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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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3 gennaio 2017

Trova le differenze - Find the difference






12 ottobre 2012

Preoccupante aumento delle pene capitali

 Nel 2012, le esecuzioni risultano in aumento in Iraq, nella striscia di Gaza controllata da Hamas e in Arabia Saudita. Quasi un terzo delle persone messe a morte in quest'ultimo paese (65 da gennaio all'inizio di ottobre), tra cui molti cittadini stranieri, era stato condannato per reati di droga. In Iraq, sono state finora eseguite 119 condanne a morte, quasi il doppio del totale del 2011. Lo rileva Amnesty International in occasione della decima Giornata mondiale contro la pena di morte.

Uno sviluppo particolarmente preoccupante e' dato da alcuni paesi che hanno ripreso a eseguire condanne a morte, come Botswana, Gambia e Giappone. In India, il ritorno della pena di morte rischia di essere imminente. In alcuni casi, le esecuzioni sono riprese dopo una lunga interruzione, come nel Gambia, dove la pena di morte non era stata utilizzata per quasi tre decenni.


Da Asca

2 aprile 2010

Le "fidanzate di Allah" (inviate anche dalla "laica" e "moderata" Fatah)

Avvolte nella loro abaya, la lunga veste nera che indossano le donne irachene, riuscivano a passare quasi ovunque con il loro carico di morte, senza essere perquisite. Qualcuna, simulando una gravidanza, superava con facilità i checkpoint, fino a salire le scale degli uffici governativi, luoghi impensabili per un kamikaze uomo. Chi appoggiava la loro missione suicida le definì le "fidanzate di Allah". Qualcuno le chiamò invece le donne invisibili. Perché di loro non restava che qualche resto umano e qualche oggetto: un rossetto, una scarpa. Spesso nessun nome, né video di rivendicazione. Come se non fossero mai esistite.
Le cose ora sono cambiate. Davanti a un inquietante aumento delle donne "martiri", dall'estate del 2008 nella capitale Baghdad in molti checkpoint c'è una donna addetta alla perquisizione delle donne. Fa parte del team "Figlie dell'Iraq". Il suo compito: fermare le fidanzate di Allah. Eppure, ancora oggi,nell'immaginario del mondo arabo è molto difficile accettare che chi dona la vita possa toglierla trasformandosi in ordigno umano. Pensare che chi dovrebbe nutrire un naturale istinto di protezione verso i bambini non si curi di farne strage. «Gli estremisti islamici, in particolare i salafiti, proibivano alle donne di svolgere un ruolo attivo nella Jihad. Dovevano accudire i figlie sostenere i mujaheddin», spiega Murad Batal al-Shishani, esperto di terrorismo dell'Istituto Jamestown Fondation. «La svolta avvenne con l'entrata in campo di al-Qaeda, che in Iraq è la maggiore, se non esclusiva fonte di reclutamento delle shahide (le martiri).
I vantaggi sono evidenti: danno meno nell'occhio e l'eco mediatica è molto più forte ». In Iraq le shahide hanno cominciato a colpire prima gli "invasori", i marines. Poi caserme e checkpoint dell'esercito e della polizia irachena, rei di essersi schierati con loro. Nel 2005, quando le violenze interconfessionali spingono il paese sul baratro della guerra civile, sono impiegate per far strage di pellegrini sciiti. L'ultimo episodio lo scorso primo febbraio, sulla strada tra Baghdad e Kerbala. La donna bomba si porta dietro la vita di 50 iracheni, tra cui diversi bambini. Per quanto oggi l'Iraq sia il paese con più episodi, il fenomeno delle donne kamikaze affonda le radici negli anni 80. Quando è nato aveva poco a che fare con la religione, piuttosto con la lotta di liberazione. La prima donna kamikaze si chiamava Sana'a Youcef Mehaidli. Aveva appena 15 anni, era membro del Partito nazionale pro- siriano, laico. Guidò un'auto imbottita di esplosivo contro un convoglio israeliano in Libano, uccidendo due soldati. Era il 1985. Ne seguirono parecchie. Di molte non si saprà mai nulla, altre saranno ricordate per sempre. Come Thenmozhi Rajaratnam, la giovane militante legata al movimento separa-tista, e indù, delle Tigri Tamil, in Sri Lanka. Si fece esplodere uccidendo il premier indiano Rajiv Ghandi insieme a 14 persone. Era il maggio del 1991. Le Tigri Tamil, in guerra contro il governo singalese, fecero delle donne kamikaze una colonna della loro milizia. Su 200 attentati, si stima che il 30% circa fu portato a termine da loro.
Il fenomeno delle shahide si diffuse presto in altri teatri di guerra, dal Kurdistan turco alla Cecenia. Le vedove nere cecene fecero la loro apparizione nel 2000. Prima colpirono i convogli russi e poi seminarono il terrore a Mosca. Su 63 kamikaze, 25 erano donne. Meno che in Iraq, ma l'impatto mediatico è stato impressionante. «Le vedove nere - continua Murad - presentano delle peculiarità. Spesso a determinare la loro azione non è la jihad ma una grave lesione dei diritti umani, la perdita di un fratello o di un marito. Tanto che alcune hanno pianificato l'attentato da sole. Una cecena ha ucciso un ufficiale russo senza che nessuno, fino alla fine, sapesse nulla delle sue intenzioni ».«Pare che lo stupro costituisca una buona motivazione per l'azione delle kamikaze cecene. In una cultura che enfatizza il valore della verginità e della purezza, nel senso di non contaminazione, lo stupro rappresenta l'estrema perdita », scriveva nel 2006 la psicologa italiana Carla Selvestrel.
Le donne martiri iniziano a seminare il terrore anche in Israele. Il 27 gennaio del 2002 Wafa Idris entra in un negozio di Gerusalemme, chiede il prezzo di un paio di scarpe, e poi aziona il detonatore. È la prima donna kamikaze del conflitto israelo palestinese. Una ragazza comune. Aveva 28 anni, si occupava dei ragazzi handicappati per la Mezza luna rossa. Fu il gruppo delle brigate martiri di alAqsa, braccio armato del movimento secolare Fatah, a rivendicare l'attentato. Nulla a che vedere con la jihad. I movimenti salafiti erano contrari. Lo era anche lo sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale del movimento islamico Hamas ucciso in un raid israeliano a Gaza nel marzo del 2004. Due anni prima Yassin criticò aspramente la seconda donna bomba palestinese. «Hamas è tutt'altro che entusiasta dell'impiego delle donne in guerra. Per ragioni di pudore». affermò. Nel gennaio del 2004, Reem al- Reyashi, madre di due bambini di tre e cinque anni, si fa saltare al checkpoint tra Israele Gaza. È la prima shahida di Hamas. Yassin cambia idea: «È un'evoluzione significativa nella nostra lotta. I combattenti uomini stanno affrontando molti ostacoli. Le donne sono come l'esercito di riserva e quando è necessario le usiamo ». Dai Territori Palestinesi all'Iraqil passo fu breve.La prima martire risale all'aprile del 2003, pochi giorni prima della caduta di Baghdad. Poi due anni di tregua, seguiti da un crescendo impressionante «In Iraq l'ideatore delle martiri fu al-Zarqawi. Organizzò una rete clandestina, quasi impenetrabile, di kamikaze, figura pressoché sconosciuta in Iraq», continua Murad. Nel 2006 il ministro degli Interni iracheno diffonde un elenco di aspiranti kamikaze fermate per tempo: sono 122, quasi tutte irachene. Un numero che lascia a bocca aperta. Nonostante gli arresti, gli attentati delle shahide raggiungono il picco tra il 2007 e il 2008, investendo anche le carovane di pellegrini sciiti. Nel febbraio del 2008 due shahide si fanno saltare in area in due
NON SOLO IRAQ
Le martiri di Baghdad sono le più numerose, ma prima e dopo di loro si sono fatte esplodere palestinesi, Tamil e cecene
affollati mercati di Baghdad: 99 le vittime. Due mesi dopo un'altra kamikaze compie una strage nella città santa di Kerbala: 50 morti. In luglio altre tre kamikaze uccidono 30 pellegrini. Tre mesi dopo la più giovane attentatrice irachena, una disabile di 13 anni. La provincia di Diyala, roccaforte della guerriglia sunnita, è la fucina delle fidanzate di Allah.
In assenza di dati precisi, gli esperti hanno provato a ricostruire l'identikit della donna kamikaze: l'età media varia dai 17 ai 26 anni. La maggior parte non era ancora sposata. Diverse erano vedove di un uomo ucciso in guerra o avevano perso figli. Sarebbero di più quelle con una certa istruzione e una situazione economica agiata. Come l'avvocato Hamady Jaradat, che si fece esplodere a Tel Aviv nel 2004 per vendicare il fratello. I pochi dati raccolti indicano che in Iraq nel 2007 sono morte otto donne kamikaze, nel 2008 30. I dati del 2009 non si conoscono. Ma l'arresto nel gennaio di quell'anno di Samira Jassim,52 anni, fece scalpore. Avrebbe reclutato 82 donne, e, dopo averne fatte stuprare parecchie dagli uomini della sua cellula, comunicava loro che l'unica via per recuperare l'onore era il martirio. Pochi mesi prima un'altra arruolatrice di shahide, Itisam Adwan, aveva dichiarato: «Ve ne sono ancora molte pronte a eseguire la missione». Propaganda. Ma l'allerta resta molto alta. L'ultimo allarme, lanciato sei giorni fa dall'intelligence britannica, è inquietante. Sarebbe venuto a conoscenza di impianti esplosivi, non rilevabili ai raggi x degli aeroporti, da innestare nelle protesi al seno.

Da Il Sole 24 ore di oggi

27 ottobre 2009

La Siria dietro gli attentati in Iraq

Il sanguinoso attentato di Baghdad con le sue 155 vittime ha chiuso una settimana in cui, uno dopo l’altro, molti capisaldi della nuova strategia mediorientale dell’Amministrazione Obama si sono rilevati fallaci. La dinamica dell’attentato e i raffinati materiali impiegati confermano le parole del presidente Jalal Talabani, che, come già nell’agosto scorso, indicano a chiare lettere nella Siria il “santuario” sicuro che ospita mandanti ed esecutori degli attacchi al cuore politico dell’Iraq, in vista di elezioni politiche decisive. Dal 20 agosto scorso, all’indomani di uno spaventoso attentato nella zona verde, l’Iraq ha rotto le relazioni diplomatiche con la Siria e – nonostante le mediazioni turche – non li ha ancora ripresi. La Siria, dunque, invece di essere il perno su cui fare ruotare la nuova dinamica di relazioni in medio oriente, invece di essere l’anello debole della politica delle alleanze degli oltranzisti iraniani, come sostenuto autorevolmente da Nancy Pelosi (che due anni fa uscì entusiasta da un incontro a Damasco con Bashar el Assad), Joe Biden e Robert Gates, è tuttora accusata formalmente dal governo dell’alleato iracheno di favorire il più spietato terrorismo. Le circostanziate accuse alla Siria non vengono soltanto dall’Iraq. Nei giorni scorsi, l’accordo pazientemente mediato da Hosni Mubarak tra l’Anp e Hamas, accettato dal governo a Gaza, è stato fatto saltare, definitivamente, proprio dalla direzione estera di Hamas, dal suo leader Khaled Meshaal che non a caso risiede a Damasco, perfettamente integrato nelle strategie mediorientali siriane. La decisione di Abu Mazen di convocare elezioni politiche e presidenziali “unilaterali”, senza accordo con Hamas, per il 24 gennaio è stata una risposta obbligata a un oltranzismo della “Internazionale sciita” che ha in Damasco un fedele presidio. Questo oltranzismo impone il suo gioco anche sulla scena libanese, là dove Saad Hariri, vincitore delle ultime elezioni, a quattro mesi dal voto non riesce a comporre un esecutivo di unità nazionale proprio perché il blocco filosiriano, minoritario, di Hezbollah e del generale Aoun pretende il diritto di veto sull’esecutivo, mentre ogni mese salta per aria nel sud del Libano un qualche deposito di Hezbollah e si scopre che ospitava raffinati sistemi d’armi importati attraverso la Siria. Le accuse del “blocco del 14 giugno” di Hariri e di Walid Jumblatt nei confronti delle ingerenze siriane sono armai una costante, ma l’Amministrazione Obama ignora il quadro interno libanese, e si limita a pronunciare – tramite l’inviato nella regione George Mitchell – valutazioni sconsolate sullo scenario regionale. Il quadro diventa completo, infine, se si guarda a Vienna e si è costretti a constatare che il “dialogo” diretto con Teheran, che dà frutti avvelenati in Iraq, Libano e Palestina, ha esiti fallimentari in cui l’unica cosa certa è che l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad riesce ormai a imporre un’agenda di rinvii continui, che gli permette di attuare tutti i progetti nucleari e missilistici che vuole. Ma il vero pericolo è che gli elementi di questa catena di aree di crisi – in cui l’asse tra Siria e Iran continua a marciare in piena sintonia, verso esiti pericolosissimi, senza alcun passo verso la distensione – restino isolati, non vengano presi in esame da Washington nel loro insieme. L’iniziativa americana continua a procedere come se, dal discorso del Cairo del 4 giugno, Obama avesse riscosso eccellenti successi, invece che una serie di smentite. Il dato più preoccupante non è soltanto il fallimento della strategia del dialogo, che Obama doveva comunque tentare, per dimostrarsi fedele a se stesso e alla sua campagna elettorale, ma il fatto che non abbia un “piano B”, mentre l’asse Iran-Siria, come è sempre più evidente, rifiuta sprezzantemente la sua mano tesa.

C.Panella sul Foglio

 

4 marzo 2009

Qualche numero

 Questa che segue è un'analisi di Honest Reporting del  British Medical Journal's , ma si può tranquillamente estendere a qualunque mezzo di informazione, a qualunque ong

o a chiunque parli di "sproporzione", di "massacro di palestinesi", di "genocidio", di "olocausto", ecc. ecc. o attacchi soltanto Israele quando decide di reagire, ma taccia quando sono i palestinesi a colpire (e tace su tutti gli altri conflitti nel mondo): 
Dr. Fishman concluded the following from his figures:

  • When Europeans kill Europeans (Bosnia), the BMJ allocates one citation for every 2000 deaths.
  • When Africans kill Africans (Rwanda), the BMJ allocates one citation for every 4000 deaths.
  • When Muslim Arabs kill Christian Africans (Darfur), the BMJ allocates one citation for every (minimum) 7000 Christians who are killed.
  • When Israelis, in the process of combating terrorists, kill Palestinians, the BMJ allocates one citation for every 13 Palestinians killed (including terrorist combatants).
  • When Arab Muslims kill Kurds, the BMJ fails to give this any attention whatsoever.

18 febbraio 2009

Guerra ibrida e asimmetrica

Le guerre irregolari, asimmetriche, le “small wars”, le guerre che non sono guerre, sono la minaccia del nuovo secolo. Tutto quel celebre “arco di instabilità” che corre dai Balcani e arriva all’Estremo Oriente è davanti a noi con sfide infinite che mettono a dura prova le capacità di combattimento, la strategia e i mezzi dei paesi occidentali, in primo luogo ovviamente di Stati Uniti e Israele.

Il successo di Petraeus in Iraq, pur con tutte le incertezza del futuro – Maliki si trasformerà in un dittatore asiatico? I militari,  nella migliore tradizione araba, tenteranno qualche colpo di stato? L’Iran non soffierà ancora sul fuoco? –, non ci deve far dimenticare il prezzo pesante pagato per questa precaria pacificazione, dai milioni di profughi ai quasi centomila civili uccisi, né la situazione difficile dell’Afghanistan che ora lo stesso Petraeus si trova a sbrogliare.

Proprio due giorni fa, il generale dei Marines Janes Mattis, ufficiale con 35 anni di esperienza che ha combattuto in Afghanistan, in Iraq (nella Prima e nella Seconda guerra) e che attualmente si trova presso il Comando Supremo dell’Alleanza Atlantica a Norfolk in Virginia, ha sostenuto in una dichiarazione riportata dall’American Press Service il 13 febbraio scorso, che gli Stati Uniti, nonostante la loro superiorità nucleare e convenzionale, ancora non hanno niente da insegnare nelle guerre irregolari.

Considerazione dolorosa che ha aperto una riflessione dura fra i tradizionalisti e gli innovatori all’interno delle forze armate americane e occidentali. La questione che divide è una sola: come devono rispondere gli eserciti a questa sfida? Riducendo le forze tradizionali e aumentando quelle per affrontare le guerre irregolari oppure la sfida attuale è solo temporanea e il pericolo maggiore è sempre costituito dalle potenze che possono mettere in discussione l’esistenza del paese? O cercando una nuova strada?

E’ da mesi che negli Stati Uniti si discute di questo problema, da quando il dibattito è stato agitato da ufficiali, anche reduci dall’Iraq, critici sull’impiego di forze tradizionali, artiglieria carristi, in uso contro l’insorgenza, sempre più preoccupati dalla perdita di preparazione specifica da parte di quelle truppe. Problema non di lieve conto.

Anche la Commissione Winograd, costituita in Israele per analizzare la crisi delle forze armate di quel paese durante la guerra con gli Hezbollah nel 2006, era arrivata a conclusioni analoghe: uno dei motivi del deficit di combattimento era da ricercarsi proprio nell’uso improprio dei soldati che per anni, durante sia la Prima che la Seconda Intifada, erano stati usati più come forze di polizia che come esercito.

La risposta del generale Mattis è semplice, chiara ma non facile. La natura della guerra non è cambiata; ogni combattente si trova ad adattare strategie, tattiche e metodi di combattimento sulle modalità d’azione e sulle forze del nemico. Anche la risposta è una sola: “improvvisare, improvvisare, improvvisare”. Ogni guerra, e in modo particolare ogni guerra asimmetrica, è diversa dall’altra e quindi improvvisare significa anticipare, conoscere per prepararsi ad agire “prima”, per riprendersi l’iniziativa.

Oggi le guerre moderne non si svolgono solo sul campo di battaglia, “sfide e minacce non sono solo strettamente militari”. C’è bisogno di un nuovo concetto di “sicurezza” che trascenda i limiti ristretti delle vecchie dottrine strategiche; un nuovo concetto di sicurezza allargata che sappia far fronte alla molteplicità dei mezzi sia militari che altri, che possono essere usati simultaneamente e non.

Se certamente non è finita la vecchia dicotomia tra grandi conflitti convenzionali e piccole guerre irregolari, bisogna riconoscere la complessità dei tempi. Non solo Al Qaeda, attore non statale e per di più di matrice religiosa,  ha sferrato un attacco globale, ma lo stesso conflitto israelo-palestinese sta assumendo tratti confusi e spesso sembra una guerra combattuta per procura dove minacce con armi tradizionali, missili e nucleare, si accompagnano al terrorismo e all’uso cinico dei media, delle ONG per i diritti umani, della diplomazia che riescono a far breccia tra i nemici, a dividere il fronte avverso tra i duri e i paesi a favore delle trattative. Da qui la nuova espressione che sta circolando da qualche tempo di “guerre ibride”.

Questa è la nuova sfida per il governo americano, ma in modo particolare per Israele: come riuscire a costruire un esercito in grado di combattere tipi diversi di guerra, in che modo coordinare il lavoro del Pentagono e del Dipartimento di Stato, spesso in conflitto tra loro (si vedano i primi tempi in Iraq), e in che maniera riuscire a gestire un conflitto come qualcosa di più complicato del vincere una guerra, guerra che ormai è composta da una serie di azioni che arrivano dallo scontro fino alla pacificazione e alla ricostruzione del paese.  

Leonardo Tirabassi per L'Occidentale

Il mercato globale della Sharia

9 dicembre 2008

Tra gli esuli iraniani in Iraq

 Rahele è una ragazza iraniana di 28 anni. Lavora nel laboratorio di oculistica dell’ospedale di Ashraf, nel nord-est iracheno; ma il suo precedente impiego era molto diverso.
«In Iran avevo studiato da interprete di inglese. Quando mi sono unita alla resistenza contro il regime dei mullah, ho raggiunto Ashraf e sono diventata cannoniera e pilota di carri armati» racconta.

«Dopo il disarmo, ciascuno di noi si è reso utile imparando un altro mestiere». Ashraf è la sede degli esuli iraniani inquadrati nell’organizzazione dei Mujahidin del popolo: dotati un tempo di brigate corazzate, sono stati neutrali nella guerra scoppiata nel 2003 e hanno ceduto tutti i loro armamenti, senza combattere, alle forze militari americane, che si sono impegnate ad assicurarne la protezione.
L’ho visitata per cercare di capire una realtà unica, che rischia di divenire il teatro di una strage.
Se il battaglione di protezione americano fosse ritirato, infatti, i suoi 3.500 rifugiati rimarrebbero alla mercé del regime di Teheran, che li considera il principale nemico.

Ad Ashraf sono arrivato con una delegazione che comprendeva il senatore Marco Perduca (Pd-Radicali), Yuliya Vassilyeva di Nessuno tocchi Caino, l’avvocato Stefano Menicacci e il vicesindaco di Cuneo Giancarlo Boselli (poiché Cuneo, medaglia d’oro al valor militare per la lotta contro il fascismo, si è definita «città sorella di Ashraf nella resistenza») Oggi il governo della città, che si estende su circa trentasei chilometri quadrati, è affidato soprattutto a donne, con decine di unità operative. A eccezione di alcuni responsabili politici, tutti indossano un’uniforme; le donne – circa la metà della popolazione – la integrano con un foulard che copre i capelli. Chi ha un ruolo di comando è riconosciuto in quanto tale, ma non ha alcun distintivo di grado. Si chiamano “fratelli” e “sorelle”; e lavorano per trasformare in orti e giardini la terra arida, per produrre container per uso civile per l’Iraq e per l’estero, per studiare sistemi per lo sfruttamento dell’energia solare e eolica. Negli ultimi anni sono stati costruiti monumenti («ogni città deve averne», dicono), piscine, una moschea dove donne e uomini possono recarsi insieme. L’atteggiamento verso il Corano è laico, rispettoso, aperto.

Il denaro non circola all’interno di Ashraf. Chi vi risiede riceve un credito all’inizio di ogni stagione, che usa con un sistema a scalare per gli acquisti nel centro commerciale (anche per via telematica con la rete intranet).
I servizi, ai quali tutti collaborano, sono gratuiti.
Tuttavia, c’è una storia di odio, di dolore e di sangue dietro questa utopia ai margini del deserto. Anche il suo nome è quello di una donna – Ashraf Rajavi – uccisa dalle guardie rivoluzionarie di Khomeini dopo avere lottato contro l’oppressione dello scià. La memoria dei caduti in combattimento e delle vittime del regime (nel solo 1998 furono giustiziati 33.400 mujahidin in poche settimane) è un elemento fondante. E il mazor – “luogo di incontro con i martiri” – continua ad accogliere i resti di quanti cadono negli attacchi terroristici che gli agenti dei mullah compiono in Iraq e in altri paesi.

Malgrado questo, si legge serenità negli occhi dei residenti di Ashraf. Che sono certi che uno dei più violenti regimi della storia sarà sconfitto dalla sete di libertà che sentono crescere nella società iraniana. Per questo, sfidando i divieti, ogni mese qualcuno riesce a oltrepassare illegalmente il confine – a una novantina di chilometri – e a unirsi a loro.

Maryam, 27 anni, è amica e compagna di lavoro di Rahele. «Io ero soltanto cannoniera, non guidavo i carri armati» dice. Ma sua madre è stata uccisa in un’esplosione e il suo ritratto, come quello delle altre vittime del terrorismo, è nel museo del quale il padre di Maryam è responsabile.

Qui quasi ognuno, del resto, ha alle spalle tragedie personali, insieme a quella di un intero popolo. Said, 28 anni, da Teheran, ci sorprende citando un film di Pasolini, Sal?, trovato nel fiorente mercato nero di dvd e videocassette della sua città: «Mostrava torture fasciste; ma in Iran c’è un reparto speciale delle carceri dove fanno di peggio» ricorda.

Molti fra i residenti di Ashraf erano stati arrestati e torturati per avere manifestato o distribuito dei volantini; o soltanto per essere parenti o amici di oppositori. Altri sono rimasti orfani dopo l’esecuzione dei loro genitori. ? questo che è accaduto ai fratelli Faeze, Erfan e Ashkan: una ragazza e due ragazzi – fra i 18 e i 23 anni – dagli occhi ancora attoniti, che per anni il padre, dal carcere, aveva implorato di andare ad Ashraf. Lui, Abdolreza Rajabi, è stato ucciso il 30 ottobre.

Diverso è il caso di Behzad, 25 anni, ad Ashraf da prima della guerra: «Non mi mancava nulla di pratico nella vita privata. Ma mi mancava lo scopo nella vita. Vedere la repressione e la futilità mi faceva sentire nel vuoto.
Ho conosciuto l’Ompi tramite la tv satellitare. Allora ho capito cosa dovevo fare».
Sono forse milioni gli iraniani che riescono, illegalmente, a ricevere notizie dall’opposizione in esilio grazie alle antenne paraboliche. In questo modo, seguono tutte le manifestazioni per la libertà dell’Iran in ogni continente e l’evoluzione della linea politica stabilita dalla loro leader, Maryam Rajavi. Una donna che amano con dedizione profonda, e che negli ultimi anni si è espressa, oltre che per la parità uomo-donna e la separazione fra stato e religione, per l’abolizione della pena di morte.
«Se vedete la sorella Rajavi, ditele che l’aspettiamo con ansia» dice Behzad.

Aggiunge Ashkan, 37 anni, sfuggito all’ondata di repressione degli universitari del 1999: «Attraverso il satellite, abbiamo imparato a considerare come fratelli tutti coloro che ci sostengono in Italia. Continuate a farlo finché l’Iran sarà libero».
La maggioranza dei parlamentari italiani ha chiesto al governo di operare perché il consiglio europeo cancelli il nome dei mujahidin dalla lista europea delle organizzazioni terroristiche: un inserimento richiesto dal regime di Teheran, ma che la corte di giustizia di Lussemburgo ha più volte definito ingiustificato. Accanto a questa iniziativa, occorre ora sollecitare le forze della coalizione a mantenere fede al proprio impegno di assicurare la difesa di Ashraf, come previsto dalla IV convenzione di Ginevra, perché si eviti un nuovo caso Srebrenica.

Dal Ncr-Iran


Mentre in Iran all'orrore non c'è mai fine

6 ottobre 2008

Un segnale di buona speranza

Un uomo soffia dentro una tromba arrugginita in mezzo a via Qulafah, mentre la gru aggancia il primo blocco di cemento. Intorno la folla: uomini che guardano con le mani dietro la schiena, donne un po' spaesate, bambini incuriositi e pentoloni di riso e verdure che bollono nei retrobottega ai lati della strada. Così è cominciata la festa di Fadil, anonimo quartiere nel centro di Bagdad. Sono i giorni dell'Eid, la fine del Ramadan. Ma questa è una festa nella festa, un avvenimento mai visto in Iraq dopo la caduta di Saddam. Allora, aprile 2003, cadevano le statue del Raìs. Adesso sta cadendo un muro. Uno dei tanti, il primo. Gli addetti del comune smantellano la barriera di protezione che per un paio d'anni ha diviso la zona sunnita da quella sciita denominata Abu Saifain. Una delle numerose «linee del fronte» in cui la guerra civile irachena ha spezzettato Bagdad. Una trincea spesso «aggirata» dai colpi di mortaio e di rpg, dai cecchini appostati sui tetti. Un cimitero urbano dove hanno perso la vita centinaia di civili.

Suona una tromba nel tiepido autunno iracheno (20 gradi, il periodo migliore dell'anno) e il piccolo muro di Fadil viene giù. Solo poche decine di metri di cemento. «Ma non mi ricordo una cosa simile — dice al Corriere Abu Haider, 37 anni — E' la prima volta, un buon segno». Le telecamere della tv Al Hurra, finanziata dagli americani, riprendono: ecco il capo delle milizie sunnite, Khaled al-Qaisi, che dà la mano allo sceicco sciita Faris Abdel Hassan. «Siamo un'unica famiglia», dice il primo. «Siamo tutti iracheni» gli fa eco l'altro. La gente canta, si preparano i piatti di riso e carne. Uomini armati vegliano sulla festa (rischio kamikaze di Al Qaeda), kalashnikov abbassati verso terra. Sarà pure una «photo-opportunity», quella gru che rimuove i blocchi di cemento fatti in Kurdistan, sarà la volontà del governo di mostrare che è cominciato il lento ritorno verso la convivenza pacifica tra comunità ed etnie diverse. Certo Al Qaeda non ha cessato le sue azioni assassine. A settembre sono morti circa 350 iracheni (una cifra comunque enorme), contro gli oltre 700 di un anno fa. Le tensioni settarie potrebbero riaccendersi.

Proprio in questi giorni nella capitale le milizie del Risveglio sunnita, quei centomila guerriglieri che hanno rinunciato alla violenza, sono passati a libro paga del governo (a maggioranza sciita) dopo essere stati per un anno «alle dipendenze» dei comandi Usa (300 dollari mensili cadauno). C'è diffidenza, perché i capi della Sahwa («risveglio» in arabo) temono di essere imprigionati e il governo non vuole assorbire il grosso degli ex nemici nelle forze di sicurezza. Eppure chi ha conosciuto il labirinto di muraglie e check-point che ha ridisegnato la mappa di Bagdad negli anni passati non può fare a meno di sorridere davanti a quella tromba e a quel muro che cade. Non esiste «il» muro di Bagdad come esisteva il muro di Berlino, o quello di Cipro. A Bagdad i muri sono l'arredo urbano — si fa per dire — più diffuso, le uniche costruzioni su cui si sia investito a pioggia: muri tra i quartieri sciiti e sunniti, muri a proteggere le strade-corridoio, muri intorno a moschee, alberghi, ospedali, ville-fortino, muri sul lungo fiume, quelli che separano una carreggiata dall'altra per «contenere» le auto kamikaze.

Le chiamano «linee di pace». Agli inizi del 2007 una squadra di marines andò a Belfast per studiare la lezione irlandese dei separè tra cattolici e protestanti. Le autorità dell'Ulster caldeggiarono il loro utilizzò in Iraq: «Servono a ridurre la violenza — disse il vice capo della polizia —. Anche se poi c'è il rischio che restino per anni». Qualcosa è cambiato. Il surge americano, il risveglio sunnita, il ridimensionamento del signore della guerra sciita Moqtada Al-Sadr. Il piccolo muro di Fadil è caduto, per primo, quasi in sordina. Cadessero altri, più strategici, farebbero più rumore: la muraglia di Adhamiya, roccaforte sunnita in riva al Tigri (dove ieri è stato ucciso il capo bombarolo di Al Qaeda). O quella nuova di zecca che divide (e indebolisce) Sadr City, regno delle milizie sciite di Moqtada. Ci vorranno anni prima di vedere le gru da quelle parti. Ma tra gli iracheni che a migliaia nei giorni dell'Eid hanno affollato il parco di Al Zawra, la più popolare e sicura delle mete festive di Bagdad, lo squillo di Fadil non è passato inascoltato. Abu Haider tre giorni fa ha aperto un nuovo caffè in città. Nome? Luxury, all'americana. «Il lusso più grande, per noi, è camminare per strada senza paura. Forse ora ce lo possiamo permettere». (ha collaborato da Bagdad Walid al Iraqi)

Dal Corsera


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23 settembre 2008

Modi per attaccare

 Una donna butta dell'acido in faccia ad un ragazzo e questi perde un occhio.

Un gerosolomitano, un arabo con documenti (e tutti i diritti degli) israeliani prende la sua BMW (mica un motorino, una cinquecento o una panda. No, una BMW) e investe 17 persone.

Un iraqeno che ha visitato israele, dopo essersi visto ammazzare i suoi due figli, ora rischia lui stesso la pelle

2 luglio 2008

I parlamentari sciiti iraqeni denunciano Hezbollah

 Il gruppo sciita libanese Hezbollah ha addestrato fino a tre mesi fa i miliziani sciiti iracheni in campi situati nel sud dell'Iraq, prima di attraversare il confine con l'Iran e, presumibilmente, proseguire in suolo iraniano la formazione militare. E' quanto hanno denunciato all'Associated press due parlamentare sciiti e un alto ufficiale dell'esercito di Baghdad.

I tre iracheni hanno inoltre accusato Hezbollah di alcuni dei più audaci attacchi compiuti contro le forze Usa, come il raid compiuto nel gennaio 2007 in un ufficio governativo della provincia di Karbala, in cui persero la vita cinque americani. 

Da ApCom

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