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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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Diario
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8 maggio 2016

L'unico luogo in Medio oriente dove tutte le donne arabe possono

16 settembre 2010

Ecco chi usa il fosforo? Qualcuno degli sbandieratori delle "armi illegali e proibite" protesterà??

 Due dei 9 proiettili di mortaio sparati oggi da Gaza contro il sud di Israele erano bombe al fosforo. Lo ha confermato l'esercito israeliano, precisando che non e' la prima volta che accade una cosa simile. Haim Yalin, il capo del Consiglio regionale di Eshkol, la zona in cui sono caduti i proiettili, ha manifestato alla stampa l'intenzione di denunciare l'accaduto alle Nazioni Unite, visto che l'uso di queste armi e' proibito dalla convenzione di Ginevra.

Da Repubblica


Gli impiegati dell'ambasciata Usa a Tel Aviv sono stati messi in quarentena dopo che, in una busta ricevuta dalla sede diplomatica e' stata ritrovata una polvere bianca sospetta. Lo scrive il sito del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, aggiungendo che, secondo l'impiegato che ha aperto la busta, la polvere era accompagnata da una lettera che conteneva minacce contro Israele. Secondo la polizia, buste simili sono state inviate anche alle ambasciate di Svezia e Spagna.

Da AdnKronos

16 luglio 2010

Iran tra condanne a morte e attacchi vari

 La diciottenne Azar Bagheri aveva solo 14 anni quando fu costretta a sposarsi con un uomo più anziano. Oggi si prepara alla sua fine per un adulterio che sarebbe stato compiuto durante il matrimonio, e anche lei condannata alla morte per lapidazione. La condanna non poteva essere eseguita fin quando non avrebbe raggiunto la maggiore età, i 18 anni. Così per gli ultimi quattro anni, la signora Bagheri è stata costretta a deperire nel braccio della morte, mentre i giudici aspettavano che raggiungesse la fatidica soglia anagrafica, superata la quale in sarebbe potuta essere uccisa. Secondo quanto racconta l’attivista per i diritti umani iraniani Mina Ahadi, la sig.ra Bagheri è stata denunciata dal marito, che l’avrebbe accusato di aver commesso adulterio con due uomini.

ANCHE FALSE LAPIDAZIONI – La sig.ra Ahadi ha detto che la ragazza è stato perfino beffeggiata: sottoposta a due false lapidazioni. In due occasioni sarebbe stata portata fuori dalla sua cella e sepolti fino alle spalle nel cortile del carcere di Tabriz, nel nord-ovest dell’Iran, preparata ad essere bersagliata a morte con le pietre. Incoraggiati da una campagna internazionale contro la pena di morte in Iran per le donne colpevoli di adulterio, dli avvocati della Bagheri stanno ora pensando di chiedere al giudice di ridurre la sua condanna a 99 frustate. Si spera, insomma, nella misericordia del tribunale. Qualcosa nell’aria, infatti, sembra cambiato soprattutto dopo la condanna generalizzata della pena di lapidazione di un’altra donna, della 43enne Sakineh Ashtiani Mohammadi, in seguito alla quale gli iraniani la settimana scorsa hanno fatto marcia indietro.

GLI ATTIVISTI SPERANO – Gli attivisti hanno comunque intenzione di non cantare vittoria e di non abbassare la guardia:  avvertono che la sig.ra Ashtiani potrebbe ancora essere uccisa con altri mezzi, non necessariamente attraverso la lapidazione. Amnesty International, ad esempio, ha notato che tre iraniani condannati a morte per lapidazione lo scorso anno sono stati impiccati. ”Una semplice modifica del metodo di esecuzione non risolverebbe la ingiustizia“, ha detto il vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente, Hassiba Hadj Sahraoui. La sig.ra Ashtiani era stata condannata nel 2006 per avere una “relazione illecita” con due uomini, per la quale ha già ricevuto una fustigazione pubblica di 99 frustate. Era stata condannata per adulterio anche se in quel momento vedova.

MORTE ATROCE – Secondo il codice penale iraniano, l’adulterio è il solo crimine punibile con la lapidazione come un reato “contro la legge divina”. La pena di morte può essere imposto anche per omicidio, stupro, rapina a mano armata e traffico di droga, ma i trasgressori sono di solito impiccati. La lapidazione serve a provocare una morte lenta e dolorosa. Afferma il codice penale dell’Iran: “La dimensione della pietra… Non deve essere troppo grande per uccidere il condannato da uno o due tiri, e non devono essere troppo piccole per essere definita una pietra“.

Da Giornalettismo

Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata a morte per una presunta relazione extaconiugale è ancora in pericolo di vita, perchè potrebbe essere lapidata in “qualsiasi momento”. A lanciare l’allarme è Amnisty International che ha fatto sapere che le contraddittorie affermazioni arrivate dal governo iraniano fanno presagire il peggio.

L’8 luglio scorso, infatti, il governo aveva diffuso un comunicato nel quale affermava che la condanna non sarebbe stata eseguita. Cíò nonostante, il 13 luglio il ministro degli Esteri Iraniano, Manucher Mottaki, smentì tale affermazione, attribuendola alla “propaganda occidentale”.  

In mancanza di una comunicazione ufficiale che arrivi direttamente alla donna e al suo avvocato, secondo l’organizzazione che si batte per il rispetto dei diritti umani, Sakineh Mohammadi potrebbe essere lapidata. Amnisty ha promesso, sul sito spagnolo dell’organizzazione, un appello rivolto al lider supremo della Repubblica Islamica, Sayed Alí Jamenei, contro la pena inflitta alla donna, considerata una maniera particolarmente crudele di morire.

Ashtiani, madre di due figli è in carcere dal 2005.  Al prinicipio fu condannata a ricevere 99 frustate per aver tenuto una “relazione illecita” con due uomini e successivamente fu condannata a morte tramite lapidazione per una relazione estraconiugale.  Il verdetto fu emesso per il parere favorevole di tre dei cinque giudici della corte (gli altri due la consideravano innocente) emesso sulla base di un principio conosciuto come “conoscenza del giudice” per il quale i giudici possono decire sulla colpevolezza di un imputato senza necessità di prove chiare o schiaccianti.

Da NewNotizie

Intanto anche in Iran cominciano gli attentati davanti alle moschee

Intanto sul versante statunitense: lo scienziato che secondo l'Iran sarebbe stato rapito, in realtà pare fosse una spia mentre il 56% degli americani sarebbe favorevole ad un attacco israeliano (non si sa quanti sono quelli favorevoli ad un attacco americano, però!)

2 luglio 2010

L'Onu sempre più contro i diritti umani

 E’ in condizione “critiche” il dissidente cubano Guillermo Fariñas, in sciopero della fame da quattro mesi e ricoverato presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale cubano di Santa Clara. Il giornalista e psicologo cubano fa sapere che porterà avanti la sua protesta “fino alle ultime conseguenze”. Fino alla morte per inedia. Non ha più la febbre che lo tormentava nei giorni scorsi, ma Farinas potrebbe collassare fatalmente da un momento all’altro. Il dissidente aveva cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International. Il dottor Guillermo Fariñas, che è facile ricordarsi per le fotografie in cui assomiglia a uno spettro con gli occhi fuori dalle orbite, era finito in carcere a Cuba per aver invocato “internet libero”, offesa grave in un regime comunista che svetta fra chi perseguita e massacra di più al mondo la libertà d’informazione. Psicologo in pensione e giornalista molto critico, Farinas è costretto alla sedia a rotelle da una polineurite. L’opposizione al regime castrista, assieme a Farinas, chiede la liberazione di duecento detenuti politici, a cominciare da un gruppo di venti malati, i quali appartengono al gruppo dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta “Primavera nera”. Il governo di Raul Castro ha detto che non accetterà “ne pressioni ne ricatti” nel caso Farinas, il quale ha cominciato la protesta all’indomani della morte dell’oppositore prigioniero Orlando Zapata dopo mesi di sciopero della fame, decesso che ha provocato un’ondata di condanne internazionali. La ribellione per fame e sete di Farinas è tanto più drammatica e intollerabile per il regime perché viene proprio da un “figlio della Rivoluzione”. Entrambi i genitori di Farinas infatti lottarono con tro Batista, suo padre accompagnò il Che in Congo nel 1965. E Guillermo, dopo aver frequentato una scuola militare in Unione sovietica, combatté nella “missione internazionalista in Angola. Ferito diverse volte in combattimento, nel 1980 era tra i militari di guardia all’ambasciata del Perù, nel tentativo di impedire la fuga di massa dei cosiddetti “marielitos”. Negli stessi giorni in cui a Cuba si muore e si finisce in galera in nome della dissidenza, a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha eletto come vicepresidente del celebre organismo proprio un fedele castrista. Durante una riunione annuale, i suoi membri hanno scelto per acclamazione l’ambasciatore di Cuba a Ginevra, Rodolfo Reyes Rodriguez, quale miglior candidato per la carica di vicepresidente, anche “in riconoscimento del lavoro svolto da parte di Cuba nel settore dei Diritti Umani”. L’ambasciata cubana a Ginevra si felicita in una sua nota che “la scelta di Cuba per questa posizione è un importante riconoscimento del titolo esecutivo per il lavoro esemplare della Rivoluzione Cubana in favore dei diritti umani del suo popolo e del mondo”. Intanto all’Avana processi e persecuzioni A gestire i dossier sui diritti umani e le violazioni in giro per il mondo sarà dunque uno dei “worst of the worst”, i peggio del peggio, i paesi più repressivi del mondo nella classifica appena stilata da Freedom House e che vede Cuba in cima alla lista nera. Quattro delle peggiori dittature, ovvero Cina, Cuba, Libia e Arabia Saudita, siedono dunque nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu. L’Avana però è l’unica a detenere anche un posto decisivo nella catena di comando all’Onu sui diritti umani. La nomina della compagine cubana arriva nei giorni del processo a un altro famoso dissidente caraibico, il dottor Darsi Ferrer, che ha passato quasi un anno in detenzione preprocessuale in un carcere di massima sicurezza dopo aver organizzato manifestazioni critiche nei confronti del regime. Darsi Ferrer è stato condannato a un anno di carcere e a tre mesi di “lavoro correttivo”. Altri sei prigionieri politici hanno appena avviato lo sciopero della fame. Fra di loro spicca Hector Fernando Maceda, il marito di Laura Pollan, leader delle Dame in Bianco, il gruppo di familiari dei dissidenti detenuti nel 2003. Il regime ha dovuto spedire agli arresti domiciliari il dissidente disabile, Ariel Sigler Amaya, divenuto paraplegico dopo il suo arresto anni fa. Tre anni di detenzione gli hanno fatto perdere sessanta chili. Amaya soffre di gravissimi problemi renali, emorragie intestinali, tonsillite cronica, il fratello dice che “ha tutti gli organi compromessi”. Nella stessa condizione di semilibertà si trova anche Jorge Luis Pérez “Antúnez”, che dopo diciassette anni di carcere per “propaganda nemica orale” vive ancora assediato dalla polizia politica. Attualmente si parla di “sei-sette mila dissidenti dichiarati” nell’isola di Cuba. Gente come Adolfo Fernandez Sainz, che lavorava per l’agenzia di stampa “Patrìa” prima dell’arresto. Sainz, che deve scontare quindici anni, soffre di artrite, enfisema polmonare, cisti renale, ernia iatale, prostata ingrossata e pressione alta. Da quando è dietro le sbarre ha perso venti chili e non ha ricevuto cure sufficienti. Sta molto male Jorge Luis Gonzalez Tanquero, la cui famiglia fu accolta dall’ex presidente Bush alla Casa Bianca e che rifiuta le cure perché “inadeguate”. Ricardo Linares García è diventato quasi cieco in carcere. Anche il dottor Oscar Biscet è gravemente malato, la sua cella non ha finestre e si sa per certo che è stato più volte torturato e picchiato. Il dottore iniziò la sua lunga e agonizzante resistenza al regime quando scoprì che a Cuba si praticava l’infanticidio tramite aborto tardivo. Con la sua condanna a 25 anni di carcere, Biscet è uno dei massimi prigionieri di coscienza al mondo.

Da Il Foglio


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permalink | inviato da esperimento il 2/7/2010 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

20 ottobre 2009

I "diritti" delle donne secondo l'Islam

Il paradosso è questo: in molti Paesi islamici la legislazione si sta evolvendo, per garantire maggiori diritti alle donne, mentre in Europa cresce la poligamia. Il caso più eclatante è quello del Marocco, luogo d’origine del padre e della madre di Sanaa, giovane donna recentemente uccisa in Italia in quello che può essere senza mezzi termini definito un delitto d’onore. Il regno nordafricano ha dal 2004 un codice della famiglia, la Moudawana, in cui è scritto che la poligamia è permessa soltanto in alcuni rari casi e soltanto con il consenso di un giudice e della prima moglie; che l’età minima per il matrimonio è 18 anni; che la donna può sposarsi senza chiedere il permesso del padre. A questo codice hanno lavorato assieme accademici, teologi, esperti di giurisprudenza. Per quella che è stata considerata una rivoluzione nel mondo arabo hanno lottato per decenni le donne marocchine, come racconta Fouzia Assouli, femminista e militante di vecchia data, presidente della Ligue Démocratique pour les droits de la Femme, che guarda con preoccupazione a quello che sta succedendo in Occidente.

 
In Europa la condizione delle immigrate sembra a volte essere peggiore di quella delle loro compagne nei Paesi d’origine, come il Marocco. Perché?
 
«Il problema non è culturale o religioso: è la strumentalizzazione politica della religione. Si cerca di utilizzare la religione per reprimere le donne».
 
In Inghilterra esistono tribunali coranici. Se ne è parlato anche qui in Italia...
 
«I tribunali devono rispettare i rapporti sociali, il diritto positivo, i diritti umani che sono universali: non si tratta di valori occidentali ma universali. Non esistono veri e propri tribunali coranici, da nessuna parte. Sono un’invenzione: anche nei Paesi più conservatori e religiosi sono sottoposti in qualche modo al diritto positivo. Nell’islam ci sono diversi riti e interpretazioni, ci sono divisioni, i sunniti e gli sciiti, ci sono diverse scuole giuridiche, non esiste il clero come nella Chiesa cattolica».
 
Perché in terra d’immigrazione si tende a tornare indietro rispetto ai Paesi d’origine dove si va avanti con lotte per i diritti?
 
«Ci sono il razzismo, la vulnerabilità. Si cerca di trovare una ragione per il mal di vivere e correnti politiche attive tentano di sfruttare questa fragilità utilizzando la religione. Ci sono attivisti che vogliono indottrinare».
 
E cosa pensa del fatto che in alcune parti d’Europa i tribunali islamici siano tollerati dallo Stato?
 
«È pericoloso, è un passo indietro. Sono anni che nel nostro Paese si lotta per difendere le donne, i diritti umani, e non si può per il rispetto di una cultura legittimare la discriminazione. Abbiamo lottato 30 anni qui per avere questi diritti che non sono anti-islam. Le donne si sono battute in Europa, in Marocco, in Algeria... non dobbiamo tornare indietro con il pretesto del relativismo culturale».
 
Lavorate anche con le donne marocchine all’estero?
 
«Sì, in Francia e Spagna organizziamo incontri e seminari con le immigrate. Spieghiamo loro le evoluzioni dei diritti nei loro Paesi d’origine. Spesso non ne sanno nulla. In Marocco, per esempio, ci sono state riforme per mettere le moschee e gli imam sotto la tutela del ministero ed evitare indottrinamenti».
 
In Italia stanno crescendo la poligamia e i matrimoni non registrati.
 
«E in Marocco invece i matrimoni devono essere trascritti per legge, civilmente, non ci sono unioni o contratti orali».

Da Il Giornale

Ma... siamo sicuri che nei Paesi a maggioranza musulmana le cose stiano migliorando? A me non sembra:

Beyoncè ha annullato il concerto che avrebbe dovuto tenere il prossimo 25 ottobre in Malesia. Secondo quanto riportato da Abc e da altri siti internazionali, l'artista avrebbe deciso di non esibirsi più a Kuala Lumpur dopo le proteste del Pan Malaysian Islamic Party (PAS).

IL GIUDIZIO - Il maggior partito di opposizione del Paese, giudicando lo spettacolo della Beyoncè «contrario alla morale», aveva chiesto che il concerto fosse bloccato, sostenendo la loro avversione nei confronti degli show che promuovono «performance occidentali sexy». Come già accaduto nel 2007, la star ha dunque deciso di annullare il concerto, nonostante la sua iniziale intenzione di esibirsi a Kuala Lumpur in abiti meno sexy del solito, in segno di rispetto per le tradizioni del Paese. La società di produzione Marctensia, cui Beyoncè è legata, ha voluto precisare però che la quella di annullare il concerto è una decisione presa «unicamente dall'artista e non legata a ragioni esterne».

Dal Corriere 

Anche in Indonesia, in Somalia e in Giordania
Poi, c'entra poco con le donne, ma è comunque in argomento: anche in Inghilterra non si scherza

7 maggio 2009

Le atrocità del regime iraniano

 È racchiuso in un sms inviato ai genitori l’ultimo grido di aiuto di Delara Darabi, prima di essere giustiziata. Poche parole, come si conviene ad uno short message: “Mi impiccano tra pochi secondi, aiutatemi!”. Mentre in gran parte del mondo occidentale ci si accingeva a celebrare la festa del 1° maggio, dunque, nella prigione iraniana di Rasht, sua città natale, la ragazza ventitreenne condannata è stata impiccata. L’esecuzione è stata affidata al figlio della donna per il cui omicidio la giovane iraniana è stata condannata, quintessenza di un sistema giudiziario ancora legato alla vendetta; e questo nonostante Delara avesse accettato le condizioni poste dalla famiglia della vittima per la concessione del perdono. All’alba di un venerdì, giorno sacro agli islamici (...) Centoquarantesima vittima del boia nella Repubblica islamica nel 2009, seconda donna, Delara è stata uccisa senza che fossero rispettate neanche le procedure di legge, che prevedono l’obbligo di comunicare almeno 48 ore prima l’imminente esecuzione all’avvocato del condannato a morte, affinché i familiari possano presenziarvi: il padre della ragazza è stato ricoverato in ospedale in stato di shock, dopo aver appreso la notizia. (...)  lo stesso Presidente iraniano Ahmadinejad, alla vigilia della partenza per la controversa Conferenza ONU sul razzismo di Ginevra, aveva garantito il proprio impegno personale per un nuovo ed equo processo nei confronti della giovane pittrice. Autoaccusatasi del delitto al momento dell’arresto, per coprire il suo fidanzato e nella convinzione di potersi sottrarre alla condanna capitale in quanto minorenne, Delara nel corso del processo aveva ritrattato negando ogni responsabilità, ma non è stata creduta, nonostante i risultati dell’autopsia avessero dimostrato che le pugnalate alla vittima fossero state inferte da un destrorso e non da una mancina come lei (il ragazzo è invece stato condannato a dieci anni di reclusione).

Inutile è stata la campagna lanciata nel 2006 da Amnesty International per salvarla dal patibolo, inutile la mobilitazione di Human Rights Watch, così come vani sono risultati gli appelli di vari governi occidentali, compreso quello italiano, perché Delara fruisse di un processo equo e, se riconosciuta colpevole, non fosse condannata a morte in quanto minorenne all’epoca dei fatti.
Evidentemente gli obblighi internazionali equivalgono per Teheran a carta straccia. Sono ben quarantadue i condannati a morte di minorenni al momento del reato giustiziati dal 1990 a oggi, nonostante l’Iran sia uno dei Paesi firmatari della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, approvata il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore il 2 settembre 1990, che impegna gli Stati parti ad assicurare in ogni maniera possibile la vita e lo sviluppo del minore (art. 6 § 2), impone di vigilare affinché nessun minore “sia sottoposto a tortura o a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” e soprattutto proibisce che la pena capitale e l’ergastolo siano “decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni” (art. 37). Certo, i diritti umani come noi li concepiamo sono figli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del pensiero occidentale, e tuttavia – proprio per questo – occorre vigilare a livello internazionale affinché non siano ignorati o soffocati, in ogni parte del globo, oggi che il peso specifico dell’Europa e degli Stati Uniti nello scacchiere mondiale è certamente minore che in passato.
Ecco perché occorrerebbe che il silenzio – spesso colpevole o interessato – dell’Occidente, rotto soltanto in presenza di episodi eclatanti, fosse superato da un impegno comune e concreto anche sul piano dei diritti umani. Non c’è solo la minaccia legata al programma nucleare, pur gravissima per tutti, ma c’è anche l’insidia che una tradizione lontana anni luce dalla nostra, sintetizzata nella sharia, possa prendere il sopravvento in una società multietnica. Riconoscere le diversità non significa certo rinunciare alle proprie identità.
Le autorità iraniane, nel mettere a morte frettolosamente la giovane Delara contraddicendo i loro stessi provvedimenti, hanno evidentemente voluto evitare che la protesta – interna ed internazionale – montasse, fino a condizionare. L’impiccagione della pittrice iraniana ha dunque assunto una valenza anche politica. Ciò significa che, come ha rilevato Mahmood Amiry-Moghadamm, portavoce di Iran Human Rights, Teheran “continua a pensare di poter agire da sola e che le reazioni internazionali” – come i patti internazionali, aggiungiamo noi – “siano solo parole e non abbiano conseguenze”. È necessario che l’ormai asfittico ONU, o la comunità internazionale in qualche sua altra espressione, contestino ed addebitino questa e altre gravi violazioni dei diritti umani all’Iran, magari in sede di negoziazione sulla questione nucleare.
Un’altra donna, la giornalista Roxana Saberi, è attualmente detenuta a Teheran con l’accusa di spionaggio in favore degli Stati Uniti e versa in precarie condizioni di salute: una prolungata inerzia diplomatica a fronte delle risposte poco chiare da parte del governo iraniano – del preannunciato processo d’appello non si è saputo più nulla – potrebbe mettere a rischio anche la sua vita.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno

18 marzo 2009

Sri Lanka: come mai nessuna manifestazione, nessuna protesta, nessuna bandiera bruciata, nessuna riunione di urgenza del Consiglio di Sicurezza, nessun processo all'Aia?

Il Vescovo Thomas Savundaranayagam di Jaffna, nel nord dello Sri Lanka, ha scritto al Presidente del Paese avvertendo che più di 100.000 persone rischiano l’annientamento totale a meno che non venga attuata un'immediata evacuazione della zona, teatro degli scontri tra l'Esercito governativo e i ribelli Tamil (LTTE).

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da Simone Baroncia

Affermando che il Governo e le forze ribelli si stanno preparando per “la battaglia finale”, il presule ha inviato un messaggio al Presidente Mahinda Rajapaksa chiedendo aiuti per la gente intrappolata nella zona di conflitto nel nord-est del Paese. Il Vescovo ha inviato una copia della lettera all'associazione caritativa cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), che in un comunicato spiega come il testo esprima la preoccupazione del presule per la popolazione costretta in una ‘zona sicura’ lunga sette miglia nel distretto costiero di Mulaithivu.


Sottolineando “la pericolosa situazione di annientamento totale dei civili nella zona franca”, il Vescovo scrive che “l'Esercito dello Sri Lanka e l'LTTE sono pronti a combattere la battaglia finale”. “Visto che la situazione è estremamente pericolosa, chiediamo un'azione rapida e seria per far fronte alla necessità fondamentale di garantire la sicurezza dei civili”. Il testo, inviato in copia anche al leader politico dell'LTTE, Balasingham Nadesan, chiede alle parti di cooperare per predisporre un piano di evacuazione via terra o via mare verso un'area sicura nei distretti di Kilinochchi e Mulaithivu.


Denunciando come finora le forze governative abbiano ignorato le sue “ripetute richieste di aprire un corridoio sicuro” perché la gente possa abbandonare la zona, il presule scrive che l'Esercito ha continuato a “usare armi pesanti come l'artiglieria e i mortai”. Il Vescovo Savundaranaygam propone un piano di emergenza in cinque punti da implementare “il prima possibile” da entrambe le parti in collaborazione con gli osservatori delle Nazioni Unite e chiede un cessate il fuoco che permetta ai rappresentanti dell'ONU di indagare sulla situazione della regione e stilare un rapporto. Allo stesso modo, sottolinea che la gente nella zona franca affronta una crisi umanitaria “con pochissimi alberi che possono fornire riparo dal sole cocente”, chiedendo anche l'aiuto della Programma Alimentare Mondiale.


Il conflitto tra le forze governative e le Tigri Tamil è iniziato nel 1983. Nel 2002 è stato negoziato un cessate il fuoco che si pensava avrebbe portato a una pace duratura, ma nel gennaio 2008 il Governo ha annunciato il suo ritiro dalla tregua dopo un'escalation di violenza dal 2006. La guerra ha provocato almeno 70.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati. Le Tigri Tamil, che lottano per una patria separata, sono state costrette dall'Esercito a riparare nel nord de Paese alla fine del 2008. Sembravano essere sull'orlo della sconfitta totale dopo che all'inizio di gennaio il Governo aveva conquistato Kilinochchi, il loro quartier generale amministrativo nel nord.

Da VivereItalia

Oltre 600 civili sono riusciti a fuggire dalla zona di guerra nel nordest dello Sri Lanka, dove l'esercito cinge d'assedio gli ultimi ribelli tamil in un tratto di jungla di 30 chilometri quadrati. Lo hanno reso noto le forze armate di Colombo. Ieri 619 civili sono fuggiti dalla zona di guerra. Negli ultimi tre giorni i profughi sono stati 2.600, 41.500 da gennaio. Secondo l'esercito nella zona di guerra rimangono intrappolati 70.000 civili, 150.000 secondo le agenzie umanitarie internazionali. Le loro condizioni sono disperate. Un attentatore suicida delle Tigri tamil ieri si è fatto saltare in aria a pochi metri dalle truppe di Colombo, senza fare vittime.

Da L'Unione Sarda

 L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navi Pillay, ha detto di temere che ambedue le parti del conflitto in Sri Lanka siano colpevoli di crimini di guerra e che oltre 2.800 civili siano stati uccisi dalla fine di gennaio.

''Alcune azioni compiute dall'esercito cingalese e dalle Tigri Tamil potrebbero costituire violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario'', afferma Pillay in un comunicato.

''Dobbiamo sapere di piu' su cosa sta succendo, ma ne sappiamo abbastanza per essere sicuri che la situazione e' assolutamente disperata'', aggiunge.

Il comunicato spiega che fonti affidabili hanno riferito all'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani che oltre 2.800 civili potrebbero essere stati uccisi, inclusi centinaia di bambini, e oltre 7.000 feriti dal 20 gennaio.

Molte delle vittime, precisa il testo, sono state uccise all'interno di zone dichiarate aree sicure dal governo cingalese.


Da Asca/Afp

Nessuno sa cosa succede (o potrà succedere) ai profughi...

17 marzo 2009

Il divieto di criticare l'Islam (e solo l'Islam!) rischia di diventare legge

 Nel 1994 il leader del regime islamico del Sudan Bashir potè tranquillamente affermare che le Nazioni Unite non avevano alcun diritto di criticare il suo paese soltanto perché amputa braccia oppure perché crocifigge e decapita i detenuti. Per molti anni i paesi dell’Organizzazione della Conferenza islamica avevano cercato di bandire la critica dell’islam. Oggi potrebbero riuscirci con la risoluzione numero 62/154. Titolo: “Combattere la diffamazione delle religioni”. E’ il più micidiale strumento di soppressione della libertà di espressione.

La Conferenza islamica lo ha presentato venerdì a Ginevra al fine di proporre “azioni a livello locale, nazionale, regionale e internazionale” contro la libertà d’espressione. I regimi islamici hanno chiesto al Consiglio dell’Onu per i diritti umani, riunito da Ginevra, di fornire “una protezione adeguata contro tutti gli atti di odio derivanti dalla diffamazione delle religioni”. Il documento denuncia “con profonda preoccupazione” una campagna di “diffamazione delle religioni” e di “incitamento all’odio religioso”. La risoluzione dovrebbe essere discussa dal Consiglio dell’Onu il prossimo 27 marzo. Se il testo sarà adottato, il 27 marzo sarà una data da segnare. L’intero occidente finirà sul banco degli imputati per le sue presunte persecuzioni e critiche dell’islam. Questo testo orwelliano distorce il significato di diritti umani e di libertà religiosa e segna un gigantesco passo indietro nella libertà d’espressione. Chiunque critichi l’islam potrebbe essere passibile di azione legale.

L’Organizzazione della Conferenza islamica, il più potente blocco di votanti alle Nazioni Unite, aveva messo la Libia a capo della preparazione di “Durban II”, la conferenza contro il razzismo che si terrà a Ginevra e che è già stata trasformata in una parata antisemita. “Con questa risoluzione, le nazioni potranno richiedere l’estradizione e il processo di coloro che fanno commenti critici di una o più fedi”, dice l’avvocato Marc Stern di First Amendment. Anche Sarah Kaiser dell’associazione René Cassin, che sarà presente a Ginevra, sostiene che la cosa più velenosa della risoluzione è il fatto di “assegnare un diritto a una idea e una preferenza all’idea rispetto agli individui”. Il ministro degli Esteri olandese, Maxime Verhagen, proprio a causa di questa risoluzione chiede all’Unione europea di boicottare Ginevra.
Lo sceicco dell’università di Al Azhar, Mohammad Tantaoui, massima autorità religiosa dell’islam sunnita, ha chiesto che la risoluzione contenga “sanzioni dissuasive”. In Giordania l’associazione degli avvocati vuole già processare per diffamazione della religione i vignettisti danesi del Jyllands Posten, che ritrassero Maometto in modo blasfemo.

Se approvata, la risoluzione non passerà inosservata. “Diventerà una norma legale internazionale”, spiega Leon Saltiel, direttore di UN Watch. E sarà una norma valida anche in paesi come Italia, Stati Uniti, Canada e Israele che boicotteranno Ginevra. Nella sessione del dicembre 2007 del Consiglio per i Diritti Umani, la stessa Conferenza islamica si era opposta a “riconoscere il diritto degli individui di cambiare liberamente religione”. Nei regimi islamici ci sono norme contro le conversioni e la blasfemia. Sempre dalle Nazioni Unite il 19 settembre 1981, presso la sede dell’Unicef di Parigi, aveva preso avvio la Dichiarazione islamica dei diritti umani, secondo la quale “tutti gli uomini sono sottomessi a Dio” e la quale afferma che la sharia, la legge islamica, precede e sottomette il diritto alla vita proclamato dalla carta dell’Onu del 1948. Dal prossimo 27 marzo sarà più difficile denunciare i crimini commessi in nome dell’Islam.

Da Il Foglio

12 dicembre 2008

E intanto l'Onu fa la sola cosa che sa fare: dare addosso ad Israele

 L’Onu ha “festeggiato” ieri, a modo suo, il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. A Ginevra, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha accusato Israele, l’unica democrazia in Medio Oriente, di “crimini contro l’umanità”. Il Consiglio ha chiesto allo Stato ebraico di compiere passi per togliere il blocco di Gaza e liberare molti palestinesi detenuti. Non solo, ma ha suggerito anche un processo internazionale: “Sarebbe obbligatorio per una corte criminale internazionale investigare sulla situazione e determinare se i leader politici israeliani e i comandanti militari responsabili dell’assedio di Gaza non vadano accusati e processati per violazioni delle leggi criminali internazionali”. E’ notevole quanto questo “suggerimento” dell’organismo internazionale sia ideologico e lontano dalla realtà sul campo. In effetti non c’è alcun “assedio” di Gaza: l’energia, il carburante, i beni di prima necessità e persino i proventi delle tasse doganali vengono erogati da Gerusalemme a Gaza e sono sospesi ogni volta che, da Gaza, partono razzi contro le città israeliane meridionali. Cosa che succede abbastanza spesso: 200 razzi solo nelle ultime 4 settimane, 1212 dall’inizio dell’anno, a cui si devono aggiungere 1290 proiettili di mortaio. Israele si è ritirata completamente da Gaza nel 2005. Da allora ad oggi, i razzi sparati da Hamas sono 3123.

Nell’estate del 2006 Hamas ha rapito un militare israeliano, Gilad Shalit, in territorio israeliano. Tuttora il giovane caporale è in cattività, di lui non si sa nulla. Tuttavia nei “suggerimenti” del Consiglio Onu si deduce che l’aggressore sia solo e sempre Israele. Questo nuovo documento del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu spinge a una prima riflessione: che cosa è questo organismo internazionale? Creato nel 2006 per sostituire la Commissione per i Diritti Umani, il Consiglio con sede a Ginevra, è costituito dai rappresentanti di 47 Stati (a rotazione fra i 171 Stati che hanno aderito), dei quali 12 (fra cui Cina, Cuba e Arabia Saudita) sono sotto accusa perché violano sistematicamente i diritti umani. Fra i suoi membri è notevole la presenza di Paesi che rifiutano relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, come l’Algeria, l’Arabia Saudita, il Mali, Gibuti, il Bangladesh, il Bahrain, la Malesia, il Pakistan e Cuba. Oltre al danno la beffa: il “rapporteur” speciale del Consiglio dei Diritti Umani che a Ginevra ha accusato Israele per crimini contro i diritti umani è Richard Falk, un professore americano di origine ebraica. Che si era già distinto nel 1979 per un suo editoriale a favore della rivoluzione islamica di Khomeini in Iran, nel 2003 per aver definito il conflitto in Iraq una “guerra di aggressione”, nel 2004, per aver considerato l’amministrazione Bush “complice” dell’11 settembre e nel 2007 per aver definito un “Olocausto” la politica israeliana nei Territori palestinesi. Questo è il Consiglio per i Diritti Umani, composto anche da Stati che, nel caso dell’Arabia Saudita e del Pakistan, hanno sempre contestato la stessa Dichirazione Universale dei Diritti dell’Uomo, a cui contrappongono una loro carta dei diritti islamica. A 60 anni da quella Dichiarazione sarebbe giusto fare qualche riflessione sulla sua applicazione nel mondo reale.

Da L'Opinione

10 dicembre 2008

Dichiarazione dei diritti umani (1)

Oggi ricorrono 60 anni dalla ratifica della "Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo".
Ma è veramente universale?

Evidentemente no, se il Consiglio della Lega degli Stati Arabi sentì il bisogno di ratificarne un'altra il 15 settembre 1994  con Risoluzione n. 5437  (da notare, in particolare, il capitolo 1 art. 1 e la contraddizione tra l'art. 10 e l'art. 12 del secondo capitolo)
non firmata, però, da nessuno dei 22 paesi membri:
"Il Consiglio della Lega Araba ha deciso, allora, nel Marzo 2003 di rivedere la carta, ma il Primo forum civile parallelo al Summit arabo ha espresso numerose riserve relative alla versione rivista." (Islam Online, 27 Marzo 2004). 

(...) "Inoltre, la delusione delle ONG è aumentata con l'approvazione della cosiddetta Carta araba rivista sui diritti umani, che rivela un abbassamento nelle condizioni dei popoli nella regione paragonati a quelli nel resto del mondo"."Nella sua forma attuale, la Carta non garantisce un efficace meccanismo di supervisione e di protezione dei diritti umani nei paesi arabi e non assicura il diritto alla partecipazione politica attraverso elezioni obiettive e libere oppure il diritto di formare partiti politici e confederazioni professionali e sindacali. La Carta limita il diritto allo sciopero, approva la limitazione dei diritti alle donne e ignora l'esistenza e il ruolo delle organizzazioni per i diritti umani." (...)


Da Memri

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