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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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3 gennaio 2017

Trova le differenze - Find the difference






28 settembre 2010

La violenza paga (i palestinesi)

10 anni fa Arafat & c. (in seguito alle offerte di pace del pacifista Barak) scatenava la cosiddetta "seconda intifada", in realtà una guerra senza limiti a tutti i civili israeliani (e arabi) che costò la vita a migliaia di persone.
Oggi quei ragazzini palestinesi sopravvissuti che facevano da scudi umani ("Voglio un milione di martiri bambini", disse il Raìs nato in Egitto, che causò stragi in Siria, Giordania e Libano per poi fare il nababbo prima a Tunisi ed infine a Ramallah), possono godersi i frutti di quella violenza:

Attenti a questi ragazzi sbucati ieri nei paraggi della spianata delle Moschee in Nike, jeans a vita bassa e mutande griffate. Tirano pietre (ma anche bombe e missili oltre ad usare varie armi da fuoco) e non siglano una pace tuttora impossibile nell’infinito conflitto israelo-palestinese.

Ma segnalano almeno un passaggio: dall’Intifada delle ciabatte a quella delle griffe. Dal mondo dei non luoghi, dove ogni posto assomiglia a tutti gli altri, ai ragazzi di ogni luogo che anche loro si assomigliano tutti: a Gerusalemme Est o nelle banlieues parigine o nelle periferie italiane.

Il finale, come spesso accade da quelle parti, è tragico: un morto (palestinese) scontri, feriti, tensione. E ancora separatezze. La lingua della pace ancora inudibile (...)

5 novembre 2009

Molti cominciano a svegliarsi (finalmente!)

 L’errore di fondo del presidente Usa Barack Obama è stato quello di legare il conflitto israelo-palestinese alla sua politica di riconciliazione con il mondo musulmano. In questo modo ha spinto Mahmoud Abbas (Abu Mazen) a porre tutte le condizioni che poteva. Ma quali negoziati iniziano facendo concessioni in anticipo? E come potrà, ora, Obama far pressione sui palestinesi, dopo aver vincolato la soluzione del conflitto alla sua riconciliazione con l’intero mondo musulmano?
Nel frattempo il presidente ha appreso un paio di cose sulla forza elettorale degli ebrei americani: l’anno prossimo si tengono le elezioni per il Congresso e lui avrà bisogno del voto ebraico se non vuole perdere la maggioranza dei Democratici in una o in entrambe le camere.
Obama ha capito appena in tempo d’aver sbagliato, e che la rimozione degli insediamenti di per sé non risolve affatto il conflitto. Ariel Sharon ha sradicato l’intero blocco di Gush Katif dalla striscia di Gaza, ma invece di ricevere un gesto di reciprocità da parte palestinese, quel territorio è stato trasformato nella base di lancio per gli attacchi coi razzi Qassam.
La maggiore pressione adesso si è spostata da Netanyahu su Abu Mazen, che pone precondizioni irrealistiche. Nessuno fa concessioni prima di iniziare a parlare. Prima si parla, poi si concede. Esiste un solo business in cui il cliente paga in anticipo, ma non è il caso delle trattative per arrivare ad accordi di pace. Il ministro della difesa Ehud Barak ha ragione quando dice: “Cosa vi importa se costruiscono un po’? Alla fine dovremo comunque sgomberare la maggior parte degli insediamenti”.
Nulla giustifica il porre condizioni per l’avvio dei negoziati. Al contrario, tutto deve essere aperto e sul tavolo, e non come dei diktat ma come materia di scambio.
Abu Mazen non ha risposto in alcun modo alla proposta “quasi storica” di Netanyahu di “due stati per due popoli”. Eppure, nel quadro di quella prospettiva, è chiaro che Israele accetta di negoziare il destino di più di 250mila suoi cittadini insediati in Cisgiordania. Che altro vuole Abu Mazen per accettare di riavviare i colloqui in base al principio dei “due stati”?
[…] Parlando con una persona che prese parte al processo di pace con l’Egitto, ho avanzato la possibilità di replicare lo schema degli Accordi di Camp David, con un piano americano e la vigorosa partecipazione della Casa Bianca. Mi ha risposto che a Camp David, nel 1978, l’allora premier israeliano Menachem Begin e l’allora presidente egizioano Anwar Sadat sapevano che ne sarebbero usciti con una “pace dei coraggiosi”, per usare la espressione coniata da Sadat. Nulla venne pagato in anticipo. Quella Camp David non fu la base per una pace dei deboli. Invece, l’ultima volta che siamo andati a Camp David (luglio 2000), ne è scoppiata l’intifada delle stragi.


(Da: Ha’aretz, 3.11.09)

E Obama sta imparando dall'esercito israeliano 



9 luglio 2008

Oggi pomeriggio a Genova

La S.V. è invitata alla presentazione del volume

Mercoledì 9 luglio 2008 - ore 17.00

ISRAELE, VERITÀ E PREGIUDIZI

I media italiani e la seconda Intifada Disinformazione e mistificazioni

di Giuseppe Giannotti - DE FERRARI EDITORE - GENOVA

Interverranno Marco Paganoni, docente di Storia e Istituzioni dello Stato di Israele (Università di Trieste)


e Bruno Dardani, giornalista, già inviato de “Il Sole 24 Ore” in Medioriente

Biblioteca Berio, Sala dei Chierici - Via del Seminario, 16 - Genova

Info Berio: berioeventi@comune.genova.it Info De Ferrari: relazioniesterne@editorialetipografica.com

(grazie alla segnalazione di Andrea C.)

28 maggio 2008

La bufala di Al Dura cattivo esempio per tanti altri bambini "martiri"

L’immagine è ancora impressa nella mente di tutti, anche se sono passati otto anni. Il disprezzo per chi ha provocato l’agonia di questo ragazzino palestinese di Gaza nelle braccia del padre è indelebile. Ma chi è il responsabile della morte di Mohammed al Doura? Una Corte d’appello francese ha appena emesso una sentenza: non è affatto vero, non è affatto assodato che la colpa sia stata dei soldati israeliani. Questo, invece, senza ombra di dubbio, aveva sostenuto il servizio mandato in onda il 30 settembre 2000 da France 2, ripreso da tutto il mondo. Il giornalista Charles Enderlin e il suo cameraman palestinese, Talal abu Rhama, avevano accusato Israele e avevano suffragato l’accusa con le immagini e con il commento. Senza dubbi. La Corte d’appello di Parigi ha svelato un trucco, gravissimo: dopo l’immagine di al Doura morto tra le braccia del padre, trasmessa da France 2, al Doura è vivo e sorride. Dunque France 2 ha barato, ma solo su quella sequenza? Philippe Karsenty, un reporter indipendente, nel 2006 ha accusato France 2 di avere manipolato l’intero servizio, in omaggio a una tesi antisraeliana preconcetta. Denunciato da France 2, in primo grado, nonostante il pm avesse appoggiato la sua accusa, Karsenty è stato condannato a pagare a France 2 la somma simbolica di un euro. Ma in appello, la settimana scorsa Karsenty è stato assolto, soprattutto perché France 2 è stata finalmente costretta a fornire alla Corte l’intero girato e il giudice ha potuto comprendere come e quanto il montaggio giornalistico ha manipolato la verità. France 2 è stata condannata a pagare le spese processuali.

Dunque, chi ha ucciso Mohammed al Doura? Israele aveva subito dimostrato nel 2000 che al Doura e il padre erano nel raggio di tiro dei cecchini palestinesi e fuori dalla portata delle armi israeliane. Né France 2 né i media che avevano accusato Israele di quella morte hanno però mai dato notizia di questa smentita. Non è stata data neppure notizia del rifiuto dell’Autorità nazionale palestinese di eseguire l’autopsia sul bambino. Rifiuto inspiegabile, ma soltanto in apparenza. Palestinesi e israeliani usano armi diverse e l’autopsia avrebbe subito svelato il trucco. Nel maggio del 2003, la rivista progressista statunitense Atlantic Monthly ha pubblicato un report in cui dimostrava l’estraneità delle Forze armate israeliane, alla morte di al Doura. Di nuovo silenzio. Silenzio complice: il servizio di France 2 aveva già innescato una mostruosa concatenazione di effetti, un fenomeno mediatico letteralmente diabolico che ha fatto di Mohammed al Doura una straziante star del firmamento dei martiri palestinesi. Un testimonial dei kamikaze bambini. Col pieno appoggio di Yasser Arafat, della stampa palestinese e araba e con la complicità dei media politically correct del mondo, al Doura è servito a sovrapporre l’immagine della vittima -lui martire - a quella degli attentatori suicidi palestinesi che da quel momento in poi hanno cosparso di stragi Israele. Come ha raccontato ieri il Wall Street Journal, "due mesi prima Arafat aveva abbandonato i negoziati di Camp David, due giorni prima Ariel Sharon aveva visitato la spianata delle moschee, la Seconda Intifada stava per partire". Non è ancora assodato che la storia di France 2 sia "una bufala", dice il Wall Street Journal, ma la morte di al Doura contribuì a scatenare le violenze.

Martire, in arabo, si dice shahid, ma ugualmente shahid vengono chiamati i kamikaze e così lo shahid al Doura è stato cinicamente usato come modello-traino, come prototipo televisivo dell’adolescente palestinese che sceglie la morte da shahid kamikaze, assieme a Wafa Idriss, la prima donna palestinese kamikaze (la sua vittima fu un anziano israeliano di 81 anni) e Ayyat al Akras, di 17 anni, che uccise un agente e una ragazzina di 17 anni come lei, Rachel Lene. Ignorata in occidente, questa campagna mediatica palestinese - innescata dal caso al Doura per convincere i ragazzini a diventare kamikaze, a frequentare i campi militari per kamikaze e andare a uccidere ebrei - è stata tanto martellante quanto efficace. Anche perché ha usato tecniche moderne, a partire dai videoclip, trasmessi sino al 2005 dalla televisione di Arafat.

Nel videoclip su al Doura, trasmesso dalla televisione dell’Anp dal 25 dicembre del 2000 in poi, si vede un ragazzino che, ripreso da lontano, sembra in tutto e per tutto il piccolo al Doura. La prima scena contiene questo suo invito scritto: "Vi saluto non per separarci, ma per dire: seguitemi! Mohammed al Doura". Poi, con tono dolce e accattivante, aulico, parte la calda voce del narratore: "Com’è dolce la fragranza dei martiri! Com’è dolce il profumo della terra: la sua sete è placata dal rivolo di sangue che sgorga dal tuo corpo di bimbo!". Appare l’immagine bella e forte di una cantante palestinese rossa di capelli, dalla voce penetrante, ritmata, drammatica, sottolineata dai tamburi, che si rivolge al padre che ha cercato invano di salvarlo dalla morte : "Oh padre finché non ci incontreremo! Oh padre, finché non ci incontreremo me ne andrò senza paura, senza lacrime". Con una serie lenta di dissolvenze l’immagine dell’eroe si presenta come deve essere, ora, dopo il martirio, nel Paradiso dei bambini. Il premio alla morte eroica in battaglia è stato riscosso dal piccolo al Doura che se ne corre, al rallentatore, come un fantasmino trasparente prima lungo una radura verde, circondata da dolci corolle di alberi, poi verso una moschea di al Aqsa stretta da profili neri a ricordare la consegna: morire per al Aqsa! Esplodere in aria per al Aqsa! Continuare l’Intifada di al Aqsa! Poi eccolo correre lungo una spiaggia percossa da possenti e amiche onde, che si muovono quasi a ritmo della voce e della musica: "Oli padre, com’è dolce la fragranza dei martiri! Andrò al mio posto in cielo. Com’è dolce la fragranza dei martiri!". Poi, con tocchi di ingenuità popolana, si arriva al kitsch paradisiaco con boccioli di rose viola che si schiudono lentamente, quasi si struggessero per la vita di Mohammed; spine di grano ondeggiano al vento, con mi effetto da spot pubblicitario; di nuovo onde e una luna grande, rotonda, brillante, ma seminascosta da nuvoloni neri neri, che sono la morte, poi ombre che si agitano, di nuovo radure in un Paradiso che assomiglia sempre più a un altopiano svizzero. "Com’è dolce la fragranza dei martiri, andrò al mio posto in cielo. Com’è dolce la fragranza dei martiri! Com’è dolce la fragranza dei martiri!". Stacco duro e lo schermo si divide in verticale, riappare la bellissima cantante dai capelli rosso e dall’altra parte dello schermo ragazzi palestinesi in una misera strada che tirano sassi. "Oh padre finché non ci incontreremo! Oh padre, finché non ci incontreremo!". Riappare il ragazzino fantasma, gioca con un aquilone. Il videoclip si dissolve.

Elaborato il prototipo, la tv di Arafat è subito passata a propagandare gli attentatori suicidi, gli assassini, in particolare quella Wafa Idriss che tanta ammirazione aveva suscitato in Saddam Hussein per aver ucciso un vecchio ebreo. Nella trasmissione della tv dell’Anp in omaggio a Wafa del 12 maggio 2002 (più volte replicata), non vi è un solo cenno al gesto di Wafa, all’esplosivo. alle vittime, al corpo straziato del povero vecchio ebreo. E’ tutto un parlare poetico, aulico, eroico. Perché per dire "uccidete gli ebrei!" (non i soldati israeliani, neanche i coloni dei Territori, ma proprio gli ebrei, gli ebrei di Gerusalemme) in Palestina tutti sanno che ornai c’è un sinonimo. Basta dire un nome che non è più nome di donna, ma di un’arma: Wafa. Inneggiare a Wafa, incoraggiare le giovani palestinesi a seguire il suo esempio ha un unico scopo: trovare nuove giovani che si imbottiscano di esplosivo e vadano a farsi saltare in aria in mezzo a vecchi, ragazzine, bambini innocenti. La trasmissione ha del surreale: a partire dalla sigla, in cui il volto virato color seppia di Wafa Idriss dolce e sorridente con la kefiah campeggia in alto a sinistra, a fianco del logo con la moschea di al Aqsa. L’elogio alla strage, l’elogio all’assassinio di ebrei, si innalza da un proscenio hollywoodiano: Amal Maher, cantante egiziana bionda e sensuale, campeggia al centro di un’immensa orchestra di un teatro del Cairo dal proscenio degno del Carnegie Hall. Senso di lusso, cura professionale dello spettacolo in tutto e per tutto off Broodway: un centinaio gli orchestrali, coro di una cinquantina di elementi. Una mise en scene costosissima: la cantante Amal Maher che esalta la scelta omicida di Wafa è fasciata in un abito lungo di raso nero dai riflessi tenui, scollatura ampiamente offerta alla vista, spalle e braccia nude, ma sensualmente velale da un birichino tulle trasparente, ricamato con fiori neri. Canta, le mani quasi a pregare, la voce bella, l’obiettivo solo per lei, che muove le spalle, leggermente inarcate e fa mancare il respiro: "Sorella mia, Wafa! Sorella mia, Wafa! Oh pulpito d’orgoglio! Oh fiore che era sulla terra e ora è in cielo! Oh fiore che era sulla terra e ora è in cielo!". Il suono melodico è attraversato dal ritmare pesante dei tamburi, che danno urgenza alle parole. "Sorella mia, Wafa! Sorella mia, Wafa! Oh pulpito d’orgoglio! Oh fiore che era sulla terra e ora è in cielo! Oh fiore che era sulla terra e ora è in cielo!". Primo piano della cantante, strettissimo, si vede soltanto la scollatura velata e la testa, di profilo. La sua sensualità contenuta sale in un crescendo: "Sorella mia, Wafa!". Ci spostiamo con lentezza sul coro che rappresenta il popolo che approva e segue la lode allo strazio della carne del vecchio ebreo innocente: "Allah Akbar! 0 Palestina degli .arabi! Allah Akbar!". Il rullare dei tamburi si fa frenetico, la voce del coro e quella della contante si fondono, si prendono. si lasciano: "0 Wafa. ma tu hai scelto il martirio! Nella morte hai dato vita alla nostra volontà! Ma tu hai scelto il martirio! Nella morte tu hai dato vita alla nostra volontà!".

Canzone perfetta, frase perfetta, trionfo di una teologia della morte che, a lungo corteggiata da Arafat, trova oggi in Hamas il suo più forte presidio.

C.P. sul Foglio di oggi

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18 dicembre 2007

La preparazione della "terza intifada"

Trecentomila persone in piazza, bandiere verdi al vento, uomini incappucciati, mitra puntati al cielo e tanto odio contro Israele. Nel ventesimo anniversario della sua fondazione, l’organizzazione palestinese di Hamas ha celebrato sé stessa e la sua storia. Poche – ma chiare – certezze: Abu Mazen è un negoziatore illegittimo, i palestinesi non devono concedere un millimetro di terra e Israele va combattuto fino alla morte. E al ritmo dei razzi Qassam, lanciati contro il sud dello Stato ebraico, ci si prepara intanto a una possibile invasione israeliana della Striscia di Gaza.
 
Hamas vide la luce nel dicembre 1987 (in seguito alla prima Intifada palestinese) come costola dei Fratelli Musulmani in Terra Santa: obiettivo principale, esplicitato orgogliosamente nello Statuto fondativo del 1988, la distruzione d’Israele e la fondazione di uno Stato islamico in Palestina. Alla base dell’ideologia di Hamas, sviluppatasi nel corso dell’ultimo ventennio, il peggio dei miti antisemiti: secondo il movimento islamico di Gaza, ad esempio, i Protocolli dei Savi di Sion sarebbero autentici, così come massoneria, Lions e Rotary sarebbero pericolose organizzazioni create agli ebrei “per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti”.
 
In vent’anni, Hamas si è macchiata di numerosi atti di terrorismo contro Israele, concentrati prevalentemente nell’utilizzo di kamikaze sul suolo nemico (le terribili esplosioni che hanno flagellato per anni locali e mezzi di trasporto pubblici israeliani) e, più recentemente, nel continuo lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza al Negev, rendendo pressoché invivibile una città come Sderot.
 
Riconosciuta come organizzazione terroristica tanto dagli Stati Uniti quanto da Israele, il 25 gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni palestinesi: ma in seguito al boicottaggio da parte di mezzo mondo, il governo di Hamas venne sostituito da un esecutivo misto, comprendenti membri del partito avversario Fatah. Hamas non ha mai digerito quella che considera un’illegittima usurpazione di potere: da qui la rivolta di giugno, nel corso della quale – dopo giorni di violenze inaudite contro i “fratelli” di Fatah – l’organizzazione ha assunto il controllo di tutta la Striscia di Gaza, e dividendo di fatto in due il territorio palestinese (“Hamastan” e la Cisgiordania, controllata da Fatah e Abu Mazen, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese).
 
È questa la storia che lo scorso fine settimana Hamas ha festeggiato in piazza a Gaza, colma fino all’inverosimile (trecentomila persone secondo gli organizzatori, anche se alcune stime giungono a parlare di mezzo milione di persone). Un’occasione per autocelebrarsi, contarsi e dare nuova linfa alla lotta contro Israele, mentre Olmert e Abu Mazen, nelle trattative post-Annapolis, fanno come se Hamas non esistesse. Ci siamo anche noi, questo il messaggio della piazza: e se la pace fallirà, come i leader di Hamas auspicano fortemente, la colpa (o il merito, per la gente di Gaza) sarà prima di tutto dei militanti verdi che da vent’anni mietono vittime tra i cittadini israeliani.
 
Due i protagonisti indiscussi della manifestazione, l’ex premier Ismail Haniyeh e lo storico leader di Hamas – di base a Damasco – Khaled Meshaal. L’ex premier palestinese ha preso per primo la parola, dicendo la sua sulle principali questioni all’ordine del giorno. Primo, Hamas non soccomberà: “Il messaggio che oggi viene da voi è che Hamas e tutta questa gente non si arrenderà di fronte alle sanzioni”. Secondo, è tempo di lottare: “Oggi è il giorno del Jihad, della resistenza e della sommossa. Questo è Hamas: chi rimane fermamente ancorato ai diritti della sua gente, chi crede che l’America e l’occupazione sionista sia il nemico”. Terzo, Israele non verrà mai riconosciuto (come da anni chiedono Unione Europea e principali organizzazioni internazionali): “Chiunque insista sul non riconoscere Israele, abbraccia Allah e non si arrende di fronte ai blocchi americani e israeliani: la sua popolarità cresce a dispetto dell’ostilità americana”. In altri termini, la lotta contro Israele è un precetto divino e a mettere le cose in chiaro ci pensa un altro leader dell’organizzazione, al-Masri: “Giudei, abbiamo già scavato le vostre tombe”. A campeggiare sulla folla poi, giusto per dissipare ogni dubbio, uno striscione nero con un concetto molto chiaro espresso in Arabo, Inglese e Francese: “Non riconosceremo Israele”.
 
Ma il piatto forte viene con il messaggio televisivo del leader supremo di Hamas Khaled Mashaal, che si è rivolto al popolo di Gaza parlando da Damasco (dove risiede). Minaccioso e pericolosamente carismatico: Hamas non abbandonerà la violenza, che “è la nostra scelta reale, la nostra carta vincente, quella che farà soccombere l’avversario”. Profeta di sventura (per Israele) ed eccitatore degli animi dei trecentomila in piazza: “La nostra gente è in grado di lanciare una terza e una quarta Intifada, finché non arriverà la vittoria”. Chiaro anche nei confronti di Abu Mazen: è illegittimo, non si può permettere di trattare con i sionisti a nome di tutti i palestinesi. Applausi: quelli di una folla combattiva, pronta a combattere ancora una volta.
 
Con questa Hamas, in vena di celebrazioni e Intifade, Israele – ma soprattutto Abu Mazen – dovrà prima o poi averci a che fare. Abu Mazen perché, se vuole trattare seriamente con Olmert, dovrebbe prima accordarsi con Haniyeh sulla situazione di Gaza: chi comanderà nella Striscia? Ci saranno due palestine? Si può fare un governo insieme? Se sì, chi lo comanderà? Israele, dal canto suo, perché Hamas si può pure ignorare ma la popolazione di Sderot fatica a dimenticare i razzi che quotidianamente piovono sulle loro teste.
 
A questo proposito, dopo che domenica l’ennesimo razzo stava per uccidere un bambino di due anni, il ministro della Difesa Barak ha annunciato un investimento di trecento milioni per rafforzare le difese del sud di Israele. Fallita la pratica delle sanzioni, l’idea di un’invasione armata della Striscia resta prepotentemente sul tavolo e presto potrebbe forse diventare inevitabile.

Venti di guerra che trovano conferma anche dall’altro lato della barricata. Hamas è consapevole di giocare con il fuoco, e sa benissimo che Israele non starà per sempre con le mani in mano. Da qui l’annuncio, evaso sempre domenica (dopo l’ennesimo lancio di razzi) da parte del braccio armato dell’organizzazione, del completamento di un nuovo piano di difesa in caso di invasione israeliana. Così Abu Obeida: “L’esercito israeliano non saprà da dove vengono i colpi, e dove i loro carri armati saranno colpiti dai missili in nostro possesso”. Sembrano tattiche di guerriglia contro uno degli eserciti più forti del pianeta, certo. Ma quanto siano sofisticati questi missili, e quanto addestrati i militanti di Hamas, è qualcosa che si potrà scoprire solo sul campo.

14 novembre 2007

Si stanno preparando per una nuova aggressione

Studenti arabi israeliani distribuiscono, indisturbati, volantini per la "rioccupazione di Gerusalemme" e Mahmud Abbas modernizza il linguaggio usato da Yasser Arafat. 

 La bufala di Mohammad Al Dura

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