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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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3 gennaio 2017

Trova le differenze - Find the difference






3 giugno 2009

La buona volontà non basta

 Democratico, contiguo, demilitarizzato: con queste tre parole magiche, il giornale londinese in lingua araba AlQuds al-Arabi ha presentato il piano di Barack Obama per il futuro stato palestinese. Lo ha fatto a dispetto dei santi: il premier israeliano Benjamin Netanyahu si era appena incontrato con il presidente Usa e, per quel che se ne sa, non aveva avuto alcuna rivelazione diretta. Abu Mazen, il presidente dell'Autonomia palestinese, stava dirigendosi a Washington e i palestinesi si sono detti stupiti per il piano. Obama il 4 di giugno al Cairo dovrebbe rendere ben chiaro che le piramidi non faranno da sfondo al piano di pace. E che il suo discorso sarà tutto una mano tesa dall'Occidente all'Islam. Ma la sensazione è che anche il piano uscito su Al-Quds al-Arabi sia in rodaggio, perché Obama comprende che i sogni non sempre si possono avverare e compie verifiche. Che se ne farà Obama della buona volontà se, come previsto, gli hezbollah, bnga manus dell'Iran, il 7 giugno otterranno un grande successo elettorale in Libano e il confine con Israele sarà sotto il controllo a distanza di Teheran? E che ne sarà del tanto pubblicizzato dialogo con l'Iran? Il 12 giugno potrebbe rivincere Mahmoud Ahmadinejad, che ha usato come simbolo della campagna il lancio del missile da 3 mila chilometri di gittata in grado di distruggere Israele. E continua ad accusare i rivali di attuare una politica di «détente» verso l'Occidente, accettando di esserne dominati. Inoltre il supremo leader degli ayatollah, Ali Khamenei, ha chiamato a votare il leader pi antioccidentale e, chiunque sia il prossimo eletto, dovrà attenersi all'estremismo della leadership religiosa, che per tutti questi anni ha sostenuto il nucleare e avallato la promessa di distruggere Israele e dominare l'Occidente. Dun que il Medio Oriente potrebbe essere animato da una foga islamista sempre più attiva e inflessibile. Se veniamo al piano di Obama, esso è pieno di buona volontà bipartisan. Le tre parole magiche tengono conto dell'esigenza di sicurezza di Israele (uno stato palestinese demilitarizzato), della necessità palestinese di uno stato contiguo e quindi liberato dagli insediamenti, infine della necessità, soprattutto di Israele, ma del mondo intero, di avere a che fare con un potere strutturato democraticamente e quindi responsabile. Obama dà segno di precisione e sensibilità e dice chiaramente che il nuovo stato palestinese non potrà essere armato, ci che George W Bush non aveva mai detto. Ma un Medio Oriente così fortemente legato all'Iran potrebbe mai accettarlo? amas si inchinerebbe all'idea di uno stato demiitarizzato? Obama, inoltre, prevede la soluzione del problema dei profughi con il loro definitivo inserimento nei paesi ospitanti (Libano, Siria e altri) o il ritorno nel nuovo stato palestinese. Ma tutti i paesi arabi, fuorché la Giordania, hanno sempre rifiutato questa ipotesi. E Abu Mazen ha già detto che non ci starebbe. Quanto alla contiguità, gli israeliani evacueranno gli insediamenti? Il governo Netanyahu aspetta garanzie per dare il via ai lavori di smantellamento e Obama vorrebbe che cominciassero subito. Da ultimo: Obama vede la città vecchia di Gerusalemme sotto il controllo di un organismo internazionale. Tutto l'Islam ha già detto che non se ne parla. E Israele, che a suo tempo aveva accettato la condivisione, oggi è pi scettico. L'unica possibilità di pace è una rassicurazione sullo stop al nucleare iraniano, che faccia piegare la testa degli alleati di Teheran e spinga Israele a concessioni.

Da Panorama del 1/6

8 aprile 2009

Notizie e non notizie, confusione mediatica sul Medio Oriente

Dal Medio Oriente arrivano due notizie che aggiungono, come se ce ne fosse bisogno, ulteriore confusione. La prima è che durante l’operazione “piombo fuso” c’erano voci che davano l’aeronautica militare israeliana impegnata in Sudan e la marina in zone non specificate del Mar Rosso al fine di contrastare navi cargo che imbarcavano uomini e materiali bellici destinati a Hamas. Trattandosi di semplici voci eravamo convinti che si trattasse di una “bufala giornalistica”, ma le rivelazioni della stampa statunitense hanno aperto la possibilità che dietro quelle voci ci fosse del vero, anche se Israele fino ad oggi non ha né negato né confermato nulla. Fino ad oggi in Europa non si sapeva molto alla parte “navale” della questione ma stamattina, l’agenzia di stampa iraniana Irna, ha ufficialmente smentito che una sua nave sia stata affondata, e nello smentire una voce ha di fatto confermato una notizia fino ad oggi totalmente ignorata dai media internazionali. Questa mossa che non ha altra spiegazione che un cortocircuito nei pensieri, altro non fa che confermare un quadro di guerra sotterranea combattuta fra Israele e l’Iran in parallelo all’azione di Gaza. A questo punto lo scenario diventa davvero preoccupante, perché se Iran ed Israele hanno già cominciato a colpirsi direttamente e non per “interposta persona” come è stato fino ad ora, si chiarisce cosa potrebbe accadere nel caso del fallimento della nuova politica americana. Anche il presidente palestinese Abu Mazen, per non essere da meno, ha dato la sua “non notizia” escludendo la possibilità dell’apertura di un dialogo con il nuovo governo israeliano prima che Netanyahu non metta in chiaro che le trattative di pace debbono avere come fine quello dei due Stati per i due popoli. Questa presa di posizione del presidente palestinese sa tanto di “aria fritta” perché non è in discussione la creazione di un nuovo Stato, ma la possibilità che i profughi entrino in Israele. Abu Mazen, come i dirigenti iraniani, prima di rilasciare alla stampa dichiarazioni dovrebbe pensarci meglio, perché non è mistero che chi non accetta l’esistenza di due Stati sia proprio gran parte del suo popolo. In primis Hamas che vuole la nascita dello Stato palestinese solo dopo la completa distruzione di Israele, e a seguire anche importanti esponenti del suo partito politico Fatah, come Mohammed Dahlan che la scorsa settimana si è permesso il lusso di dichiarare che neanche lui riconosce il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele. Quando gli è stato fatto notare che negli accordi di Oslo i palestinesi riconoscevano l’esistenza di Israele ha risposto che quegli accordi sono stati firmati dall’Olp, facendo finta di ignorare che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è formata al 70% proprio da Fatah. Come al solito si cambiano le sigle e si ricomincia da capo, il classico gioco delle tre carte. Il mondo islamico e quello arabo in particolare dovrebbero evitare ulteriori cortocircuiti davanti al pericolo di nuove guerre ed alla sofferenza delle popolazioni. Prima di cercare la pace con Israele dovrebbero far pace con i loro cervelli, capire esattamente che cosa vogliono, visto che, se fino ad oggi una pacificazione del Medio Oriente ancora non c’è, la responsabilità è loro.

Da L'Opinione di ieri

10 febbraio 2009

Islamisti contro riformisti: la nuova guerra mondiale in Medio Oriente

Si può certamente affermare che non esiste alcuna area al mondo analizzata in modo tanto minuzioso – e quasi ossessivo – come il Medio Oriente. Questo si spiega con diverse cause, ma è indubitabile che molte delle crisi e delle violenze su scala mondiale, e molte delle energie diplomatiche spese per fermarle, sono legate tutte a questa regione. Nonostante tutto, un'enorme trasformazione è avvenuta in questo incrocio di interessi globali proprio nel momento in cui erano presi meno in considerazione. In poche parole, oggi il Medio Oriente è totalmente diverso rispetto a quello che è stato nello scorso mezzo secolo quando interessò profondamente il Regno Unito e ogni altro paese in Occidente.

Per capire realmente quanto sia mutata questa regione, basta considerare le sue principali caratteristiche dagli anni Cinquanta agli anni Novanta, arrivando fino al nuovo millennio. In questo periodo un tris di fattori critici ha plasmato la storia mediorentale. Primo, il mondo arabofono è stato dominato quasi completamente dalla dottrina del nazionalismo arabo che è stata perseguita sia da grandi movimenti di massa che da tutti i regimi locali. Secondo, gran parte delle politiche del Medio Oriente consistevano in manovre diversive e sovversive tra i regimi nazionalisti che aspiravano all’egemonia regionale – in genere Egitto, Iraq e Siria – e quelli che per sopravvivere cercavano di mettere uno contro l’altro gli “elefanti” – Giordania, Arabia Saudita, eccetera. Terzo, i regimi arabi si erano aggregati in due blocchi sempre più radicali: quello dei regimi contrari allo status quo, con i loro movimenti clientelari schierati con l’Unione Sovietica; e il blocco delle monarchie conservatrici che hanno cercato invano il supporto occidentale per la propria difesa.

Dagli anni Novanta questo assetto regionale ha evidenziato il fallimento dell’ideologia nazionalistica. Dopo tutto, non è mai stata raggiunta quella unità araba che andava dalla costa atlantica del Marocco alla sponda del Golfo Persico dell’Arabia Saudita. Non è mai stata eliminata l’influenza occidentale, non è mai stato distrutto lo stato di Israele e, più in generale, non si è mai alzato lo standard di vita di quelle popolazioni, e ancor meno quello delle loro libertà. Il vento del cambiamento stava soffiando, ma in quale direzione? Negli anni Novanta era facile credere che questi Paesi stessero diventando più moderati. Il fallimento iracheno in Kuwait, il crollo degli sponsor del blocco sovietico e l’inizio del processo di pace arabo-israeliano erano sembrati dei buoni auspici. Qualcuno si illuse che la democrazia avrebbe preso il posto della dittatura, che avrebbe superato l’islamismo e avrebbe reso più splendente il nostro domani.

Ma  non fu quello che accadde. La colpa non era degli sforzi insufficienti o degli errori politici dell’Occidente. Piuttosto del tenace potere delle ideologie tradizionaliste, di quei regimi stessi, e delle società guidate dai regimi in questione. Le poche voci veramente liberali furono soffocate da un messaggio, quello islamista, che aveva una capacità di attrazione  di gran lunga maggiore sulle masse. Entrambe i blocchi dei Paesi arabi compresero che l’ordine in vigore fino ad allora era fallito senza lasciare alcuna soluzione possibile. I moderati proposero la pace con Israele, una maggiore cooperazione con l’Occidente, democrazia, diritti per le donne, e modernizzazione. Dopo tutto, questo era anche il modello usato con successo in gran parte del mondo e ritenuto un ideale da tutti quelli che desiderassero raggiungere risultati simili. Ma quella strada non venne seguita dal Medio Oriente. 

Per i governanti del mondo arabo e musulmano, la riforma preannunciò l’anarchia e lo spettro di una ascesa al potere degli islamisti. Per la maggioranza delle masse tradizionaliste, le soluzioni liberali erano troppo pericolose e poco conosciute. Per gli islamisti, al contrario, rappresentavano un tradimento. Questi ultimi obiettavano che i fallimenti derivassero dalla troppa, e non dalla troppo poca, occidentalizzazione del mondo arabo. Dicevano: puoi aver sbattuto la testa contro un muro di pietra, ma il tuo errore è stato di non averla sbattuta abbastanza forte. Così, il 15 agosto del 2006, il presidente siriano Bashar al-Assad tenne un discorso alla sua docile “Unione dei Giornalisti”. L’Occidente, Israele, e gli arabi moderati, disse Bashar, vogliono un Medio Oriente “costruito sulla sottomissione, sulla umiliazione e la deprivazione dei diritti dei popoli”. Per questo si sarebbe verificato “un assoluto slancio popolare... caratterizzato dall’onore e dall’arabismo… dalla lotta e dalla resistenza”. Il risultato di questa visione è il nuovo Medio Oriente di Assad e del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.

Da allora, gli islamisti sono riusciti a sfidare ovunque e seriamente i nazionalisti nel tentativo di impadronirsi del potere statale senza più cederlo. Questa rivalità si sta allargando grazie a un numero crescente di musulmani in Europa, specialmente da quando gli islamisti sono proporzionalmente più forti nel Vecchio Continente che nel resto del Medio Oriente. Due blocchi, quindi, si contendono il potere regionale. Quello organizzato meglio, lo schieramento più coerente, è guidato dall’Iran islamico, con il più giovane partner siriano, il movimento libanese dell’Hezbollah, quello palestinese di Hamas e gli insorti iracheni. Sempre nel fronte islamista, ma non iraniano, troviamo i Fratelli Musulmani e al-Qaeda. Tutti questi gruppi hanno come obbiettivo quello di distruggere l’influenza occidentale, i regimi arabi e Israele. L’altro blocco è costituito dagli altri stati arabi, da Israele e dall’Occidente. Questo gruppo è ancora debole, disorganizzato e ricco di conflitti intestini. I Paesi e le forze che aderiscono al fronte “moderato” hanno interessi convergenti nel contenere l’Iran, prevenire le rivoluzioni islamiste, controbattere i livelli sempre più alti del terrorismo e della instabilità. Sfortunatamente ciò non implica che queste forze stiano cooperando.

In un’intervista rilasciata al giornalista Bob Woodward, l’ex Segretario di Stato Coondoleezza Rice sembra aver intuito la portata del cambiamento in atto e appare iper-ottimista sulla questione. La Rice ha affermato che è stato raggiunto un alto livello di coesione tra gli alleati degli Usa nella regione, anche se questi Paesi non vogliono dichiararlo o mostrarlo pubblicamente. I regimi arabi infatti sono cauti. Sanno che il proprio popolo accoglierebbe molte delle idee radicali (insegnate per decenni dallo stesso nazionalismo arabo) e vogliono evitare, se possibile, il confronto con gli estremisti. Così, per esempio, gran parte della retorica nazionalista “anti-terrorista” appare come un appello ai terroristi affinché uccidano israeliani e occidentali piuttosto che attaccare le istituzioni e i governi dove essi vivono.

Consideriamo le bizzarre politiche in Iraq, dove – nonostante gli interessi  paralleli degli USA e dei Sauditi nel frenare l’Iran – i sauditi sostengono la rivolta dei sunniti che, a loro volta, uccidono i soldati americani cercando di costringerli alla ritirata. Realisticamente, il pericolo più grande della rincorsa nucleare iraniana non è di poter utilizzare le proprie armi contro Israele – sebbene questa sia una prospettiva piuttosto agghiacciante – ma che le armi cambino l’equilibrio nel conflitto tra i due blocchi. Una volta che l’Iran avrà le bombe atomiche, oltre ai missili a lunga gittata, gli stati arabi si affretteranno a rabbonire Teheran, i Paesi occidentali saranno ancora più propensi a una pacificazione a prezzo di concessioni, e le masse musulmane probabilmente si metteranno in coda per essere reclutate dagli estremisti islamici e per arruolarsi in quello che percepiscono come il fronte vincente.

Questo conflitto imponente, e non solo gli attacchi sporadici di al-Qaeda, nei decenni a venire sarà realmente la questione principale del Medio Oriente e forse per il mondo intero. La battaglia sarà combattuta principalmente negli stati arabi attraverso una guerra civile terrorizzante e rivoluzionaria piuttosto che sul fronte israeliano o occidentale. La capacità occidentale di condizionare gli eventi, in questo senso, sarà limitata. La soluzione non verrà da concessioni fatte a un fronte che, approssimativamente, è  l’equivalente medio-orientale del fascismo filo-tedesco o del comunismo filo-sovietico. La lotta, la costanza, e una serie di alleanze strategiche, sono la chiave della vittoria e della sopravvivenza. Dalla riflessione sulla “Fine della storia” siamo passati a una nuova era fatta di politiche di potere tradizionale e internazionale e verso un contenzioso ideologico che sembra destinato a diventare la principale caratteristica del Ventunesimo secolo.

Barry Rubin è direttore del Global Research in International Affairs e del Middle East Review of International Affairs Journal.

(Traduzione Kawkab Tawfik per l'Occidentale)

9 luglio 2008

Qualcuno, oltre Stati Uniti e mercati finanziari, si preoccupa?

 
Nove razzi a lungo e medio raggio, tra cui un «nuovo» Shahab 3 in grado di colpire Israele e le basi Usa nella regione mediorientale. L'Iran ha appena effettuato nuovi test missilistici. La conferma arriva dalla tv di Stato iraniana: a lanciare i razzi sono stati i Guardiani della rivoluzione, corpo militare d'elite.

Dimostrazione di forza. I test, ha detto il generale Hossein Salami, sono serviti «a dimostrare la nostra risolutezza e forza di fronte ai nemici che nelle ultime settimane hanno minacciato l'Iran con un linguaggio aspro». I lanci sono stati effettuati nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormouz. Martedì il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad aveva rassicurato l'opinione pubblica iraniana affermando che «non ci saranno guerre in futuro» tra l'Iran e gli Stati Uniti o Israele.


Duemila chilometri di gittata. Le manovre dei Pasdaran, cominciate ieri e denominate «Profeta-3», avvengono mentre rimane alta la tensione per il contenzioso nucleare tra la comunità internazionale e l'Iran, che rifiuta di sospendere l'arricchimento dell'uranio. Secondo l'agenzia Fars, lo Shahab-3 testato oggi ha una gittata di 2mila chilometri ed è stato modificato per portare «bombe a grappolo in grado di colpire con precisione diversi obiettivi nello stesso momento, tra i quali le basi del nemico e le sue navi».

Reazione Usa. Gli Stati Uniti hanno detto che l'Iran deve bloccare immediatamente lo sviluppo di missili balistici e non deve effettuare ulteriori test missilistici. La loro produzione «costituisce una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu ed è completamente in contrasto con gli obblighi dell'Iran» verso la comunità internazionale, ha dichiarato un portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe, a margine del vertice del G8 a Toyako, in Giappone.

Si rialza il prezzo del petrolio. Non appena i mercati hanno appreso la notizia, il prezzo del petrolio, che ieri era scivolato di circa il 4 per cento, ha invertito la rotta, segnando una parziale ripresa.

Da Il Sole 24 Ore

1 luglio 2008

La bomba iraniana minaccia tutto il Medio Oriente

Ely Karmon è uno dei più importanti analisti militari israeliani. Parla della minaccia iraniana. Lo fa dopo che, sabato scorso, l’ex capo del Mossad Shavtai ha detto che Israele ha un anno di tempo per distruggere le installazioni nucleari di Teheran, altrimenti rischia di essere l’obiettivo di un attacco atomico da parte dell’Iran. Karmon, docente all’Istituto di Contro terrorismo di Herliya, è parzialmente d’accordo con questa affermazione: “Secondo alcuni, il regime del Presidente Ahmadinejad avrebbe una mentalità apocalittica. Potrebbe usare l’Arma contro di noi. Io non ne sono convinto” afferma l’analista israeliano. “Ma il pericolo che vedo non è meno importante. Infatti, una volta che Teheran avrà la bomba, il Medio Oriente sarà completamente destabilizzato. Sotto la forza del suo ombrello atomico, l’Iran potrà alimentare il terrorismo in Iraq, in Libano, a Gaza, negli Stati del Golfo Persico”.


Questa è una minaccia che mette a rischio la stessa esistenza di Israele. E la sua ombra si avvicina sempre di più. Si, perché Karmon dà ragione all’ex capo del Mossad sul tempo a disposizione di Gerusalemme per eliminare il pericolo. “Anche in passato abbiamo avuto sorprese in questo campo. Per esempio, l’India o il Pakistan hanno effettuato esperimenti nucleari senza che gli apparati di intelligence americani o israeliani ne fossero prima a conoscenza. Oppure, il caso della Libia. Il cui programma è stata scoperto soltanto dopo le forti pressioni, gli interrogatori dello scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan, padre dell’atomica di Islamabad”. “Se penso a questi precedenti” prosegue Karmon “non mi stupirei che qualche mese Teheran facesse l’annuncio. Magari prima dell’insediamento del prossimo presidente americano. Quello sarebbe il punto di non ritorno”.
Inevitabile pensare ad un attacco militare contro le installazioni atomiche iraniane. Se ne parla da tempo. E i segnali sembrano aumentare in quella direzione. Non ultima, l’esercitazione aereo-navale condotta dalle forze armate israeliane la scorsa settimana. Tutti gli analisti hanno pensato ad un avvertimento a Teheran.
“Certo lo è stato. Ma sia per Israele, sia per gli Usa, non sarà certo facile la scelta di bombardare l’Iran. Non dal punto di vista militare, ma politico. Troppe opposizioni”.

Il governo di Ehud Olmert, in questa fase, si aspetta che la comunità internazionale faccia sentire il fiato sul collo del regime iraniano.
“Ci vorrebbero delle sanzioni più efficaci. Rispettate da tutti, anche dai paesi che, come la Russia, sono contrari a ad un linea più dura nei confronti di Teheran. Penso a una sospensione dell’importazione dei prodotti petroliferi raffinati, che l’Iran non è in grado di fabbricare, o a un blocco totale dei crediti esteri iraniani. Sono sicuro che gli elementi pragmatici del regime, dopo queste sanzioni, si metterebbero a ragionare sulla necessità di fermare per un po’ il progetto di sviluppo atomico per tornare seriamente al tavolo dei negoziati.” Se le sanzioni non venissero varate, spiega Ely Karmon, Washington e Tel Aviv sarebbero costrette a ricorrere l’ultima carta a disposizione: quella militare. “E probabilmente saranno gli Usa a giocarla”.

Da tempo, va avanti la guerra strisciante tra gli Stati Uniti e l’Iran. Un conflitto che viene condotto in Iraq, ma anche all’interno dello stesso territorio iraniano.

Seymour Hersh, il giornalista investigativo del New Yorker, ha rivelato che il presidente George W. Bush ha chiesto e ottenuto nei mesi scorsi dal Congresso, controllato dai democratici, il finanziamento di una serie di operazioni clandestine contro l’Iran per destabilizzare il governo di Ahmadinejad. In un documento top secret si parla di 400 milioni di dollari che la Casa Bianca utilizzerà per portare avanti le cover operations delle truppe speciali della Cia e del Pentagono inviate da tempo in Iran. Questi commando si si sono resi protagonisti della cattura delle forze di Al Quds, le formazioni della Guardia Rivoluzionaria iraniana che gli Usa accusano di essere tra gli organizzatori di attacchi contro le forze statunitensi in Iraq. Ma quando il conflitto scoppierà apertamente? Quando ci sarà l’attacco?

“Dipenderà da una serie di fattori” risponde Karmon. “In un anno, la matassa verrà districata. Ci saranno le elezioni in Iran e se vincessero i moderati, qualche speranza di evitare lo scontro possiamo averla. Se invece ciò non dovesse accadere, se non verranno decise nuove sanzioni, è probabile che il prossimo presidente Usa debba discutere dell’opzione militare con gli Europei. E, se non troveranno un’intesa, e se, poi, la Casa Bianca si renderà conto che l’Iran rischia di destabilizzare la Regione, più di quanto possa fare un blitz militare contro gli Ayatollah, allora l’attacco ci sarà”. Un anno di tempo, al massimo, per districare la matassa. Ma a quale prezzo?


 
Da Panorama

6 settembre 2007

In Egitto, ma anche in Europa

 Una petizione firmata da duecento intellettuali italiani contro chi dice "viva Israele". Proteste durante le visite di ambasciatori israeliani alle università italiane. Boicottaggio degli atenei britannici nei confronti dei docenti israeliani. «Credevo che queste cose potessero accadere solo nel mio paese», commenta l'intellettuale liberale egiziano Tarek Heggy all'udire le notizie provenienti dall'Europa, quella che lui reputava la patria del libero pensiero, e dall'Italia, dove l'intellighentsia non ha esitato a mettere all'indice il libro Viva Israele e il suo autore, il vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam. «Ma che sta accadendo alla vecchia Europa?», si chiede Heggy, un intellettuale che ha ancora il coraggio di accettare inviti da parte delle istituzioni israeliane, di subire per questo le conseguenze in patria, di ammettere di avere molti amici tra Tel Aviv e Gerusalemme. Nel suo sito, www.heggy.org, sono numerosi gli articoli che testimoniano la sua ardua scelta di vita. Perché nel mondo arabo serve molto coraggio per non dirsi anti-israeliani.
«Una volta - racconta Heggy - chiesi a un amico, direttore d'orchestra qui al Cairo, di accogliere l'invito a dirigere un concerto all'Opera di Tel Aviv. Accettò entusiasta, ma al suo ritorno in Egitto venne licenziato in tronco perché aveva avuto a che fare con "il nemico sionista". Da quel momento mi sono sentito in dovere di aiutarlo e sostenerlo perché responsabile della sua sventura». Di fatto Tarek Heggy è un uomo fortunato. Oltre ad essere un intellettuale di spicco è anche un dirigente di una multinazionale del petrolio. Il suo stipendio non proviene dallo Stato. Il che significa potere essere indipendente e libero di pensare e di scrivere.
Una sorte simile a quella del direttore d'orchestra egiziano è toccata, invece, al suo connazionale Ali Salem, autore teatrale. Costui si è schierato pubblicamente a favore di Israele, sostenendo che solo così si potrà favorire il bene del popolo palestinese. Ha visitato almeno quindici volte lo Stato ebraico e ancora oggi è vittima di un boicottaggio che gli impedisce di portare in scena le sue opere. Eppure Salem continua a vivere in Egitto e a pubblicare, senza paura, i suoi articoli. In "Dobbiamo riconoscere l'esistenza del popolo palestinese" spiega chiaramente il motivo della sua posizione filo-israeliana e decisamente critica nei confronti dei governi arabi: «La questione palestinese - scrive - è stata e sarà il problema centrale dei governi arabi. [.] Questo è l'unico incartamento che tutti vogliono lasciare aperto per proteggere i governi arabi dalle sfide determinate dalla modernità, così come dalle sfide provenienti dalla presenza dello Stato ebraico con la sua concezione diversa del governo e dell'amministrazione. In termini ancora più espliciti per sollevare questi governi dal fardello dell'istituzione di uno Stato moderno. è lo stesso incartamento intorno al quale si riuniscono e si infervorano tutti i sostenitori del pensiero rivoluzionario politico e religioso, gli oppositori dei diritti dell'uomo da entrambe le parti, araba e israeliana. Questo è il motivo che spiega la forte indignazione con cui è stato accolto il ritiro israeliano da Gaza, da parte degli estremisti islamici e israeliani. Entrambi non vogliono che il blocco smetta di ruotare intorno al perno, entrambi non vogliono uno Stato moderno che interagisca con i cittadini in quanto tali». A seguito delle ultime elezioni nei Territori, Ali Salem ha commentato: «Questo è quello che chiedo al nuovo governo palestinese: non di ammettere l'esistenza di Israele perché Israele esiste e ha tutti i mezzi per salvaguardare la propria esistenza, bensì il nuovo governo deve riconoscere l'esistenza del popolo palestinese e del suo diritto alla vita».

«Non pubblicare il mio nome»
Ma se un atteggiamento di critica e censura resta prevedibile in un paese come l'Egitto, dove a scuola si insegna l'odio verso gli ebrei e gli israeliani, dove per le strade accanto ai quotidiani si vendono i Protocolli dei Savi di Sion, questo atteggiamento stupisce nel caso di "intellettuali" italiani, che dovrebbero essere cresciuti all'insegna della libertà e della obiettività e che ritengono una sufficiente manifestazione di equidistanza tra posizioni palestinesi e israeliane l'aver invitato al memoriale dell'Olocausto, tenutosi attorno al binario 21 della stazione Centrale di Milano, una palestinese e un siriano, capace, nel suo discorso, di arrivare a equiparare la shoah alla condizione dei musulmani in Europa vittime dell'islamofobia. Dimenticando, tali intellettuali, che riconoscere l'Olocausto non significa riconoscere automaticamente lo Stato di Israele.
Basterebbe visitare il sito www.arabsforisrael.com per comprendere che anche parte del mondo arabo la pensa diversamente da loro. "Arabi per Israele" nasce nel febbraio 2004 ad opera dell'intellettuale egiziana Nonie Darwish, autrice di un libro autobiografico dal titolo Ora mi chiamano infedele. Perché ho rinunciato al jihad per l'America, Israele e la guerra al terrore (Sentinel, New York 2006). Alla voce "Chi siamo" del sito viene chiarito cosa significhi essere arabo ed essere per Israele: «Siamo arabi e musulmani che credono di potere sostenere Israele e al contempo il popolo palestinese. Sostenere l'uno non significa cancellare il sostegno all'altro. Di potere sostenere lo Stato di Israele e la religione ebraica e al contempo valorizzare la nostra cultura arabo-islamica. Accettiamo l'esistenza dello Stato di Israele. Israele è uno Stato legittimo che non è una minaccia bensì un punto fermo in Medio Oriente. [.] La fine del boicottaggio di Israele tornerà a vantaggio degli arabi». Precisazione fondamentale, «noi non siamo anti-islamici né anti-arabi. [.] Ricordiamo con profonda tristezza gli arabi coraggiosi, noti e meno noti, che sono stati uccisi o puniti per avere promosso la pace con Israele».
La Darwish continua a ricevere messaggi da parte di numerosi arabi che la pensano come lei: «Ho ricevuto e-mail da tutto il Medio Oriente e da musulmani da tutto il mondo. La paura degli arabi a esprimersi pubblicamente a favore di Israele era comprensibile, così, quando mi chiedevano "non pubblicare il mio nome", lo facevo». Ed ecco ritornare il problema iniziale: essere arabi ed essere a favore di Israele è pressoché impossibile, a meno che non ci si voglia esporre ad attacchi di ogni genere nel mondo arabo come in Occidente. Le testimonianze di Tarek Heggy, Ali Salem, Nonie Darwish e tanti arabi nell'ombra dimostrano che si può essere l'uno e l'altro. Chissà quanto tempo dovrà passare perché anche in Italia uno studioso di islam possa volere al contempo il bene dei palestinesi e degli israeliani.
 

Da Tempi

Parzialmente OT: questo post è da non perdere

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