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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

Diario | Dai mass media italiani | Dall'estero | Satira, musica, balli | Interventi, riflessioni, commenti |
 
Diario
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24 dicembre 2017

Il vero nemico dei palestinesi

Un giovane coraggioso riesce, con poche parole sincere, ad ammutolire tanti "diplomatici" e rappresentanti politici navigati e prezzolati


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permalink | inviato da esperimento il 24/12/2017 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

1 luglio 2013

Ramallah judenrein (nel silenzio e nell'indifferenza generale)

Non bastavano i linciaggi di poveri malcapitati, ora anche i divieti d'ingresso ai cittadini italiani:



Nella recente visita a Ramallah, "capitale" dell'Autorità Nazionale Palestinese, della delegazione ufficiale della Città di Torino, guidata dal sindaco Piero Fassino, non ha potuto far parte il vice Presidente della Comunità Ebraica di Torino, Emanuel Segre Amar, perché EBREO. Sì, perché EBREO. Perché le istituzioni italiane e i loro rappresentanti accettano il "judenrein", come i nazisti chiamavano le entità ripulite dagli ebrei? Emanuel è il figlio di Sion Segre Amar, un celebre esponente della comunità ebraica di Torino, coraggioso corsaro sionista della prima ora condannato dal tribunale speciale fascista e gettato in cella assieme a Leone Ginzburg. Vergogna che in quanto ebreo il figlio non abbia potuto mettere piede nei "territori occupati". Sì, da fanatici islamisti antisemiti. Emanuel Segre Amar ha fatto avere ad Abu Mazen una lettera. Eccola qui riprodotta.


Gerusalemme, 24 di Sivan 5773, 2 Giugno 2013

Sua Eccellenza Mahmoud Abbas,
Sono nato nel 1944 a Gerusalemme, dove i miei genitori si rifugiarono per sfuggire alla deportazione che minacciava tutti gli Ebrei d’Italia a causa dell’occupazione tedesca.  Per ragioni politiche, che mi trovano in disaccordo, non posso incontrarla durante la nostra visita in Israele e nei territori ANP, quindi le invio questa missiva per mezzo del Sindaco di Torino, Piero Fassino.
Io credo personalmente che i palestinesi appartengano a questa terra santa martirizzata.  Ma credo altresí che l’ostacolo maggiore al raggiungimento di una pace duratura sia la mancanza di volontà degli Arabi di riconoscere il diritto degli Ebrei a essere Popolo Sovrano nella nostra Terra Madre in Medio Oriente.  Il conflitto è sull’esistenza stessa d’Israele, non sulla sua grandezza o frontiere.
Per circa duemila anni, in seguito alla distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito imperiale Romano, la maggior parte del Popolo d’Israele è vissuta in esilio dai propri luoghi santi, mantenendo vive la propria religione, lingua e usanze, in un atto senza eguali di memoria collettiva.  Gli Ebrei sono sempre vissuti nella Terra d’Israele, anche dopo la deportazione da parte dei Romani; siamo vissuti a centinaia di migliaia per 2.000 anni in tutto il Medio Oriente, dall’Iraq all’Egitto, dalla Siria a Gaza, compresa la Penisola Araba, come scritto anche nel Corano.  Noi Ebrei siamo sempre rimasti fedeli alla nostra cultura e al nostro Retaggio anche attraverso continue sofferenze, bersagliati dovunque ci stabilivamo dal risentimento e dalla xenofobia degli ospiti, tuttavia senza mai dimenticare Gerusalemme – la Città Santa di tutta la nostra storia, menzionata almeno tre volte al giorno nelle nostre preghiere e OGNI VOLTA che abbiamo mangiato del pane o dei frutti tipici della Terra d’Israele, come fichi, datteri, uva, ecc.; una città in cui abbiamo sempre vissuto, tranne che durante l’occupazione dei Crociati, e dove almeno sin dalla metà del XIX Sec. E.V. noi Ebrei siamo sempre stati la maggioranza assoluta degli abitanti.  Nessun altro popolo nella Storia ha sperimentato una tale sofferenza immeritata, o dedicato altrettanta energia al ricordo e al lutto per i propri morti.
Questa è anche la storia della mia famiglia: una storia di persecuzione e di redenzione.
Le Nazioni Unite votarono a stragrande maggioranza per riconoscere lo Stato d’Israele come membro e come patria in cui gli Ebrei potessero finalmente vivere come Popolo Indipendente e Sovrano.  Israele è sempre stata per gli Ebrei un anelito di libertà, il modo per acquisire l’auto-governo il cui ricordo avevano mantenuto in vita per duemila anni nella memoria.  Com’è noto, l’odio è ricominciato, ora diretto ad Israele e ai Suoi Cittadini Ebrei.
Come possiamo rompere quest’orribile catena di aggressioni terroriste e risposte difensive dopo quasi settant’anni di conflitto e odio?
La pace può essere raggiunta solo con il riconoscimento in Medio Oriente d’Israele come il focolare nazionale del Popolo Ebraico, come già deciso dalla Conferenza di San Remo del 1920; aggiungendo lo Stato d’Israele in tutte le carte geografiche usate nelle scuole del mondo islamico, specialmente nelle scuole palestinesi; la promozione di interazione e collaborazione tra scienziati, studiosi, artisti e atleti; l’abbandono della delegittimazione d’Israele alle Nazioni Unite; la messa fuori legge dei gruppi terroristi miranti all’uccisione d’Israeliani e alla distruzione d’Israele; la fine dei boicottaggi economici contro Israele; infine, ma non per importanza, la proclamazione di fatwa da parte di teologi che proibiscano l’assassinio degli “infedeli”.

Signor Presidente, i soldati israeliani non usano bambini come scudi quando iniziano un conflitto a fuoco coi terroristi, le scuole e le colonie estive israeliane non fanno il lavaggio del cervello agli alunni perché compiano azioni vilente contro i civili, gli esponenti religiosi d’Israele non tessono le lodi di bambini che compiono azioni terroriste.
Credo che il modo in cui l’Autorità Palestinese educa i propri bambini e la propria società sia un indicatore chiave delle sue vere intenzioni.  Nonostante tutto ciò, non voglio perdere la speranza che Lei lavorerà duro per costruire una vera cultura di pace durevole.
Cordialmente.

In Fede,

Emanuel Segre Amar – Vice Presidente della Comunità Ebraica di Torino.


Da Il Foglio

E' sì vergognoso il comportamento di Abbas-Abu Mazen, ma lo è ancora di più quello di Fassino e di tutta Italia davanti a questo scempio. Si potrà mai arrivare alla pace con persone che si comportano come i nazisti?

15 giugno 2011

L'accordo intrapalestinese parte male

 Parte male la riconciliazione tra Hamas e Al Fatah, festosamente proclamata il mese scorso al Cairo. Alla vigilia della seduta in cui nella capitale egiziana le due maggiori fazioni palestinesi dovranno cercare di scegliere i membri del costituendo governo provvisorio di un anno, è sulla nomina del prossimo premier che si delinea uno scontro aperto. Hamas ha infatti opposto un netto rifiuto al premier uscente Salam Fayyad, scelto ieri dal Comitato Centrale del Fatah come suo candidato a guidare il prossimo governo. Fayyad, pur essendo politicamente indipendente, è ritenuto persona vicina al presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) e personalità moderata sicuramente gradita all’ Occidente e allo stesso Israele. La risposta di Hamas è stata seccamente negativa. Hamas, che ha il potere di fatto nella striscia di Gaza, ha detto che «non concederà a Fayyad la fiducia per guidare il governo di unità nazionale». Questa posizione del movimento islamico, ha detto il suo portavoce Sami Abu Zuhri, era stata espressa al Fatah già nell’ultima riunione delle due fazioni, lo scorso maggio. L’ufficio di Fayyad ha scelto di non replicare alla presa di posizione di Hamas, mentre fonti vicine al presidente Abu Mazen hanno detto di sperare che il rifiuto di Hamas non sia definitivo. Hamas non ha presentato, finora, un suo candidato anche se ha fato circolare alcuni nomi di personalità gradite. Le due fazioni sono state ai ferri corti sin dalla vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006. Il movimento islamico nel 2007 aveva poi preso il potere con la forza nella striscia di Gaza nel giugno del 2007, estromettendo da tutte le posizioni di potere i sostenitori del Fatah in questo territorio. Solo lo scorso maggio, dopo ripetuti tentativi di mediazione di Paesi arabi, soprattutto dell’Egitto, Hamas - forse sotto la spinta dei sanguinosi eventi in corso in Siria, dove si trovava il suo ufficio politico - aveva inaspettatamente annunciato la sua adesione all’accordo di riconciliazione che aveva proposto l’ Egitto diversi mesi prima e che Al Fatah aveva già accettato.

Dal Corriere Canadese

3 gennaio 2011

Faida perfino all'interno della stessa AP (o dello stesso Fatah)

Si è spostata sul web la faida interna al partito palestinese di al-Fatah che vede da circa un mese contrapposti il presidente dell'Autorita' nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas (Abu Mazen), e il suo ex delfino Muhammad Dahlan. Secondo il giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', lo scontro tra i due è sbarcato su Internet dopo la sospensione di Dahlan da membro del direttivo, decisa due giorni fa dai vertici di al-Fatah che stanno indagando sui suoi canali di finanziamento. Dahlan e', infatti, sospettato tra l'altro di aver tentato un golpe contro Abbas. I sostenitori dell'ex capo di al-Fatah a Gaza hanno immediatamente risposto al provvedimento disciplinare del loro partito e hackerato il profilo del presidente palestinese presente su 'Facebook'. Nella notte alcuni pirati informatici hanno riempito il profilo di immagini in favore di Dahlan. Dopo poche ore pero' alcuni siti informativi palestinesi, vicini all'Anp, hanno fatto partire un sondaggio sullo scontro in corso tra i due politici ed è emerso che la maggioranza dei lettori si sarebbe schierata con il presidente Abbas. Intanto Dahlan ha fatto sapere, tramite la stampa araba, di attendere con serenità il giudizio che la commissione istituita da al-Fatah esprimerà alla luce delle indagini che sta conducendo sul suo operato.

Da AdnKronos

13 dicembre 2010

Sempre guerra tra Hamas e Fatah

Sale la tensione fra le correnti politiche palestinesi dopo la decisione di Hamas a Gaza di condannare a morte 3 membri locali di al-Fatah. Una corte li ha trovati responsabili della uccisione dell'Imam Mohammed Rafati, durante gli scontri armati del giugno 2007, in seguito ai quali Hamas espugno' il potere nella Striscia ed espulse le forze fedeli al presidente Abu Mazen. Un portavoce di Al Fatah ha detto che le condanne sono inaccettabili e rischiano di innescare una catena di ritorsioni.

Dall'Ansa

13 dicembre 2010

La globalizzazione del terrorismo islamico. Quale Paese ne rimane fuori?

Prima in Israele. E i filoterroristi, pardòn i "pacifisti" dicevano: "eh vabbeh, è colpa di Israele, okkupa, disokkupa, opprime, reprime, sopprime... poveri palestinesi..."

Poi in negli USA. E i filoterroristi, pardòn i "pacifisti" dicevano: "eh vabbeh, se la sono cercata, sono colonialisti, capitalisti, liberisti... sfruttatori del petrolio arabo, poveri sauditi..."

Poi in Libano, in Afghanistan, in Iraq, in Indonesia, in Pakistan, ecc. ecc. E i filoterroristi, pardòn i "pacifisti" dicevano: "eh vabbeh, è sempre colpa degli Stati Uniti, so' colonialisti, capitalisti, okkupano, reprimono, opprimono, sopprimono... poveri arabi poveri musulmani..."

Poi in Spagna, in Gran Bretagna, in Turchia, in India, in Tunisia, ecc. ecc. E la colpa naturalmente è sempre degli Stati Uniti, di Israele ("se si ritirasse - sempre a dire dei "pacifisti" - al punto di scomparire - parole nostre - magicamente il mondo scoprirebbe la pace. Forse quella dei cimiteri), degli occidentali. Mai dei terroristi. Mai dei loro mandanti, le organizzazioni e i capi del fondamentalismo islamico...

Ora in Svezia... La colpa di chi è? Facile indovinare, no? Di una vignetta disegnata 4 anni fa. Naturalmente da uno svedese non musulmano. Perché i musulmani sono sempre innocenti...

C'è un Paese al mondo che non è stato colpito almeno una volta dal terrorismo? Il filoarafattismo ha fatto scuola: il terrorismo islamico si combatte ancora comprendendolo, lusingandolo, accogliendolo con tutti gli onori, scagionandolo da tutte le sue responsabilità. Tanto c'è sempre qualcun altro che paga...

25 novembre 2010

Ecco perché i palestinesi, quando ne hanno la possibilità, scelgono sempre i leader più terroristi...

 Quasi due terzi dei palestinesi (il 59% in Cisgiordania, il 63% nella striscia di Gaza) sono a favore di negoziati diretti e della soluzione a due stati (Israele e Palestina), ma vogliono che alla fine tutta la terra fra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo finisca col diventare un unico stato palestinese. È quanto emerge da un sondaggio condotto lo scorso ottobre da Stanley Greenberg per conto di Israel Project, un’associazione ebraico-americana. Dai dati emerge inoltre che i palestinesi incolpano per lo più Hamas per la situazione attuale nella striscia di Gaza, e si sentono ostili non solo all’organizzazione islamista palestinese, ma anche al suo principale sponsor straniero, l’Iran.
Stando al sondaggio, il 61% dei palestinesi di Cisgiordania e striscia di Gaza appoggia i negoziati diretti con Israele e il 60% di loro accetta la soluzione a due stati. Inoltre una maggioranza del 54% concorda con l’affermazione che la pace con Israele è possibile.
Un esame più attento dei dati, tuttavia, rivela un quadro assai diverso. La maggior parte dei palestinesi intervistati, infatti, rifiuta di accettare il concetto di Israele come stato nazionale del popolo ebraico. Infatti, mentre solo il 23% sottoscrive l’affermazione secondo cui “Israele ha il diritto permanete ad esistere come patria nazionale del popolo ebraico”, quasi due terzi dei palestinesi intervistati sceglie l’affermazione alternativa secondo cui “nel corso del tempo i palestinesi devono adoperarsi per riprendersi tutta la terra per lo stato palestinese”.
Non basta. Secondo il sondaggio, i palestinesi percepiscono la soluzione a due stati come un precursore dello stato interamente palestinese. Di fronte all’affermazione secondo cui “l’obiettivo migliore è una soluzione a due stati che preveda due stati che vivano fianco a fianco”, il 30% si dichiara d’accordo mentre il 60% opta per l’affermazione alternativa secondo cui “il vero obiettivo deve essere quello di iniziare con due stati, ma poi passare all’esistenza di unico stato palestinese”.
Sulla questione del terrorismo, il 58% dei palestinesi intervistati si dice favorevole alla “lotta armata” contro Israele, mentre il 36% ritiene che l’unica opzione siano i colloqui diretti.
I palestinesi intervistati mostrano uno spostamento “tattico” verso l’accettazione di Israele come stato ebraico solo nel caso ciò servisse per arrivare a un accordo su due stati, con la creazione di istituzioni palestinesi per l’indipendenza e uno scambio di territori sulla base delle linee del 1967. Considerando tale scenario, infatti, il 50% degli intervistati si dice “favorevole al fatto che l’Autorità Palestinese riconosca ufficialmente Israele come stato ebraico nel quadro di una soluzione a due stati”. In questo scenario, il 51% dei palestinesi di Cisgiordania, ma solo il 12% di quelli della striscia di Gaza, si dice favorevole al fatto che Israele compaia finalmente nelle carte geografiche del Medio Oriente usate nelle scuole e sui documenti ufficiali arabi e palestinesi.
I dati del sondaggio indicano che i palestinesi si stanno allontanando da Hamas. Il 68% dice che fare pressione su questa organizzazione affinché rinunci al terrorismo sarebbe un passo importante verso la pace, mentre il 62% dice che Hamas dovrebbe smettere si lanciare razzi dalla striscia di Gaza contro Israele. Inoltre, il 56% dei palestinesi della striscia di Gaza esprime un’opinione negativa della leadership di Hamas. Complessivamente, il 53% dei palestinesi afferma di provare “ostilità” verso Hamas.
In ribasso risulta anche la popolarità dell’Iran. A Gaza, il 27% incolpa la Repubblica Islamica di Tehran come uno dei principali fattori che stanno base dei problemi che i palestinesi si trovano ad affrontare.
Come in altri sondaggi precedenti, anche in questo caso la popolarità del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) risulta complessivamente in crescita rispetto ai suoi avversari di Hamas.

(Da: YnetNews, Ha’aretz, 20.11.10)

16 novembre 2010

L'Autorità palestinese persegue i blogger e Hamas minaccia Tel Aviv

 Doppia vita, doppia morale. Il venerdì, Walid Husayin, 26 anni, barbiere di Qalqiliya, andava alla moschea col babbo e pregava devoto. Il sabato, chiusa bottega, andava in un internet café di Ramallah a bloggare. Sotto falso nome, scrivendo le sue vere idee: bestemmie su Allah, insulti a Maometto, ironie sull'Islam. «Aprite i vostri Corani, ma intanto fatevi una canna». Oppure: «Solo l'ateismo salverà il popolo». Il suo gruppo su Facebook aveva raggiunto 7mila contatti. Finché, dopo settimane d'indagini, la polizia dell'Autorità palestinese non l'ha arrestato in flagrante: Walid è in carcere dal 31 ottobre e rischia l'ergastolo. «Bruciatelo vivo!», scrivono sui blog arabi. Il primo caso d'un palestinese, in Cisgiordania, arrestato per le sue opinioni religiose. Poche voci in sua difesa: l'Anp, preoccupata della crescita di Hamas, attenta al sostegno di turchi e sauditi, da qualche tempo dimostra più attenzione ai temi islamici. E' di queste settimane la chiusura dell'orfanotrofio femminile (finanziato dai cattolici italiani) di Betania, giustificata con irregolarità amministrative. Ed è stata una circolare del ministero dell'Interno, che invita alla vigilanza i proprietari d'internet café, a smascherare Walid: «Stava al computer anche 7 ore di seguito — dice Ahmed Abu Asal, l'uomo che l'ha denunciato — mi sono insospettito». Interrogata dalla polizia, la madre ha detto d'essersi accorta delle «strane idee» del figlio e d'avere, per questo, scollegato tutti i computer di casa: ora la famiglia, terrorizzata da minacce, la bottega di barbiere disertata, ha preso le distanze da Walid e chiesto che «rimanga in prigione tutta la vita, perché ci ha disonorati».

Dal Corriere della Sera del 13/11

Secondo fonti d'intelligence israeliana, Hamas, il gruppo estremista palestinese che controlla la Striscia di Gaza, dispone di un razzo con una gittata di 80 chilometri, in grado di minacciare direttemante Tel Aviv.

Le fonti hanno anche criticato l'Egitto, che a loro avviso non starebbe facendo abbastanza per impedire il traffico di armi attraverso la rete di tunnel scavati sotto il confine alla Striscia di Gaza. I tunnel, secondo le fonti, sono concentrati in un'area non più lunga di 4 chilometri. "L'Egitto può fermare il contrabbando di armi nel giro di 24 ore se vuole" hanno detto le fonti.

Da AP

11 novembre 2010

Fatah commemora il terrorista Arafat (e continua a litigare, per il potere, con Hamas)

 RAMALLAH (Cisgiordania) – La kefia è com’era. Ingiallita, puzzolente. Sotto teca. Guai a chi la lava. «E’ l’ultima che ha indossato, prima di morire nella clinica parigina. Bisogna conservarla così. Stropicciata. Con l’odore e le macchie», la guarda e si commuove Nasser Kidweh, il nipote, che si lascia andare a un filo di retorica: «Questa kefia è Arafat, è la Palestina. Stazzonata, sudata, sporcata. Come la nostra storia». Anche il Corano è sfasciato, qualche pagina strappata o con le orecchie all’angolo per tenere il segno: «Negli ultimi anni se lo portava dappertutto». La radiolina transistor, «Tokyo Shibaura Electric Co. Ltd», è sintonizzata sulle onde medie e avvolta nello scotch per tenerla insieme: «Ce l’ha data – racconta la ricercatrice Timi Rafidi - un anziano quasi novantenne del villaggio di al-Auja, che durante la guerra dei Sei giorni aveva nascosto l’amico Yasser nella casa della sorella. Dentro, sulla batteria, c’è ancora inciso il nome. Perché Abu Ammar era così: parsimonioso. Due divise, una camera spoglia. Non gli serviva altro».

PALESTINE MEMORIAL - Sei anni dopo la morte, e dopo altrettanti di liti e di veti, l’Autorità palestinese s’è finalmente trovata d’accordo almeno su questo: il museo dedicato al padre della Palestina nascerà di fianco alla sua tomba mausoleo, alla Muqata, proprio nell’ala dove Abu Ammar visse l’ultimo assedio e dove finora alloggiava lo staff del suo successore, Abu Mazen. Tre milioni e mezzo di dollari, il costo, versati dall’Arafat Foundation che lo stesso Abu Mazen e il leader della Lega araba, Amr Moussa, hanno costituito tre anni fa al Cairo. Non ci sarà parte dell’archivio privato che la vedova Suha, «esiliata» a Malta e in polemica con l’Anp, non concede. Non ci sarà nemmeno la targa del Nobel per la pace, assegnato nel 1994 per gli accordi di Oslo: sta a Gaza, regno dei rivali di Hamas. Ci sarà il resto, però. Oggetti divenuti simbolo d’una lotta: le kefie bianconere e gli occhialoni neri; la pistola che mostrò all’assemblea dell’Onu e le divise verde oliva; la branda bianca e corta. E poi la scrivania, il cappellino a visiera, le tute da ginnastica. Ottomila foto, perché non c’era incontro che non venisse immortalato. E 400 ore di video. I lavori per l’esposizione sono cominciati due mesi fa. Nasser, 57 anni, il nipote dentista che di Arafat è stato anche ministro degli Esteri, dice che «sarà tutto pronto a luglio, a essere ottimisti, ma non per raccontare la storia d’un capo: per raccontare la storia d’un popolo».

Arafat e Saddam Hussein (Afp)
Arafat e Saddam Hussein (Afp)
 

POPOLARITA’ INTATTA - L’11 novembre, oggi, è l’anniversario della morte. E i sondaggi dicono che, anche sottoterra, Arafat rimane l’unico leader in cui i palestinesi si riconoscano ciecamente. Per questo gli orfani del Fatah vogliono dedicargli pure un nuovo aeroporto in Cisgiordania, se mai sorgerà, fra Gerusalemme e Gerico. Anche per questo, a Gaza, Hamas ne vieta la commemorazione. Rivoluzionario o terrorista? Mahmud Zahar, capo islamico della Striscia, ha rivelato un mese fa che «durante la seconda intifada mandavamo i kamikaze solo se c’era il suo consenso». «Mio zio non sosteneva gli attentati – ribatte Nasser -. Non poteva neanche farlo: Israele, ormai, l’aveva delegittimato». Puro idealista o corrotto come quelli che lo circondavano? «Era un grande che viveva con pochissimo», lo ricorda Hamad Abu Zakhi, bodyguard negli ultimi sedici anni di vita. «Ha lasciato un patrimonio personale d’un miliardo e 300 milioni di dollari», sostennero tempo fa i servizi israeliani. (...)

Dal Corriere


Ma Hamas la vieta a Gaza



Il 10 novembre Ismail Haniyeh, supremo leader di Hamas (Movimento di Resistenza Islamico), ha negato in una dichiarazione l'accordo sulla sicurezza con Fatah (Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese), importante forza politica palestinese.

Nella dichiarazione, Ismail Haniyeh afferma che la questione della sicurezza rappresenta l'argomento centrale del colloquio sulla conciliazione nazionale palestinese. Pochi giorni fa nella conferenza sulla conciliazione, tenutasi a Damasco in Siria, Hamas e Fatah hanno veramente portato avanti diverse discussioni a riguardo, tuttavia tra le due parti ci sono ancora delle divergenze.

Da ItalianCriOnline




E Fatah risponde...

3 settembre 2010

13 (tredici!) organizzazioni terroristiche si alleano per muovere guerra totale ad Israele

 (Xinhua)
Tredici gruppi palestinesi hanno deciso di unire le proprie forze per dare vita a un'escalation di attacchi contro Israele. Ad annunciarlo è stato il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, Abu Ubeyda, nel corso di una conferenza stampa a Gaza. Con l'obiettivo di far fallire i negoziati diretti tra Anp e Israele, iniziati ieri a Washington, le 13 fazioni armate palestinesi hanno organizzato un coordinamento delle loro attività contro lo Stato ebraico.

"Annunciamo che siamo entrati in una nuova fase della resistenza palestinese - ha affermato Abu Ubeyda - si tratta di una fase avanzata del lavoro jihadista che lascerà il segno sul nemico occupante". Oltre ad Abu Ubeyda, hanno preso parte alla conferenza stampa altri uomini a volto coperto in rappresentanza dei vari gruppi armati tra cui le Falangi di al-Quds, braccio armato della Jihad islamica, le Brigate Abu Ali Mustafa, le Brigate Jihad Jibril, le Brigate al-Nasr, le Brigate Saif al-Islam, le Brigate dei martiri di al-Aqsa - sezione Nabil Masoud e altre piccole formazioni.

L'annuncio delle fazioni armate palestinesi è giunto a poche ore di distanza dalla conclusione della prima giornata di colloqui diretti tra Anp e Israele. Ieri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno deciso di incontrarsi nuovamente il 14 e il 15 settembre prossimi a Sharm el-Sheikh, in Egitto, e successivamente ogni due settimane, per proseguire i colloqui.

E dall'Iran arriva oggi anche il duro affondo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che ha accusato il leader dell'Anp di non rappresentare il popolo palestinese al tavolo dei negoziati con Israele, ripresi ieri a Washington. "Noi chiediamo: chi condurrà i negoziati? Chi rappresenta questa gente? Chi ha dato loro la legittimità di negoziare a nome dei palestinesi?", ha tuonato Ahmadinejad durante il suo intervento in occasione delle celebrazioni di 'al-Quds', la giornata in cui il mondo islamico esprime solidarietà alla causa palestinese. Il presidente iraniano, che ha parlato di negoziati "destinati a fallire", ha precisato che l'Anp "non ha il diritto di cedere parte della Palestina ai nemici".

"Le Nazioni della regione - ha aggiunto - non permetteranno che si rinunci anche a un solo centimetro della Palestina". Già mercoledì il presidente iraniano aveva sottolineato che il motivo principale del "fallimento" a cui sono destinati a suo avviso i negoziati è l'assenza al tavolo delle trattative di Hamas, il movimento di resistenza islamico che controlla la Striscia di Gaza. "Qualsiasi negoziato - aveva affermato Ahmadinejad - dovrebbe avere luogo alla presenza di Hamas, l'unico movimento che rappresenta i palestinesi perché è quello che ha vinto le elezioni".

Intanto il premier israeliano non esclude la possibilità di indire un referendum qualora Israele raggiunga un accordo iniziale con l'Autorità nazionale palestinese durante i negoziati di pace diretti. E' quanto riferisce 'Radio Israele', citando fonti dell'entourage di Netanyahu.

Inizialmente Israele e Anp dovrebbero arrivare a un accordo quadro che delinei i 'compromessi' per risolvere le questioni chiave. L'intesa dovrebbe servire come base per un eventuale trattato di pace.

Da AdnKronos

'Colpiremo in ogni luogo'. All'indomani dell'avvio dei colloqui di pace a Washington 13 gruppi di estremisti palestinesi minacciano Israele.

Durante una conferenza stampa a Gaza il portavoce delle Brigate Ezzedin al Qassam,braccio armato di Hamas,ha proclamato che "il nemico sionista" sarà colpito in qualsiasi momento".

Il portavoce degli estremisti non ha escluso il lancio di razzi contro Tel Aviv. Infine ha ingiunto all'Anp di "cessare gli arresti" di simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania.


Dall'Ansa

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