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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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Diario
1visite.

16 novembre 2015

La complicità europea nel terrorismo fondamentalista

21 agosto 2015

Guardate e sentite cosa vogliono boicottare

Peccato per gli antisemiti e antiisraeliani, non sanno cosa si perdono





"La mia musica parla da sola e io non inserisco la politica nella mia musica"

17 ottobre 2013

Come si combatte il boicottaggio antiisraeliano (e antisemita)

Il fenomeno del BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) assume forme sempre più pervasive in ambito sociale ed economico. Non si tratta di gruppi organizzati che per una certa motivazione politica non comprano prodotti di talune marche o di particolari fatture, ma di una corrente ideologica che mira a ridurre le collaborazioni internazionali con Israele in qualsiasi campo.

Le lotte politiche degli anni '70, '80 e '90 volevano influire su determinati gruppi multinazionali, la cui presenza nei Paesi in Via di Sviluppo era ritenuta dannosa per le popolazioni locali. Condivisibili o meno, i boicottaggi delle multinazionali sono basati su una critica dei grandi imperi economici e propongono modelli alternativi di commercio, che intendono essere più collaborativi che sfruttativi di risorse e bisogni dei Paesi più deboli. Nel caso del boicottaggio contro Israele, il BDS, l'incidenza delle teorie economiche solidali è pressoché irrilevante: i progetti sviluppo economico cooperativo a beneficio dei palestinesi non sono l'obiettivo del movimento BDS, quanto invece azioni funzionali allo scopo principale, che è il boicottaggio di Israele.

Il BDS, quindi, non è ideologicamente centrato sullo sviluppo della società palestinese oppressa da imperi economici stranieri, bensì è finalizzato a danneggiare Israele quale realtà statuale, politica e storica che è ritenuta la causa prima e unica del mancato sviluppo della società palestinese. In altre parole, il BDS intende la politica mediorientale in due assunti: a) l'esistenza di Israele è un artificioso risultato delle operazioni politiche delle grandi potenze occidentali; b) la prosperità di Israele è conseguente alla sua presunta violenza espansionistica. Ne deriva che l'esistenza di Israele comprime i diritti e il progresso dei palestinesi.

Senza entrare nell'intricato evolversi della storia che ha portato alla creazione dello Stato di Israele o nel complesso argomentare sul suo diritto ad esistere come Stato ebraico e democratico, le teorie del BDS possono esser confutate con due argomentazioni. La visione politica e economica della situazione palestinese vede la Palestina come un'isola sconnessa dal territorio e dalla regione: il BDS non considera che la Palestina è una realtà geopolitica che va analizzata nel contesto regionale, pertanto le relazioni politiche palestinesi vanno analizzate alla luce anche dei rapporti con gli altri Paesi arabi, per individuare le cause della loro, sempre presunta, involuzione sociale ed economica. In secondo luogo, queste teorie sono diretto frutto della narrativa palestinese che costruisce la propria identità come parallela, opposta e incompatibile con quella israeliana.

Il BDS quindi non è un movimento di solidarietà ai palestinesi, ma un movimento anti-israeliano e come tale ha una connotazione politica discriminatoria che le democrazie sono chiamate a combattere perché diretta contro una nazione specifica.

La Francia ha adottato nel 1977 una legge che criminalizza i boicottaggi economici quali atti discriminatori punibili fino a tre anni di reclusione o fino a 45.000€ di multa. Nel 2004, è stata introdotta una legge che criminalizza anche l'incitamento al boicottaggio, punibile fino a un anno di reclusione o fino a 45.000€ di multa. Il boicottaggio è definito (art. 225-1 e 225-2 del codice penale francese)  come il rifiuto di fornire un bene o un servizio oppure l'impedimento di una qualsiasi attività economica in ragione dell'identità nazionale del potenziale partner.

Negli ultimi dieci anni, ci sono stati alcuni casi dibattuti nei tribunali francesi su boicottaggi contro Israele. Tra i più eclatanti, si ricordano il caso Willem e il caso Khimoun-Arnaud.


Sakina Khimoun-Arnaud

Nel 2003, il sindaco di Seclin, una piccola città nel nord della Francia, è stato accusato di boicottaggio per aver escluso i prodotti alimentari israeliani dalle mense pubbliche sotto sua giurisdizione. Willem, condannato in primo e secondo grado, con anche sentenza di conferma della condanna da parte della Corte di Cassazione, ha fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che ha sede a Strasburgo. Willem argomentava che la condanna violava la sua libertà di espressione e la libertà all'opinione politica. I giudici di Strasburgo hanno tuttavia trovato che nel rispetto delle opinioni e convinzioni politiche e nel rispetto della libertà di esprimerle, il boicottaggio non costituisce una forma di espressione di un'idea politica, ma un atto discriminatorio di stampo economico diretto contro uno specifico gruppo in ragione della sua nazionalità. Nel 2010, Sakina Khimoun-Arnaud è stata condannata dal Tribunale di Bordeaux per aver apposto in un supermercato della città delle etichette su alcuni prodotti, recanti scritte che invitavano la clientela a non acquistarli perché fabbricati in Israele.

Altri processi sono in atto per la pubblicazione in internet di video che invitano a boicottare prodotti israeliani e per la diffusione di magliette recanti slogan che incitano al boicottaggio.

Gli accusati e i condannati si difendono invocando la libertà di opinione ed espressione; inoltre, argomentano che segnalare i prodotti fabbricati nelle "colonie" è un'azione che invita i cittadini europei a esimersi dall'acquistare prodotti fabbricati con procedure non conformi agli accordi tra Israele e Unione Europea.

Come ben notano i giudici francesi, la libertà di opinione ed espressione sono cardini della democrazia; tuttavia, la stessa libertà di esprimere le proprie convinzioni non può esser scambiata per un mezzo veicolare di incitamento al boicottaggio. Infatti, il boicottaggio non è una convinzione politica, ma un atto che discrimina contro una nazione, in particolare quella israeliana, ritenuta responsabile dei più turpi atti e crimini contro la giustizia internazionale e i diritti umani. La discriminazione, oltretutto, è basata su convinzioni politiche e interpretazioni ideologiche, non su fatti incontrovertibili. In particolare, citare le condanne dell'ONU a supporto dell'idea che Israele violi i diritti umani non ha alcuna base giuridica, poiché quei documenti sono essi stessi politici.

Il BDS non esprime solidarietà, ma incitamento alla discriminazione e, utilizzando una retorica diffusa che dipinge gli israeliani come violenti usurpatori, si rende responsabile anche della diffusione dell'immagine negativa di Israele e quindi dell'aumento dell'odio antisionista.

La Francia dimostra che la lotta legale contro il BDS è efficace e di successo. Anche in Italia i pro-israeliani dovranno presto serrare i ranghi e intraprendere battaglie nelle aule di tribunale per il progressivo sviluppo del BDS. Non è per amor di retorica che si utilizza un linguaggio guerresco, ma per amor di verità: il BDS ha dichiarato guerra ad Israele e recluta combattenti in ogni ambito sociale. Quello economico è solo il più evidente, e il più facile da diffondere perché sostiene di limitarsi alla questione irrisolta dei territori contesi, ma il boicottaggio accademico, sportivo, culturale dimostra che non è una questione di territori o di amore per i palestinesi, ma una questione di odio anti-israeliano.

Di Giovanni Quer

12 ottobre 2010

I boicottatori antisemiti di nuovo all'attacco

La vergognosa campagna di boicottaggio promossa dai vari attivisti europei di Stop Agrexco verso i prodotti agricoli israeliani sta per tornare e ancora una volta alcuni supermercati potrebbero bandire alcune merci dai loro scaffali.

Sarà un autunno molto caldo per le Coop che si ostineranno a distribuire prodotti agricoli israeliani. Infatti la vergognosa campagna di boicottaggio promossa dai vari attivisti europei di Stop Agrexco verso i prodotti agricoli israeliani, specie quelli prodotti in Giudea e Samaria, rischia di traslarsi alle stesse coop che continueranno a distribuirli. Addirittura, in vista dell’accordo che i responsabili della Coop andranno a firmare il prossimo 14 ottobre con la Agrexco in Israele, gli attivisti si sono scatenati con una raccolta di firme. Circa 3100 in poche settimane (tra esse spiccano Giulietto Chiesa, Luisa Morgantini e Iacopo Venier, tre nomi che sono tre programmi), per diffidare la coop dal continuare nella propria politica commerciale.

In una lettera dello scorso 8 ottobre si legge quanto segue: “Cara COOP, apprendiamo con forte rammarico che, dopo l’annuncio della sospensione della vendita dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei vostri supermercati, decisione apprezzata sia per il rispetto del diritto internazionale sia per la tutela di noi consumatori, ora COOP Italia intende continuare la commercializzazione di questi prodotti, anche se con un’etichettatura differenziata”. Tale decisione per questi anti-israeliani di professione, non va bene. E forti dell’appoggio di alcune organizzazioni pacifiste israeliane come Gush Shalom rilanciano il boicottaggio. E quindi, prosegue la lettera, “a prescindere da come vengono etichettate, non può essere considerato legittimo commercializzare merci prodotte in un regime di occupazione militare. Infatti, le colonie israeliane sono state definite illegali nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (446, 452, 465, 471 e 476) e dalla Corte Internazionale di Giustizia, definizione riconosciuta da tutte le istituzioni europee. Ogni compratore, ogni cittadino che conosce queste illegalità e le subisce passivamente, se ne rende complice; ma maggiore è la responsabilità della struttura che contribuisce a diffondere quel prodotto dall’origine illegale e ne ricava guadagno.” Nei loro siti parlano di “apartheid”, cosa falsa quanto è vera la loro malafede, e di sanzioni allo stato ebraico, sul modello del Sud Africa. “Pertanto ribadiamo la nostra richiesta a COOP Italia di non commercializzare i prodotti provenienti dalle colonie – chiosa il documento - e di interrompere rapporti con quelle aziende che traggono profitti dal regime di occupazione illegale dei territori palestinesi. Altrimenti rimane l’interrogativo: cosa segna la differenza fra COOP e una qualunque altra azienda della grande distribuzione?”

Notare la sottile minaccia insita in quest’ultimo capoverso: al di là delle ipocrisie la cosa si traduce così: “se voi non boicottate i prodotti provenienti da Giudea e Samaria (che sono comunque territorio israeliano, sia pure conteso, ndr) noi boicotteremo voi”. Ovviamente queste campagne di disinformazione vengono fatte da attivisti europei che sono in contatto con quelli palestinesi. “Pacifinti” i primi e “pacifinti” i secondi. In Italia le organizzaziioni che spargono odio e disinformazione sono queste (le troviamo spesso nelle manifestazioni di piazza dove si bruciano le bandiere con la stella di Davide e si urla “dieci, cento, mille Nassirya”): Coordinamento Campagna BDS Bologna, Donne in Nero, Comitato Palestina Bologna, Pax Christi, Ya Basta! Bologna, Mashi – Orme in Palestina, Federazione RdB, Gruppo Studio Politecnico 09, Associazione Campi Aperti, Associazione Orlando, VAG 61, Berretti Bianchi Onlus, XM24. Purtroppo, a questi signori vanno aggiunte persone che appartengono alla categoria dello spirito degli “ebrei che odiano sé stessi”. Basta leggere la lettera di quelli di Gush Shalom per farsene un’idea precisa: “Consideriamo gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati come un grosso ostacolo alla pace e il loro smantellamento è perciò un indispensabile presupposto per il suo ottenimento. In quanto tale, dal 1997 abbiamo lanciato un appello ai cittadini israeliani a favore del boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e dell’astensione dal loro acquisto quando in vendita in negozi e supermercati. Decine di migliaia di cittadini israeliani partecipano regolarmente a questa campagna.” La firma in calce alla lettera è quella di Adam Keller e si chiude così: “... in base a quanto detto, io e i miei amici siamo sicuramente felici riguardo ad un simile passo intrapreso dalle vostre catene di supermercati per evitare di mettere in commercio prodotti (agricoli in questo caso) che provengono dagli insediamenti in Cisgiordania.” La Coop comunque, memore delle polemiche di fine maggio, stavolta i prodotti israeliani li lascerà sugli scaffali.

Da L'Opinione

6 ottobre 2009

I primi danni di un rapporto antisemita

 Il governo israeliano è “largamente preparato” ad affrontare il fenomeno, tuttavia la situazione dopo la pubblicazione del rapporto Goldstone delle Nazioni Unite “è intollerabile”. Lo scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth riportando le parole di “un alto funzionario del governo” a commento della recente decisione del vicepremier Moshe Ya’alon di non recarsi a Londra il prossimo mese per non rischiare di essere arrestato o di alimentare la propaganda anti-israeliana. Quello delle difficoltà che numerosi esponenti dell’establishment politico e militare israeliano hanno a recarsi all’estero è un problema sempre più diffuso. Ed è gestito, a livello di consulenza legale, ricorda il giornale, solo da tre uomini: “Il procuratore generale dello Stato Menachem Mazuz, il suo numero due Danny Taub e l’avvocato Adi Scheiman”. Tre uomini chiamati a consigliare numerosi alti papaveri su non meno di mille denunce per crimini di guerra che pendono sul capo, tra gli altri, dell’ex premier Ehud Olmert, dei deputati Shaul Mofaz, Avi Dichter, del titolare della Difesa Ehud Barak del suo vice Matan Vilnai, del titolare dell’Industria Binyamin Ben Eliezer e dello stesso Ya'alon.


Dopo aver deciso di seguire il consiglio dei tre giuristi di non partecipare a una raccolta fondi, a Londra, il prossimo novembre, il vicepremier ha dichiarato: “Per rafforzare questo fronte, Israele ha bisogno di una forte e vigorosa azione interna così come sul piano diplomatico. E lo stiamo facendo”. Secondo quanto scrive Ynet, gran parte delle denunce contro i politici e gli alti gradi militari sono partite dopo l’operazione militare “Piombo fuso” condotta da Israele su Gaza lo scorso gennaio. L’esito del rapporto Goldstone sulla stessa operazione – Israele e Hamas sono state accusate di aver commesso crimini di guerra – è destinato secondo a far crescere il numero di esposti di organizzazioni umanitarie contro i politici israeliani e contro il capo di Stato maggiore della Difesa Gaby Ashkenazy e i suoi più stretti collaboratori. I denunciati, conclude il giornale, hanno particolari difficoltà a spostarsi in Gran Bretagna, in Spagna e in Scandinavia, una terra questa definita “off-limits”.

Da Il Velino

E "sinistra radicale" e palestinesi gettano la maschera anche sull'ecologia: sono contro il biologico e la salvaguardia dell'ambiente

20 aprile 2009

I fondamentalisti vorrebbero boicottare i libri per la seconda volta di seguito

Ancora con la fissazione del boicottaggio dei libri, delle idee censurate, degli scrittori ridotti al silenzio, dell’assedio che stringe una Fiera, come quella torinese, dove si dovrebbe discutere liberamente, e non aver paura di chi ha una sola ossessione: il sabotaggio culturale, il bavaglio universale. Si replica lo spettacolo dell’anno scorso, quando la presenza degli scrittori israeliani alla Fiera del libro di Torino venne scomunicata come una provocazione. Ora è la volta dell’Egitto, bersagliato dagli annunci di un nuovo boicottaggio.

La simmetria è solo apparente. I boicottatori accusano l’Egitto di essere troppo «moderato», di non attenersi ai precetti dell’islamismo fondamentalista, di essere troppo cedevole con Israele, il Nemico assoluto. Ma hanno un conto in sospeso con gli organizzatori della Fiera, che pensavano di compensare la presenza israeliana dell’edizione scorsa con la celebrazione di un Paese arabo. Egitto o Israele, i nemici dei libri conoscono però un solo linguaggio: quello della protesta contro l’esposizione dei libri e delle idee. Una fissazione, appunto. Da contrastare con lo stesso appello di un anno fa: boicottare i boicottatori, partecipare in massa alla Fiera del libro, partecipare alle discussioni, mettere a confronto le idee diverse.

Comportarsi nello stesso modo. Anche se l’Egitto non può vantare la stessa libertà intellettuale che rinfresca ogni giorno la vita politica e culturale di Israele. Anche se i dissidenti egiziani sono rinchiusi in prigione, mentre le librerie di Tel Aviv e Gerusalemme sono piene di volumi scritti da intellettuali in dissenso dalla linea del governo. Anche se la libertà di espressione, di opinione, di stampa in Egitto non è lontanamente paragonabile a quella che fa di Israele un crogiuolo elettrizzante di tesi contrapposte che si scontrano su tutto, persino su ciò che la comunità israeliana custodisce di più sacro e fondamentale.

L’equiparazione tra una democrazia e uno Stato autoritario può venire in mente solo a chi, nei proclami che annunciano il boicottaggio della Fiera, definisce Israele uno «Stato canaglia». Peccato che un anno fa, nel comprensibile tentativo di far svolgere la manifestazione torinese dedicata a Israele e di ammansire i boicottatori confortati da un Gianni Vattimo in vena di negazionismo sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion, gli organizzatori abbiano architettato la rappresentazione della par condicio, con l’Egitto chiamato a bilanciare Israele. È stato un errore, un eccesso di diplomazia. Ma la difesa della Fiera del libro minacciata per la seconda volta in due anni di boicottaggio (e sempre con Vattimo in prima fila) deve essere la stessa.

Con l’aggiunta di un pensiero per gli scrittori dissidenti che al Cairo non godono della libertà d’espressione conosciuta da noi. E con l’impegno di discutere le tesi di Tariq Ramadan, che l’anno scorso, in odio a Israele, partecipò al boicottaggio e che quest’anno avrà una tribuna torinese tutta per lui. Almeno per non cedere su un punto: che contro l’ossessione del boicottaggio, contro l’idea che i libri devono essere nascosti e gli scrittori imbavagliati, sia almeno salvaguardato il meglio di una società aperta, che non ha paura dei libri, che non azzittisce con i fischi chi parla e chi espone una tesi, anche la più discutibile. Il boicottaggio dei boicottatori di professione è l’arma che resta a chi non sopporta ogni genere di censura.

Dal Corriere di giovedi

11 marzo 2009

"Sì, ma anche no"?

Il governo italiano boicotterà la Conferenza sul razzismo dell’Onu. Il responsabile esteri del Pd, Piero Fassino, la definisce “una decisione estrema”. Però aggiunge che la bozza preparatoria di Durban II contiene affermazioni “non accettabili” sul sionismo e lo stato di Israele. Insomma è d’accordo col ministro Frattini o no?

Commentando il boicottaggio italiano alla Conferenza sul Razzismo dell’Onu – la ormai macabra "Durban II" – Fassino l’ha definita una "decisione estrema" che doveva essere oggetto di un chiaro dibattito parlamentare. Ha anche chiesto al governo di riferire "immediatamente" alle Camere "su quali sono le valutazioni che conducono il governo italiano alla decisione di non parteciparvi".

Passi per il parlamento ma le valutazioni sono chiarissime e anche Fassino lo sa. Il governo italiano ha giudicato che, almeno fino ad ora, la preparazione dei lavori alla conferenza di Ginevra è stata una kermesse anti-israeliana. Tant’è vero che Fassino si è affrettato a fotocopiare: “Non vi è alcun dubbio che nell'attuale versione della bozza di risoluzione finale di Durban II siano contenute affermazioni non accettabili riguardo al sionismo, a Israele e alla vicenda mediorientale. Ed è evidente che quella risoluzione va profondamente modificata…”.

Sembra proprio che il leader del Pd sia stato spiazzato dalla consonanza di posizioni tra l’Italia berlusconiana e gli Usa obamian-clintoniani: “no a Durban / sì al dialogo con l’Iran su questioni strategiche”. Così Fassino per distinguersi è costretto rifugiarsi nel solito corner europeista. L’Italia sbaglia, sostiene Piero, perché il "no" a Durban doveva essere frutto di una decisione a Bruxelles, il risultato di una "iniziativa congiunta e concordata". Tutti sanno che l’Europa, notoriamente, parla con una sola voce in politica estera, no?

Una cosa è certa. Nella bozza di Ginevra, Iran e Siria (e il Vaticano si è associato a loro, almeno per quanto riguarda l'omofobia) hanno fatto il solito negazionismo. Quando l’Unione Europea ha chiesto di inserire nella bozza un paragrafo sulla memoria dell’Olocausto, la delegazione iraniana ha risposto: "pensiamo che la bozza sia inappropriata per incorporare un nuovo paragrafo come questo, quindi chiediamo che il nuovo paragrafo venga messo tra virgolette". Come si fa a partecipare a una conferenza sul razzismo dove l’Olocausto è argomento di discussione e non un fatto storico assodato? E infatti il Canada, gli Usa, Israele, e adesso anche l'Italia hanno deciso di non partecipare.

In compenso, la delegazione palestinese ha proposto di inserire un altro paragrafo chiedendo l’interruzione delle violazioni internazionali dei diritti umani e delle leggi umanitarie a Gaza e in West Bank e il rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli. Il paragrafo dedicato alla Palestina dovrebbe finire nella sezione intitolata “Identificare tutte le misure e le iniziative concrete a tutti i livelli per combattere ed eliminare ogni forma di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia”. Ed è molto più probabile che passi un paragrafo sulla "nakba" che non quello sull’Olocausto.  

Da L'Occidentale

25 novembre 2008

Si riapre la stagione del "dai addosso ad Israele"

Sabato l’Onu “celebrerà” con sei nuove condanne anti israeliane l’annuale giornata dedicata ai palestinesi. Ogni 29 novembre il rito si ripete mentre in molte capitali europee, a cominciare da Roma, i soliti brucia bandiere no-global, di estrema destra o di estrema sinistra, daranno sfogo ai propri bassi istinti in manifestazioni di odio diventate ormai di repertorio. Quest’anno la novità è che lo stato ebraico sta meditando di rinunciare a difendersi davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite: “costa troppo ed è inutile mettersi contro qualcosa premeditato a tavolino dalla Lega Araba e dai tanti Stati dittatoriali e autocratici che ci odiano”, ha detto al Jerusalem Post un importante “senior diplomat”. Aggiungendo: “tanto vale che li facciamo sfogare così, ormai l’opinione pubblica è con noi e giudica queste risoluzioni Onu poco meno di niente”. Nonostante tutto però, Gabriella Shalev, l’ambasciatrice israeliana all’Onu, svolgerà il proprio discorso di difesa degli interessi di Israele durante la giornata del 29 novembre. Ma molte Ong vicine allo stato ebraico, come Un Eye, giudicano ormai con scetticismo ogni iniziativa ufficiale all’interno del Palazzo di Vetro: “questa giornata del 29 novembre non è in realtà un appuntamento che serve a ricordare al mondo che esiste la questione dei palestinesi e del loro eventuale futuro Stato, ma è solo un memorandum d’agenda con cui i Paesi arabi, con l’appoggio Onu, ricordano all’umanità che loro continuano a ritenere illegittimo lo Stato di Israele, la sua fondazione e il suo ostinarsi ad esistere”.

Come si diceva, in molte capitali europee, a cominciare da Roma, i soliti guastatori ed esperti di odio e di oltraggio alla bandiera israeliana sono già pronti per un sabato indimenticabile. A Roma, segnatamente, Forum Palestina menerà le danze e già dai primi di ottobre mandava appelli in rete in cui tra l’altro si rivendicava la bontà del boicottaggio tentato (ma non riuscito) al Salone del Libro di Torino la scorsa estate. Condendo il tutto con apprezzamenti non molto lusinghieri sul nostro Capo dello Stato che invece a quel Salone ha dato il patrocinio. Adesso è stata promossa anche un’altra subdola campagna di boicottaggio economico (che peraltro in tempi di crisi come questi equivale a comportarsi come quei mariti cornuti che si castrano per far dispetto alla moglie), quella contro le aziende italiane ed europee che fanno affari con Israele. Naturalmente per chi fa affari con l’Iran quelli di Forum Palestina non hanno mai usato simili premure. A Roma il loro manifesto recita: “invitiamo tutti a manifestare con noi: per la fine dell’occupazione israeliana della Palestina, per uno Stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale, per il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione Onu 184, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane, per lo smantellamento dell’assedio imposto alla Striscia di Gaza, per la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia-Israele e per il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra”. Anche quest’anno la stagione di caccia all’ebreo e all’israeliano si riapre quindi puntualmente sotto l’egida Onu. E gli antisemiti mascherati da antisionisti, per usare le parole di Napolitano, in questa maniera si sentiranno legittimati più che mai a inneggiare al terrorismo. Sicuramente più di quanto si sentano legittimati gli israeliani ad avere un proprio Stato.

Da L'Opinione

12 marzo 2008

Boicottaggio

Per chi si chiedesse come mai ho tolto l'Arringa alla mia terra di H. Pagani e ho messo questa canzone può scoprirlo qui.

Questo il testo:

Shabechi Yerushalaim et adonai
Haleli elohaich tzion
Shabechi Yerushalaim et adonai
Haleli elohaich tzion

Ki chizak berichei shearayich
Ki chizak berichei shearayich

Berach banayich bekirbech
Berach banayich bekirbech
Berach banayich bekirbech

Haleli haleli elohayich tzion
Haleli haleli elohayich tzion

Jerusalem praise God
Tzion praise God
Jerusalem praise God
Tzion praise God

For He made your gates locks strong
For He made your gates locks strong

For blessed the sons that sit in your city
For blessed the sons that sit in your city
For blessed the sons that sit in your city

Praise God Tzion
Praise God Tzion

4 febbraio 2008

Il Paese più boicottato al mondo

 
Nessuno stato o comunità scientifica ha mai subito un simile fuoco cultural-ideologico. Neppure nel periodo più cupo e sanguinario della Guerra Fredda si è mai pensato di interrompere le relazioni scientifiche con l’Urss. I primi fuochi inglesi di boicottaggio accademico contro lo stato d’Israele si registrarono nel 2002. Allora il biologo antisionista Steven Rose pubblicò sul Guardian un appello contro i centri di ricerca dello stato ebraico. A Manchester, la professoressa Mona Baker licenziò due studiosi israeliani da ogni incarico ricoperto nelle riviste di linguistica che essa dirige. Un anno e mezzo fa la più grande organizzazione inglese di insegnanti, composta da oltre 60 mila membri, approvò il boicottaggio contro Israele e le sue “politiche da apartheid”. Il rettore dell’università Bar-Ilan, fra le più bersagliate dalla propaganda, parlò di “terrorismo accademico”. Questo fuoco ideologico e odioso contro lo stato ebraico adesso arriva in Italia: si vuole impedire che la voce di Israele e dei suoi scrittori si faccia sentire alta e viva alla Fiera del Libro di Torino. Il matematico Ronnie Fraser ha detto che il boicottaggio è figlio di una “mentalità razzista”. Nel marzo 2007, 130 medici britannici avevano proposto di boicottare la Israel Medical Association, chiedendone l’espulsione dalla World Medical Association. S’era poi accodata un’associazione di architetti.

Ad aprile il sindacato nazionale dei giornalisti britannici aveva deciso di boicottare tutti i prodotti made in Israel. “Un insulto all’intelligenza”, l’hanno definito alcuni dei più autorevoli corrispondenti da Gerusalemme: “Se i giornalisti volessero veramente boicottare i prodotti israeliani dovrebbero rinunciare ai loro cellulari e computer portatili, giacché tutti questi prodotti contengono componenti prodotte in Israele”. In risposta al boicottaggio degli atenei israeliani da parte di docenti, medici, giornalisti, architetti e anglicani di Gran Bretagna, il premio Nobel della fisica, Steven Weinberg, rispedì al mittente l’invito per una conferenza da tenere a luglio all’Imperial College di Londra. “So che qualcuno sosterrà che questo genere di boicottaggi sono rivolti solo contro Israele e non contro gli ebrei – scrisse nella lettera al college – Ma vista la storia degli attacchi contro Israele, la natura ferocemente repressiva e aggressiva di altri paesi in Medio Oriente e altrove, boicottare Israele denota una cecità morale per la quale è difficile trovare una spiegazione diversa dall’antisemitismo”. Weinberg è ora fra i promotori della speciale iniziativa degli Scholars For Peace in the Middle East: “Siamo accademici, studiosi e ricercatori professionisti di diverse vedute religiose e politiche. A dimostrazione della nostra solidarietà con i colleghi dell’accademia israeliana, noi sottoscritti ci dichiariamo accademici israeliani. Considerandoci accademici israeliani, eviteremo di partecipare a qualunque attività dalla quale fossero esclusi gli accademici israeliani”.

Il boicottaggio contro Israele non è virtuale. Nel 2002, anno di inizio della campagna, Paul Zinger dell’Associazione scientifica d’Israele disse al Sunday Telegraph che più di settemila ricerche scientifiche vengono mandate da Israele all’estero ogni anno. Nel 2002 la maggior parte tornarono indietro con la motivazione: “Ci rifiutiamo di esaminare i documenti”. Citandone solo uno, Oren Yiftachel dell’Università Ben Gurion, si è visto rifiutare una ricerca con una nota che lo informava che il giornale, il Political Geography, non accettava niente che provenisse dallo stato degli ebrei. Il controboicottaggio è sottoscritto da oltre diecimila accademici degli Stati Uniti e di altri paesi, tra cui l’Italia. Indetta da Weinberg e dal giurista di Harvard Alan Dershowitz, la petizione porta la firma di 32 premi Nobel, dal fisico Alexei Abrikosov all’economista Kenneth Arrow, e di 50 rettori universitari. Edward Beck, presidente di Scholars for Peace in the Middle East, parla della risposta a “un vergognoso gesto anti-intellettuale”. Dershowitz spiega che secondo “questa ideologia razzista, lo stato ebraico è puro aggressore. I boicottatori aderiscono al principio di autodeterminazione, eccetto che per gli ebrei. Sono oltraggiati dalla natura ebraica dello stato d’Israele, ma non sanno cosa dire su quella islamica dell’Iran e della Arabia Saudita. Sono indifferenti alla sofferenza ebraica, ma sono sensibili a quella dei non ebrei. Gli antisemiti abbracciano l’antisionismo per coprire il loro odio verso gli ebrei. La battaglia contro il boicottaggio è l’aspetto più urgente della guerra contemporanea contro l’antisemitismo”.

A Judea Pearl, il padre del giornalista del Wall Street Journal sgozzato in Pakistan, l’infame boicottaggio ne ricorda un altro. “Nel 1934 un volume di Nature, principale rivista scientifica britannica, conteneva due lettere dello scienziato tedesco Johannes Stark, premio Nobel della fisica, in cui spiegava ai colleghi inglesi perchè i professori ebrei dovevano essere cacciati dalle università tedesche. È istruttivo leggere queste lettere per ricordare”. Dopo aver difeso la libertà di parola nelle aule di tribunale, Alan Dershowitz guida ora un’eclatante protesta contro la “sindrome Lawrence d’Arabia” delle elite occidentali che accusano Gerusalemme di “apartheid” e chiudono gli occhi su quanto avviene in un blocco arabo 676 volte più grande di Israele. Elite dalle quali non si è mai levato un attacco al Sudan per le stragi nel Darfur, contro l’occupazione maoista del Tibet, lo Zimbabwe di Robert Mugabe, il Myanmar che incarcera i dissidenti, la Corea del Nord da cui svaniscono cristiani e handicappati, l’Iran che scatena ronde oscurantiste nei campus o l’Arabia Saudita che esporta l’odio contro gli “apostati”. Hanno invece scelto di esecrare e isolare uno stato minuscolo, che copre lo 0,0001 per cento della superficie terrestre, grande quanto il New Jersey e i cui abitanti ammontano a un millesimo della popolazione mondiale, ma che, stando al rapporto annuale di Freedom House, è uno degli stati più liberi e democratici del mondo. Lo stato degli ebrei. E questo è il problema. È il problema dei boicottatori di Torino.

Da Il Velino

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