza ? Propagande ou simple ignorance géographique de l’auteur ?

Deuxièmement il faut également souligner qu’il ne s’agit pas de bus transportant des voyageurs qui viennent se balader dans le centre d’Israël, il s’agit de travailleurs arabes, qui n’ont pas la nationalité israélienne, mais qu’Israël autorise à venir travailler au-delà de ce qu’on nomme la ligne verte.

La vidéo mise en ligne par Haaretz est en outre réalisée par Kav laoved, le service de défense des travailleurs étrangers en Israël, qui procure à des personnes non citoyennes, un service auquel des citoyens n’ont souvent pas accès ou pas connaissance.

Un service très orienté idéologiquement.

Par ailleurs, il faut bien comprendre qu’en cas de création d’un Etat arabe en Judée-Samarie, le nouvel Etat sera doté de frontières que les résidents devront franchir avec une autorisation, comme un visa. Israël peut tout à fait les refuser, de la même façon qu’un Israélien doit avoir un visa pour se rendre aux Etats-Unis.

On ne peut pas à la fois réclamer un Etat et, dans le même temps, se plaindre du mur ou des check-points. Au contraire, ce sont des pré-frontières qu’Israël a lui-même mis en place.

On commence là à percevoir que la situation de conflit dans laquelle se trouve Israël avec les territoires disputés et les résidents arabes et juifs, est un peu plus complexe que celle qu’on connaît en Europe de l’ouest et dans l’espace Schengen ou qu’une simple histoire de méchante ségrégation du vilain Etat hébreu contre les gentils résidents arabes et une Autorité arabo-palestiniste dont on attend toujours qu’elle fasse preuve de démocratie.

Troisièmement, Haaretz et un article du Times of Israel rappellent que cette question a été soulevée car les bus étaient trop encombrés. Or les travailleurs arabes qui vivent en Judée et en Samarie ne vont pas jusqu’au bout de la ligne, par exemple à Ariel dans la vidéo, où ils n’habitent pas et où ils ne seront pas autorisés à entrer sans autorisation pour raisons de sécurité.

Il faut connaître le système infernal des bus en Israël pour comprendre quelle peut être la différence entre un bus qui va joindre Tel Aviv à Ariel directement et un bus qui va s’arrêter à chaque village et dont il faudra vérifier l’identité de chacun.

Le ministère des transports a par ailleurs indiqué dans un communiqué que "les nouvelles lignes d’autobus ont été mises en place en raison de l’augmentation du nombre de permis de travail prévus pour les [travailleurs arabes des territoires], qui sont autorisés à travailler en Israël".

Ces bus ont aussi été mis en place pour tenter de stopper le développement des mini-bus illégaux qui facturaient leurs trajets à des prix trop élevés aux travailleurs arabes des territoires disputés.

"Les deux nouvelles lignes qui seront mises en place dès demain (lundi), cite Haaretz, visent à améliorer les services aux travailleurs qui entrent en Israël via la traversée Eyal" poursuit la déclaration du ministère des transports, ajoutant que les nouvelles lignes remplaceront les lignes "pirates" qui les transportent" à des prix exorbitants et de façon irrégulière."

Ceux dont il est question à la fin de la vidéo.

Quatrièmement, on ne peut traiter la question en faisant comme s’il n’y avait pas déjà eu des problèmes de sécurité entre les passagers à l’intérieur des bus.

Ces problèmes de sécurités sont intervenus en grande partie parce que les passagers qui disposent de la nationalité israélienne devaient attendre des heures la vérification de l’identité des passagers non israéliens aux points de contrôles.

Le bus passant un point de contrôle, un bus dont l’identité est contrôlée à la montée et qui ne contient que des Israéliens, ira plus vite qu’un bus rempli de travailleurs non Israéliens dont il faut vérifier l’identité aux check points.

Il faudrait quand même ne pas perdre le sens de la raison : est-ce de la ségrégation lorsque dans les aéroports, il existe deux files d’attente, l’une pour les personnes ayant un passeport israélien et une autre pour les autres, de la même façon qu’il existe une file d’attente pour les passeports de l’Union européenne et une file pour les autres dans un aéroport situé dans l’Union européenne ?

Ceci nous amène à notre cinquième point, celui de l’abus de langage utilisé à la fois par Rue 89 mais aussi par négligence et manque de scientificité par Haaretz. Rue 89 titre "Des Bus "Only Arabes"", seulement Arabes, mais parlent ensuite de "Palestiniens".

Il ne s’agit pas ici d’une question de racisme ou d’ethnie, mais d’une question de nationalité, qui pose des problèmes de contrôle, d’identification et donc de temps d’attente.

Il est particulièrement intéressant de remarquer sémantiquement parlant, la façon dont les résidents arabes de Judée-Samarie sont appelés "Arabes" quand il le faut, mais deviennent des "Palestiniens" avec un grand "P" quand il le faut.

Ce manque de clarté sémantique ne date toutefois malheureusement pas d’hier. Il faut remonter à la création de l’Etat d’Israël puis à la fin des années 50 pour comprendre le déplacement et l’escroquerie sémantiques construites entre les années 50 et 70 par les groupes terroristes arabes et leurs supports, pour mieux le comprendre.

On ne pourra ici entrer dans les détails (nous recommandons en revanche notre article académique qui fait le point sur ces questions sémantiques, Israël et les intellectuels, 1967-1982).

On voit néanmoins qu’il existe une grande différence entre une ségrégation ethnique qui consisterait à séparer les Israéliens arabes et les Israéliens juifs à l’intérieur du petit Israël, et les questions plus complexes qui se posent dans la situation actuelle, situation complexe d’un statu quo où il existe un processus de paix contestable mais pas de paix.

Misha Uzan - JForum / Correspondant spécial en Israël


17 gennaio 2013

Lettera aperta (e censurata) al sindaco di Udine

Egregio sig. Sindaco,

E’ passato un anno esatto e ci ritroviamo esattamente nella stessa situazione che si era creata con il convegno sull'acqua in Palestina del Gennaio 2012, con da una parte lei e i suoi assessori che danno le chiavi della città ai denigratori di Israele e noi dall'altra a protestare per come le cose vengono portate avanti.
In verità ci aspettavamo, soprattutto dopo le polemiche dello scorso anno, un comportamento più consono da parte delle autorità municipali di Udine, invece, purtroppo, il copione si ripete e noi ci troviamo, nostro malgrado, a doverle scrivere a mezzo di questa lettera aperta il nostro completo disaccordo su come vengono gestite le cose, prima fra tutte la mancanza di un contraddittorio che faccia diventare il momento di confronto e non di pura propaganda per una delle parti in causa e di delegittimazione per l’altra.
Innanzitutto abbiamo notato che questi ‘seminari’ vengono immancabilmente organizzati in date molto vicine al 27 gennaio, data che ricorda la Shoà e l’olocausto del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale.
Una volta può essere un caso, due volte di seguito fanno venire il dubbio che ci sia l’intenzione di infangare gli ebrei vivi che si difendono, prima di commemorare quelli morti perché non si sono difesi.
Oppure che si debba dare in anticipo un compenso agli arabi palestinesi per le commemorazioni che verranno poi fatte di lì a poco.
In tutti e due i casi, se lo lasci dire, la cosa è sgradevole e senza senso.
Nei siti delle organizzazioni dell’evento contro la “barriera della vergogna” si legge che in Israele è in atto uno stato di apartheid. 
Non bisogna essere particolarmente informati per capire che questa cosa è un falso e se a dirlo è la propaganda araba è un conto, ma se la stessa cosa viene ripetuta da organizzazioni italiane che hanno anche il patrocinio da parte del Comune che lei presiede, la cosa diventa grave al punto da essere da noi considerata come un vero e proprio atto di diffamazione.
Come è diffamazione, se lo lasci dire, quello che viene generalmente detto e ripetuto e cioè che gli israeliani di oggi si comportano come i nazisti, che gli allievi hanno imparato dai maestri e ora usano ciò che hanno imparato sui palestinesi, oppure che Israele abbia eseguito nei confronti degli arabi una pulizia etnica.
Siamo sicuri che lei converrà con noi che questi sono falsi montati a tavolino da persone che risponderanno del loro operato davanti alla storia.
Possiamo assicurarle, caro Signor Sindaco, che il governo dello stato di Israele non ha mai costruito né in Cisgiordania, né a Gaza, né in nessun altro luogo dei campi di sterminio con camere a gas e forni crematori e che nessun arabo palestinese è mai stato gasato e cremato da mani ebraiche o israeliane.
Possiamo assicurarle che la popolazione araba israeliana, che conta oltre un milione e cinquecentomila anime, vive in Israele in un regime di democrazia molto più sviluppato di molte altre democrazie europee, in un livello economico superiore a quello della quasi totalità delle altre popolazioni arabe al mondo, che gode di ogni tipo di assistenza sociale, medica e pieni diritti politici e, per finire, la stampa israeliana in lingua araba è l’unica stampa araba al mondo non soggetta a censure governative.
Detto questo vogliamo mettere l’accento sul fatto che la barriera difensiva costruita sul confine fra Israele e la West Bank ha, di fatto, azzerato gli attentati terroristici che hanno insanguinato lo Stato Ebraico negli ultimi anni e quella difesa statica ha salvato decine e decine di vite umane sia da una parte che dall’altra. 
Chi lo chiama muro della vergogna si dovrebbe vergognare perché senza di esso assisteremmo a una catena di attentati sanguinari con vittime e feriti e ritorsioni con altre vittime e altri feriti.
E’ passato un anno Caro Sindaco, e in questo anno sono successe moltissime cose, e ci riferiamo soprattutto alla rivolta in Siria, a poche decine di chilometri in linea d’aria da Israele, dalla Cisgiordania o da Gaza, dove a tutt'oggi sono state uccise dall'esercito siriano e dai rivoltosi, secondo stime al ribasso, circa 85.000 persone, fra cui molti bambini e civili, e fra loro anche palestinesi.
Eppure non abbiamo visto grandi articoli sui giornali come quelli che svolazzano nelle prime pagine quando Israele, sempre colpevole, anche quando attaccata, è in qualche modo coinvolta.
Quando muore qualche palestinese e non nel conflitto con Israele, la cosa sembra non interessare a nessuno.
Egregio sig. Sindaco, 85.000 persone sono state massacrate in Siria, ci sono testimonianze fotografiche raccapriccianti, e nessuno ne parla o se lo fa è in sordina.
Non le sembra che questo doveva essere un tema urgente e grave da affrontare anziché replicare la tre giorni del 2012 contro Israele? Lei e la sua giunta avete dato la vostra adesione a delle organizzazioni che sanno muoversi solamente per i palestinesi che hanno a che fare con Israele ma che si disinteressano degli altri che hanno più bisogno e che sono in piena emergenza.
Le chiediamo: è sicuro di aver fatto la scelta giusta? Non lo so a lei, ma a noi questa storia puzza di ipocrisia e antisemitismo della più bassa lega.

Con osservanza


Michael Sfaradi

Scrittore e giornalista Free Lancer della Tel Aviv Journalist Association

3 dicembre 2012

Sull'ultima risoluzione Onu

Lo scorso aprile l’Autorità nazionale palestinese ha chiesto al Tribunale penale internazionale dell’Aia, che ha appena festeggiato i dieci anni di attività, di indagare i “crimini di guerra” israeliani. La risposta del procuratore, l’argentino Luis Moreno-Ocampo, è stata, per questa volta, negativa: “Soltanto gli stati membri sono ammessi”. Con il possibile ingresso della Palestina alle Nazioni Unite, invece, Israele rischia di essere trascinato in tribunale come criminale di guerra. E’ questa la principale preoccupazione della diplomazia di Gerusalemme a ridosso del voto sulla risoluzione, previsto per domani, che aprirebbe all’ingresso al Palazzo di vetro dello stato palestinese. La Francia ieri ha dichiarato, per bocca del suo ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che dirà “sì” al voto sulla richiesta del rais palestinese, Abu Mazen, di ottenere il “non member status” alle Nazioni Unite, un passo decisivo per il riconoscimento dello stato. Fabius è da sempre un sostenitore della causa palestinese, ma finora Parigi aveva detto di volersi astenere e di preferire un ritorno al negoziato. Ora la Francia è diventata il primo grande paese europeo a dichiarare il sostegno completo al voto: la sua posizione è stata criticata ieri sera esplicitamente dal dipartimento di stato americano. Anche Londra è propensa per il “sì”, come ha lasciato intendere il ministro degli Esteri, William Hague, lunedì sera dopo una conversazione con Abu Mazen, anche se ufficialmente non è stata presa alcuna decisione. Secondo il Financial Times il consenso sarà definitivo a tre condizioni: che i palestinesi non usino la risoluzione per entrare nella Corte dell’Aia (condizione dirimente per Israele); che Abu Mazen si impegni a tornare al negoziato con Israele; che la risoluzione non sia utilizzata per chiedere una membership completa al Consiglio di sicurezza. Mentre anche la Spagna ha annunciato il “sì” alla risoluzione, la Farnesina fa sapere che “deciderà” in accordo con l’Ue, ma “al momento non è stata ancora presa alcuna decisione”. Ieri ci sono state consultazioni tra i ministri dell’Ue per definire una linea comune, nonostante la Francia si sia già espressa e Londra stia valutando il da farsi con i suoi interlocutori in medio oriente. I palestinesi intanto lavorano ai loro progetti: dal 2009 hanno riconosciuto in modo unilaterale la giurisdizione della Corte dell’Aia, con l’obiettivo di incriminare Israele per i “targeted killing”, gli omicidi mirati dei capi del terrorismo. La Corte dell’Aia considera le uccisioni extragiudiziali “illegali”. Molti gli ufficiali israeliani nel mirino dell’Aia, come il colonnello David Benjamin: il procuratore Ocampo ha minacciato un’inchiesta su di lui. I palestinesi all’Aia hanno un alleato importante nel giudice Richard Goldstone, che ha posto il proprio nome come sigillo nel controverso rapporto che all’Onu ha messo Israele e Hamas sullo stesso piano di responsabilità per la guerra di Gaza del 2009 (poi Goldstone ha abiurato quello stesso rapporto in un’autocritica clamorosa sul Washington Post). I palestinesi hanno intenzione di chiedere alla Corte dell’Aia di pronunciarsi anche sull’illegalità di compagnie straniere coinvolte nella costruzione della barriera difensiva in Cisgiordania (nel 2004 la Corte stabilì l’illegalità del muro israeliano) o in attività di antiterrorismo, come Elbit, Hewlett-Packard, Motorola e Caterpillar, i cui bulldozer sono usati da Israele nelle operazioni nei territori, compresa la distruzione delle case dei terroristi. La convenzione su cui poggia la Corte dell’Aia, ratificata a Roma, stabilisce anche che la presenza dei coloni israeliani nei territori dopo il 1967 è un “crimine di guerra” e che il “transfer” di popolazione è proibito dalla convenzione di Ginevra. Su pressioni dei paesi arabo-islamici, la stessa convenzione ha rifiutato di inserire il terrorismo fra le azioni perseguibili in tribunale.

Da Il Foglio del 28/11



Per una volta dobbiamo dare atto alla stampa che è stata corretta. Correttamente, infatti, tutta la stampa non ha riportato il discorso all’Onu che Abu Mazen effettivamente non ha fatto.In quel discorso il presidente dell’Autorità Palestinese avrebbe potuto dire, più o meno: Egregi signori, oggi vi chiediamo di riconoscerci come stato di Palestina anche se un accordo con Israele non l’abbiamo ancora raggiunto. Ma ci è perfettamente chiaro che lo stato di Palestina non potrà nascere davvero finché non ci siederemo a negoziare con gli israeliani tutte le questioni in sospeso, che sono tante e di vitale importanza. Ci è chiaro che i confini dovranno essere negoziati e che non potranno in ogni caso coincidere con le arbitrarie linee di cessate il fuoco del 1949, causa a loro volta di troppe guerre. Per questo bisognerà anche negoziare precise garanzie di sicurezza, e lo stato di Palestina, nella sua vocazione alla coesistenza pacifica, accetterà di essere smilitarizzato fino a quando entrambe le parti non decideranno diversamente. Ed è chiaro che nello stato di Palestina potranno vivere cittadini ebrei, così come vi sono cittadini arabo-palestinesi nello stato d’Israele. Ed è chiaro che bisognerà negoziare su Gerusalemme, di cui riconosciamo i profondi legami con la storia e la cultura ebraica, per cui è chiaro che andrà fatto uno sforzo particolare per escogitare una appropriata condivisione della città che ne garantisca il libero accesso a tutti quanti. Così come è chiaro che bisognerà negoziare in buona fede e con buona volontà sulla questione dei profughi – tutti i profughi generati dal lunghissimo conflitto arabo-israeliano – sulla base di un principio di giustizia e di buon senso: come i profughi ebrei dai paesi arabi hanno trovato patria nello stato d’Israele, così i profughi palestinesi e i loro discendenti troveranno patria nello stato di Palestina.

 

Detto questo, nel discorso che non ha fatto all’Onu Abu Mazen avrebbe potuto darci una plausibile spiegazione del motivo per cui nel 2008 lasciò cadere l’offerta di Ehud Olmert che prevedeva di trasferire alla sovranità palestinese una quantità di territorio pari al 100% di quella da essi ufficialmente rivendicata (sommando striscia di Gaza, gran parte della Cisgiordania e altre terre all’interno della Linea Verde) nonché la cogestione di Gerusalemme e un’amministrazione internazionale dei Luoghi Santi. Un’offerta che fece “trasecolare” l’allora segretario di stato Usa, Condoleeza Rice, che si disse poi “scioccata” dal rifiuto di Abu Mazen. E avrebbe potuto spiegarci come mai da quattro anni si rifiuta di negoziare nonostante le dichiarazioni di Netanyahu a favore della soluzione a due stati; e come mai non abbia ripreso a negoziare nel 2010 quando Netanyahu per dieci mesi decretò un blocco senza precedenti di tutte le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania, compresi i grossi insediamenti di Ma’aleh Adumim, Efrat ed Ariel destinati a restare parte d’Israele; e come mai non si precipiti a negoziare ora per stabilire confini definitivi, se davvero ha tanta urgenza di fermare gli insediamenti.

 

Sinceramente ce lo chiediamo in tanti, e se lo chiedono gli israeliani. Oggi, egregi signori – avrebbe continuato Abu Mazen nel discorso che non ha fatto all’Onu – chiediamo di essere riconosciuti come stato di Palestina, ma non useremo questo riconoscimento per cercare di incastrare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale accusandolo di ogni possibile nefandezza, e in sostanza del fatto stesso di esistere. Giacché perseguire una condanna di Israele, come ha fatto Abu Mazen all’Onu nel settembre scorso, per “pulizia etnica, terrorismo, razzismo, istigazione al conflitto religioso, apartheid, espropri, demolizioni, carcerazioni illegali, occupazione, colonizzazione, ostruzionismo della pace e piani per una nuova nakba” non sembra l’atteggiamento più consono al dialogo e al compromesso. Piuttosto, poteva dire Abu Mazen, cercheremo di trascinare davanti alla Corte Internazionale il regime siriano, o quel regime iraniano che auspica esplicitamente la cancellazione dalla faccia della terra del nostro interlocutore di pace, e che anche solo per questo non meriterebbe di sedere in questa illustre Assemblea. E qui, già che c’era, Abu Mazen avrebbe potuto denunciare con forza l’occupazione della striscia di Gaza da parte di un’organizzazione terroristica al soldo di Tehran, guerrafondaia e antisemita, che tanti danni procura al popolo palestinese e alle sue aspirazioni di convivenza pacifica. Nel discorso che non ha fatto all’Onu, Abu Mazen avrebbe potuto proclamare con voce forte e chiara che la nascita dello stato di Palestina accanto a Israele sancirà la fine di ogni violenza contro Israele, che con essa gli arabi e i palestinesi, compresi quelli di Gaza e quelli sparsi nel mondo, garantiscono – per usare le parole della risoluzione 242 del 1967 – la cessazione di ogni rivendicazione e stato di belligeranza e il rispetto e il riconoscimento della sovranità, dell'integrità territoriale e dell'indipendenza politica di Israele, e del suo diritto a vivere in pace entro frontiere sicure e riconosciute, al riparo da minacce o atti di forza. Possiamo solo immaginare lo scroscio di applausi. Anche americani e israeliani.Infine Abu Mazen avrebbe potuto concludere il discorso che non ha fatto all’Onu proclamando esplicitamente la soluzione basata sul principio “due stati-due popoli”. Attenzione: due stati per due popoli. Né lui, né tutti gli altri rappresentanti palestinesi parlano mai di “due popoli”. Due stati, sì certo: lo stato da cui dovranno sgomberare tutti gli ebrei e lo stato dove avranno il “diritto” di insediarsi i discendenti dei profughi. Magari anche tre stati, visto che Hamas non ha alcuna intenzione di mollare la striscia di Gaza. O anche quattro, se si tien conto del fatto che il vicino regno di Giordania sorge su una parte della ex Palestina Mandataria, ha due terzi di popolazione palestinese e pure la regina è palestinese. Ma non parlano mai di uno stato nazionale per il popolo ebraico. In fondo, sarebbe bastato che Abu Mazen citasse alla lettera, nel 65esimo anniversario, la risoluzione approvata dall’Assemblea Generale il 29 novembre del 1947 e scandisse con voce chiara e forte il diritto ad esistere su quella terra di due stati: un “Arab State” e un “Jewish State”, uno stato arabo e uno stato ebraico.La notizia è che Abu Mazen non ha fatto nulla di tutto questo (con l’acquiescenza di 138 paesi, Italia compresa). E questa notizia, la stampa, avrebbe dovuto darla.


Marco Paganoni su Informazione Corretta



Un'ultima considerazione:
L'ONU non c'è per i Curdi massacrati oggi dai Turchi.

L'ONU non c'è in Rwanda.
L'ONU non c'è per i cristiani massacrati in Nigeria
L'ONU non c'è per la schiavitù praticata negli Emirati
L'ONU non c'è per la repressione dei copti e per la nuova dittatura egiziana.
L'ONU non c'è per le donne musulmane sottomesse ai test di verginità.
L'ONU non c'è nel Darfour
L'ONU non c'è in Tibet 
L'ONU non c'è in Cecenia
L'ONU non c'è in Iran
L'ONU non c'è in Siria
Pero', l'ONU incarica l'Iran della presidenza alla condizione femminile e conferisce alle peggiori dittature islamiche la presidenza di numerose commissioni...
Meno male che c'è Israele, senno' a che servirebbe?

26 giugno 2012

Le correnti dei venti di guerra

 Come se non bastassero i timori legati al nucleare iraniano, il premier turco Erdogan vede i suoi aerei presi di mira dalla contraerea siriana.

Questo stato delle cose dovrebbe portare ad un sensato riavvicinamento della sua politica nei confronti di Israele, sul quale sono stati intanto lanciati oltre 150 missili provenienti da Gaza: un modo questo per i terroristi (sfido gli esseri civili a chiamarli diversamente) per salutare la vittoria elettorale in Egitto del candidato dei Fratelli Musulmani, Mohammed Morsi.

Il “primo Presidente eletto democraticamente” afferma che i trattati esteri dell’Egitto, non verranno modificati. Vedremo le sorti del gasdotto che esporta il gas naturale verso Israele e Giordania e le inchieste sugli attentatori che hanno pressoché bloccato quest’importante esportazione.

Suggeriamo inoltre ai nuovi governanti di riprendere Gaza, in modo da ripristinare i confini del 1967, quando dopo la Guerra dei sei giorni quella striscia di terra fu proclamata “territorio palestinese”.

Si permetterebbe così ad Abu Mazen, di creare uno Stato negli ex territori giordani. Non solo le due parti “palestinesi”sono distanti fisicamente, ma in Cisgiordania c’è molto meno fanatismo “finto religioso” e maggiore desiderio di occidentalizzazione.

Chissà se da questa lunghissima primavera araba germoglieranno dei fiori che daranno dei frutti.

Alan Baumann su L'Ideale

4 maggio 2012

I palestinesi ora attaccano anche l'Egitto

Sale la tensione al confine fra Egitto e la striscia di Gaza, dopo che alcuni gruppi armati hanno compiuto ieri tre attacchi nella zona di Rafah. Oggi l'esercito egiziano ha deciso di inviare rinforzi nel nord del Sinai. Scrive infatti il quotidiano locale "al-Masri al-Youm" che miliziani armati hanno attaccato tre posti di blocco della polizia provocando la morte di un agente e il ferimento di altri suoi colleghi. Gli assalitori hanno usato razzi Rpg contro i veicoli della sicurezza distruggendo diversi mezzi blindati.

Secondo il Cairo gli attacchi sarebbero opera dei miliziani jihadisti palestinesi che provengono da Gaza. Per questo la sicurezza egiziana ha chiesto ai gruppi palestinesi di Hamas e della Jihad islamica di controllare i propri confini. Intanto Israele ha posto i suoi soldati in stato d'allerta lungo il confine con l'Egitto. Dalla caduta del regime di Hosni Mubarak sono 50 gli attacchi contro la polizia registrati nel Sinai.

 

 
 

Da Globalist

25 novembre 2010

Ecco perché i palestinesi, quando ne hanno la possibilità, scelgono sempre i leader più terroristi...

 Quasi due terzi dei palestinesi (il 59% in Cisgiordania, il 63% nella striscia di Gaza) sono a favore di negoziati diretti e della soluzione a due stati (Israele e Palestina), ma vogliono che alla fine tutta la terra fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo finisca col diventare un unico stato palestinese. È quanto emerge da un sondaggio condotto lo scorso ottobre da Stanley Greenberg per conto di Israel Project, un’associazione ebraico-americana. Dai dati emerge inoltre che i palestinesi incolpano per lo più Hamas per la situazione attuale nella striscia di Gaza, e si sentono ostili non solo all’organizzazione islamista palestinese, ma anche al suo principale sponsor straniero, l’Iran.
Stando al sondaggio, il 61% dei palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza appoggia i negoziati diretti con Israele e il 60% di loro accetta la soluzione a due stati. Inoltre una maggioranza del 54% concorda con l’affermazione che la pace con Israele è possibile.
Un esame più attento dei dati, tuttavia, rivela un quadro assai diverso. La maggior parte dei palestinesi intervistati, infatti, rifiuta di accettare il concetto di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Infatti, mentre solo il 23% sottoscrive l’affermazione secondo cui “Israele ha il diritto permanete ad esistere come patria nazionale del popolo ebraico”, quasi due terzi dei palestinesi intervistati sceglie l’affermazione alternativa secondo cui “nel corso del tempo i palestinesi devono adoperarsi per riprendersi tutta la terra per lo stato palestinese”.
Non basta. Secondo il sondaggio, i palestinesi percepiscono la soluzione a due stati come un precursore dello stato interamente palestinese. Di fronte all’affermazione secondo cui “l’obiettivo migliore è una soluzione a due stati che preveda due stati che vivano fianco a fianco”, il 30% si dichiara d’accordo mentre il 60% opta per l’affermazione alternativa secondo cui “il vero obiettivo deve essere quello di iniziare con due stati, ma poi passare all’esistenza di unico stato palestinese”.
Sulla questione del terrorismo, il 58% dei palestinesi intervistati si dice favorevole alla “lotta armata” contro Israele, mentre il 36% ritiene che l’unica opzione siano i colloqui diretti.
I palestinesi intervistati mostrano uno spostamento “tattico” verso l’accettazione di Israele come stato ebraico solo nel caso ciò servisse per arrivare a un accordo su due stati, con la creazione di istituzioni palestinesi per l’indipendenza e uno scambio di territori sulla base delle linee del 1967. Considerando tale scenario, infatti, il 50% degli intervistati si dice “favorevole al fatto che l’Autorità Palestinese riconosca ufficialmente Israele come stato ebraico nel quadro di una soluzione a due stati”. In questo scenario, il 51% dei palestinesi di Cisgiordania, ma solo il 12% di quelli della striscia di Gaza, si dice favorevole al fatto che Israele compaia finalmente nelle carte geografiche del Medio Oriente usate nelle scuole e sui documenti ufficiali arabi e palestinesi.
I dati del sondaggio indicano che i palestinesi si stanno allontanando da Hamas. Il 68% dice che fare pressione su questa organizzazione affinché rinunci al terrorismo sarebbe un passo importante verso la pace, mentre il 62% dice che Hamas dovrebbe smettere si lanciare razzi dalla striscia di Gaza contro Israele. Inoltre, il 56% dei palestinesi della striscia di Gaza esprime un’opinione negativa della leadership di Hamas. Complessivamente, il 53% dei palestinesi afferma di provare “ostilità” verso Hamas.
In ribasso risulta anche la popolarità dell’Iran. A Gaza, il 27% incolpa la Repubblica Islamica di Tehran come uno dei principali fattori che stanno base dei problemi che i palestinesi si trovano ad affrontare.
Come in altri sondaggi precedenti, anche in questo caso la popolarità del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) risulta complessivamente in crescita rispetto ai suoi avversari di Hamas.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 20.11.10)

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