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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


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(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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16 novembre 2015

La complicità europea nel terrorismo fondamentalista

9 settembre 2015

L'indifferenza e il suo effetto boomerang

11 gennaio 2011

Due conti nelle tasche di Hamas...

 Si conosce già quasi tutto dei beni e del denaro in entrata a Gaza. Un flusso ininterrotto che scorre attraverso più di 800 tunnel scavati sotto il confine con l’Egitto, per un valore compreso tra i 600 e gli 850 milioni di dollari ogni anno, secondo i dati di un rapporto uscito ieri per il Washington Institute for Near East Policy. Ma a Gaza non ci sono soltanto il cemento, il carburante e i borsoni di denaro in entrata. Il lato meno raccontato della storia è quello che va in senso contrario: il flusso impetuoso di denaro in uscita verso il mondo esterno per circa 750 milioni di dollari ogni anno. Grazie ai tunnel e ai trasferimenti bancari il denaro arriva a depositi sicuri nei paesi del Golfo persico e in Europa. La nuova classe benestante di Gaza, in maggioranza legata ad Hamas che esercita un controllo ferreo sulla distribuzione interna degli aiuti e della ricchezza, non vuole tenere i propri soldi dentro Gaza e preferisce spostarli subito all’estero. E a dispetto di questa somma enorme di denaro in uscita, quello che rimane è ancora troppo rispetto alle occasioni di investimenti disponibili dentro Gaza: nel febbraio 2009, per esempio, le banche palestinesi si sono rivolte alla Banca centrale di Israele con una strana richiesta: depositare il loro denaro in eccesso in Israele. Da dove arriva tutto questo denaro? Non tutto dal commercio attraverso i tunnel. Anzi, il flusso maggiore è quello che scorre attraverso i trasferimenti bancari. Secondo funzionari del sistema bancario palestinese, almeno 2 miliardi di dollari sono stati trasferiti alle banche di Gaza ogni anno da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia. Secondo il primo ministro palestinese Salam Fayyad, la cifra è anche superiore: il 54 per cento del budget dell’Autorità nazionale palestinese per il 2010, 13,7 miliardi di dollari, è andato a Gaza. A questa somma si aggiungono i 450 milioni di dollari dell’Onu e i soldi di 160 organizzazioni non governative di aiuto straniere. E, ovviamente, i finanziamenti politico-militari dall’Iran, per almeno 100 milioni ogni anno. Grazie a questi conti, Hamas può pagare più salari di quanto non riesca l’Anp.

Dal Foglio

5 gennaio 2011

Gli Stati europei non cadano nel tranello del cordoglio ipocrita dei fondamentalisti musulmani

"La polizia ci ha messi in guardia più volte dicendoci che gli estremisti islamici potrebbero cercare di irrompere durante le celebrazioni del nostro Natale". Queste le affermazioni del vescovo della Chiesa copta in Germania, Anba Damian, raccolte dal settimanale tedesco Bild. Questo significa che i cristiani, in generale, e i copti, in particolare, sono in pericolo anche in Europa, ovvero in territorio cristiano? E’ possibile? Oppure si tratta di un allarme ingiustificato e dettato dalla paura? Vorrei tanto rispondere affermativamente a quest’ultima domanda, ma purtroppo l’analisi di alcuni documenti e alcune dichiarazioni mi porta ad essere molto cauta e dettagliata nella risposta.

Se ci limitassimo ad analizzare le dichiarazioni e i comunicati degli esponenti dell’islam, ideologicamente collegato ai Fratelli musulmani, in Europa emessi negli ultimi giorni, ovvero nei giorni immediatamente successivi all’atroce attentato di Alessandria, potremmo – ma solo inizialmente - trarre un sospiro di sollievo. Iniziamo dai vertici dell’estremismo islamico in Europa, ovvero da Yusuf Qaradawi, Presidente del Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca con sede a Dublino e teologo di riferimento a livello mondiale dei Fratelli musulmani. In un comunicato emesso oggi dall’Unione mondiale degli ulema musulmani da lui presieduta ha dichiarato che “l’Unione condanna duramente questo assassinio abominevole a prescindere dalla modalità con cui è stato perpetrato, un abominevole crimine non può trovare alcuna giustificazione nelle leggi islamiche il cui Libro eterno si fonda sul riconoscimento perentorio e deciso del pluralismo religioso e sulla considerazione della fede personale come fondamento del credo, rifiutando ogni sorta di costrizione, come dice il Corano “Nessuna costrizione nella fede” (II, 255)” e che “come ha dimostrato l’esperienza di convivenza tra i musulmani e gli appartenenti delle altre religioni lungo tutta la storia dell’islam, esente da ogni guerra di religione e settaria, in particolare con i connazionali cristiani “In verità troverai che i più prossimi all’amore per i credenti sono coloro che dicono: ‘In verità siamo cristiani’ (V, 81) il che conferma in particolare il diritto dei copti d’Egitto alla tutela per misericordia nei loro confronti dell’eccelso Inviato – su di lui la pace -  e il suo invito a prendersi cura di loro.”

Sarebbe confortante potere credere a queste parole. Ma è sufficiente leggere alcune affermazioni contenute ne Il lecito e l’illecito nell’islam (al-halal wa-al-haram fi –al-islam) del libro di Qaradawi più diffuso, soprattutto tra i musulmani e i convertiti in Europa, per sospettare della sincerità del comunicato appena citato. Ebbene nel capitolo 5 intitolato “I rapporti del musulmano con il non musulmano” si legge: “[…] Il primo di questi due versetti non incita soltanto ad essere giusti ed equi con i non musulmani che non combattono i musulmani e non li cacciano dalle loro case (cioè che non sono né in guerra né in odio con i musulmani), ma richiama ad essere buoni e generosi con loro.” Sin da questa prima citazione non è difficile dedurre che qualora i cristiani, in generale, i copti, in particolare, venissero tacciati di essere ostili ai musulmani ogni reazione sarebbe lecita. Il che significa che qualora accusati di “islamofobia”, termine tanto caro ai seguaci di Qaradawi, non sarebbero più da ritenersi degni di rispetto.

Nello stesso capitolo si trova altresì un paragrafo in cui si tratta nello specifico dei cristiani che vivono in terre d’islam, ed è questo il caso dei cristiani in Egitto: “Le raccomandazioni di cui sopra riguardano tutta la gente del Libro, poco importa dove si trovino. Ciononostante quelli che tra loro vivono all’ombra di uno Stato islamico hanno una situazione particolare. I musulmani hanno convenuto di chiamarli gente della “dhimma”. Questa parola vuol dire trattato, patto. […] Nella terminologia moderna sono dei “connazionali” nella nazione islamica.” I copti si trovano a vivere non solo in uno Stato a maggioranza islamica, dove rappresentano circa il 10% della popolazione, ma soprattutto in uno Stato in cui l’articolo 2 della costituzione sancisce che la sharia è la fonte principale della legge. Quindi si trovano precisamente nella condizione descritta da Qaradawi ovvero sono “connazionali”, ed è questo il termine usato nel comunicato odierno, protetti dall’islam. Vale la pena ricordare che anche in questo caso la “protezione” resta in vita dietro pagamento di una tassa e a seguito di un atteggiamento di sottomissione. Nel Corano si legge: “Combatti coloro che non credono in Dio né nel Giorno del Giudizio, né ritengono vietato ciò che è stato proibito da Dio e dal suo Messaggero, né riconoscono la religione della Verità, anche se sono della Gente del Libro, finché non paghino la jizya accettando di sottomettersi, e si sentono sottomessi.” (IX, 29)

Risulta evidente che il comunicato del teologo dei Fratelli musulmani è molto simile a quelli da lui emanati a condanna del terrorismo che brillantemente e sapientemente enunciati evitano di dire che per lui un conto è il terrorismo, che è da esecrare, un conto è la resistenza, che è lecita. Quindi condanna il terrorismo jihadista di Al Qaeda, ma osanna gli attentati suicidi in Israele o Iraq. Alla stessa categoria di comunicati è quello emesso il 2 gennaio scorso dal direttivo dell’italiana UCOII, dove si legge lo stesso rammarico e la stessa voglia di sottolineare la sacralità della vita:

“Mentre testimoniamo alle famiglie delle vittime e all’intero amato popolo egiziano tutto il nostro cordoglio e il senso del nostro sdegno, affermiamo che nessuna fede, credenza o ideologia potrà mai essere invocata per giustificare o anche solo spiegare le motivazioni aberranti che hanno condotto ad un atto tanto efferato che in tutta evidenza è stato programmato e perpetrato per minare la plurisecolare convivenza tra musulmani e cristiani, componenti storiche di quel Paese. La sacralità della vita, il rispetto dei non belligeranti, dei religiosi e dei luoghi di culto sono state sempre componenti essenziali e riconosciute del diritto islamico quand’anche ci si trovasse in stato di guerra, che Iddio ce ne preservi sempre. E’ pertanto inspiegabile in base alla nostra dottrina e tradizione che azioni di questo genere possano essere messe in atto in condizioni di pace come quelle che reggono  le relazioni tra le due grandi famiglie religiose dell’Egitto. Siamo certi che mandanti ed esecutori vadano ricercati al di fuori dei confini di quel Paese, tra chi ha interesse alla sua destabilizzazione, attuando una strategia della tensione che implementi un aberrante ciclo di vendette che getterebbe il Paese in uno stato di guerra civile. In questa ottica, invitiamo tutti gli egiziani, cristiani e musulmani a testimoniare l’alto senso della civiltà della tolleranza e dell’accettazione dell’altro che ha permesso la convivenza tra loro da quasi 14 secoli. Al contempo invitiamo tutta la rete di moschee che fa riferimento alla nostra Unione a pregare per le vittime e affinché quella criminale provocazione fallisca. Vadano i nostri fratelli a presentare le loro condoglianze ai cristiani d’Egitto dimostrando il senso della nostra vicinanza umana”.

Anche in questo caso si sottolinea che in Egitto ci si trova in una condizione di pace, che i cristiani copti non sono belligeranti quindi non sono certo degni di un attacco da parte musulmana. Sembra di leggere la teoria classica del jihad! Ma soprattutto anche in questo caso è sufficiente leggere qualche commento ai versetti coranici che riguardano i cristiani della traduzione italiana con la “revisione e controllo dottrinale” dell’UCOII per capire che si trattano di parole di convenienza che non corrispondono alla realtà dei fatti. Ad esempio a commento del versetto 62 della sura II si legge: “Non si potrà utilizzare questo versetto per rivendicare una sorta di atteggiamento di tipo irenistico o, peggio ancora, sincretista, da parte della dottrina islamica”; oppure al versetto 121 della stessa sura: “Gli ebrei e i cristiani rispettosi di Allah e delle scritture che Egli ha voluto rivelare loro, non possono esimersi dal prestare fede alla rivelazione coranica” oppure al versetto V, 81 citato anche da Qaradawi: “Il Corano esalta coloro che fra i cristiani si dedicavano agli studi e i monaci dediti all’ascesi, mentre non attribuisce alcun pregio al sacerdozio. Sono stati anzi esegeti scritturali e monaci (soprattutto copti e nestoriani) ad abbracciare l’islam dopo avere ascoltato il messaggio.”

Numerosi sono stati i comunicati sulla falsariga dei suddetti emessi negli ultimi giorni. Purtroppo, ribadisco, si tratta semplicemente di parole ad hoc per mostrarsi “moderati”. Ciascuno di questi comunicati provenienti da associazioni islamiche ideologicamente collegate ai Fratelli musulmani è, a mio parere, una sorta di excusatio non petita, accusatio manifesta. Si badi bene, non mi riferisco alle espressioni di cordoglio e di dolore sincero da parte di molti egiziani musulmani, o di musulmani che vivono in Europa, non mi riferisco al grido di dolore di intellettuali come l’egiziano Tarek Heggy. Mi auguro solo che le nostre istituzioni, sia civili che religiose, non cadano nell’ennesimo tranello di queste associazioni che si vogliono presentare come unici referenti dell’islam europeo. Mi auguro che le istituzioni e la società civile europea invece si uniscano e proteggano la comunità copta anche in Europa e che si impegnino a allontanare ogni ideologia che mira non al dialogo, ma alla sottomissione.
 

Da L'Occidentale

 

E io aggiungo che gli Stati democratici tutti dovrebbero impegnarsi nella protezione non solo dei copti o dei cristiani in genere, ma di tutte le minoranze minacciate, a partire dai Bahai, Zoroastriani, Buddisti, Berberi, Ebrei, ecc., compresi quei musulmani moderati che sono perseguitati, massacrati, ecc. semplicemente perché non aderiscono al fondamentalismo

6 dicembre 2010

La Gran Bretagna Paese moderatamente antisemita. Come tutta l'Europa

 La Gran Bretagna? È un Paese «moderatamente antisemita». Come tutta l’Europa. Martin Amis, in Israele a presentare la traduzione in ebraico del suo romanzo La casa degli addii, ha testimoniato, in un’intervista ad «Haaretz», il legame molto forte con il Paese che lo ospita (nonostante lo scarso successo dei suoi libri). Non solo perché la sua prima fidanzata era ebrea, o perché ebrea è la sua attuale moglie, Isabel Fonseca, ma anche per una forma di solidarietà verso un Paese dal quale l’Occidente «pretende uno standard di comportamento più alto rispetto a quello dei vicini. Il progressista medio inglese si sente subito a suo agio attaccando Israele e gli ebrei. Gli altri stranieri sono protetti dal colore della pelle, dal passato coloniale, o da altro. La tradizionale, snobistica attitudine antisemita degli inglesi si sposa con le circostanze attuali». Certo, Amis ammette anche che è sempre più difficile difendere la politica di Israele. «L’attacco alla flottiglia turca a Gaza in maggio mi è parso del tutto simile all’assedio del teatro a Mosca, quando la polizia gasò la metà delle persone per prendere i terroristi. Ricordo di aver pensato: "È un modo di agire da russi, questo pugno duro, senza mediazione politica"». Il compromesso, la diplomazia, sono cose che Amis pratica sempre meno. «Scrivere è libertà - dice - e non rinuncerò a esercitare la mia libertà solo per prudenza o perché ho paura di cosa penserà la gente».

Dal Corriere della Sera


E lo dice uno che evidentemente contribuisce attivamente a fomentare l'antisemitismo (attraverso la dis- e la mala-informazione)

26 agosto 2010

L'antisemitismo in Europa

 Il veleno scorre nella socialdemocratica, perbenista, pacifista e multiculturale Norvegia. Si chiama odio per Israele. Il governo di Oslo ha annunciato il boicottaggio di due colossi economici israeliani che hanno lavorato negli insediamenti. Gli ebrei in Norvegia sono appena lo 0,003 per cento della popolazione totale, eppure Oslo è un baluardo mondiale dell’antisionismo e dell’antisemitismo. Siamo nel paese che il Global Peace Index pone da anni in cima alla lista dei paesi più “pacifici” del mondo. Il fondo sovrano della Norvegia (quello che ha il compito di amministrare i soldi del petrolio) ha disinvestito dalla società israeliana Elbit, perché ha contribuito alla barriera di separazione che tiene lontani gli attentatori suicidi dal territorio israeliano. L’autore del famoso romanzo “Il mondo di Sofia”, l’eroe nazionale Jostein Gaarder, si è augurato la distruzione d’Israele. Da anni sui quotidiani norvegesi appaiono vignette antisemite. Sul giornale Dagbladet, l’ex primo ministro israeliano Olmert è apparso come il capo di un campo di sterminio. La leader socialista Kristin Halvorsen guida molte campagne di boicottaggio d’Israele, a cui ha preso parte anche la chiesa luterana. E la prestigiosa Università di Trondheim sono tre anni che discute se trasformarsi in un ateneo deisraelizzato, come Heidelberg o Friburgo durante la guerra, da cui Adorno, Arendt e Einstein furono costretti a scappare. C’è del marcio nella placida Norvegia.

Da Il Foglio

Norvegiarabia


Vignetta di Beppe Fontana, grazie alla segnalazione di Barbara

E poi in Francia, in Romania e in Italia

4 gennaio 2010

Un bilancio del 2009...

 Il bilancio per Israele è complessivamente buono:

1. Un anno fa c'era la guerra a Gaza. Israele non aveva contro solo i terroristi di Hamas armati dall'Iran, ma anche tutta l'opinione pubblica mondiale. La guerra è stata vinta, anche se si è sviluppata per forza in maniera limitata, evitando di mirare alla conquista delle città con i centri di comando di Hamas (figuratevi le proteste se si fosse combattuto davvero fra le case, dove si annidavano i capi terroristi). Che sia stata vinta lo dimostra il fatto che da allora sono diminuiti moltissimo i lanci di razzi da Gaza sul territorio israeliano. Com'era stata vinta del resto anche quella di due anni prima nel Sud del Libano. Hamas e Hezbullah provocano, ma è evidente che non vogliono più per ora la guerra con Israele, ne hanno avuto abbastanza.

2. Se non vinta, almeno neutralizzata per il momento è anche la campagna legale di delegittimazione. Nonostante il volonteroso contributo di gente come il giudice Goldstone e il grande impegno della stampa mondiale, dei giuristi e accademici "progressisti" e dei boicottatori di Israele, non è stata sancita per Israele quella condizione di "stato-paria" che essi vorrebbero stabilire. Certo, la questione resta aperta, accademici, giudici, giornalisti e governanti hanno un' evidente volontà di fare il possibile per danneggiare il più possibile Israele, ma i loro risultati sono scarsi.

3. Un anno fa Israele era governata da un primo ministro indagato per corruzione e dimissionario di fronte al parlamento, che sentiva la forte tentazione – diciamo così – di rifarsi l'immagine cedendo su tutti i fronti nella trattativa diplomatica, in modo da firmare un accordo qualunque e entrare nella storia. Oggi ha un governo assai più efficiente e deciso sui temi fondamentali, nonostante le delegittimazioni della stampa internazionale e dei paesi arabi. Un governo abbastanza flessibile sul piano tattico per reggere la difficile situazione diplomatica in cui si trova. Netanyahu ha dimostrato di essere un grande politico, mentre si sono visti tutti i limiti della sua concorrente Tzipi Livni.

4. Il merito principale di Netanyahu è stato di disinnescare (per il momento) l'ideologia anti-israeliana di Obama, senza rompere con l'alleato americano. Con un'accorta mescolanza di concessioni e irrigidimenti, Netanyahu è riuscito a far capire all'amministrazione americana che il problema non sono le costruzioni nei sobborghi di Gerusalemme, ma il rifiuto del mondo arabo e in particolare dei palestinesi di accettare Israele come stato ebraico. Al di là delle polemiche verbali, lo stato quo ha retto, anche con l'Autorità Palestinese

5. Israele ha superato bene, meglio dell'Europa e molto meglio dell'Italia la crisi economica.

Questo è il lato positivo della situazione. Quello negativo è che

1. Europa, amministrazione americana, per non parlare dei paesi arabi e del terzo mondo, nutrono pregiudizi e avversione per Israele. La situazione diplomatica continua ad essere difficilissima. L'opinione pubblica è fortemente influenzata da una stampa ormai quasi tutta anti-israeliana, la guerra legale continua.

2. Hamas, Hezbullah e gruppuscoli terroristi palestinesi continuano ad accumulare armi e risentimento, in attesa di un'esplosione che prima o poi verrà. Inutile dire che sono appoggiati da tutto il terrorismo internazionale

3. Shalit è sempre nelle mani dei terroristi di Hamas. E' vero che questi non hanno avuto il loro riscatto, che li rafforzerebbe molto, ma resta il caso di un ragazzo rapito da quasi quattro anni, che Israele non riesce a riportare a casa.

4. Last but not least, l'Iran continua a preparare l'atomica. Se qualcuno, come quel Cohen che scrive per il New York Times, ha coltivato l'anno scorso l'idea che gli ayatollah siano ragionevoli, nelle ultime settimane di repressione interna dovrebbe essergli passata. Resta il fatto che bisogna fermare l'Iran prima che disponga dell'arma nucleare e magari la usi. L'anno che si apre è probabilmente l'ultima occasione. Il che significa che nei prossimi mesi, se la dirigenza iraniana non sarà rovesciata, c'è la scelta terribile fra una guerra con l'Iran e la sua aperta minaccia atomica.

Come vedete, non è facile far gli auguri a Israele: meglio la guerra da soli con la testa del serpente, o il serpente armato di bomba atomica? Meglio Shalit prigioniero o un migliaio di terroristi liberi e pronti a ricominciare? Io un augurio ce l'ho, anzi un paio. Spero che per il nuovo anno "commerciale" la società israeliana sappia trovare dentro di sé la determinazione per continuare a lottare per la propria sopravvivenza come ha fatto quest'anno (sembra facile dirlo, ma non lo è farlo – e Israele e il mondo ebraico non mancano di eurarabi ad honorem, disfattisti e rinnegati che indicano la via della resa e del suicidio). Spero che l'Occidente e soprattutto l'America (dato che l'Europa si è da tempo condannata all'insignificanza quasi totale) rinsavisca e capisca di nuovo che fra il Giordano e il Mediterraneo non si gioca solo una delle ricorrenti lotte del popolo ebraico per non essere annichilito, ma anche il destino dell'Occidente. *** A tutti noi auguro di continuare la giusta battaglia che Informazione Corretta con i suoi amici conduce per questo fine.


Ugo Volli x Inf. Corretta

Io direi di tutto il mondo e non perché Israele sia un baluardo o, peggio, una pedina dell'Occidente, ma perché il fondamentalismo religioso, soprattutto quello islamico (che ha al suo attivo petrolio, bombe e "cultura" della jihad e del martirio) è un problema mondiale, come si può constatare tutti i giorni se si guarda oltre il proprio naso...

26 novembre 2009

Dibattito su un ipotetico partito islamico in Italia

“Hamas a Montecitorio! La conquista di Eurabia! La sharia nella Costituzione!” L’annuncio, nei giorni scorsi, della nascita di un partito islamico, il Prune (Partido de renacimiento y uniòn nacional espanol) in Spagna ha scatenato una serie di ipotesi al limite del paranoico insieme ad analisi più serie e preoccupate in Italia.
Specialmente da quando il portavoce dell‘Ucoii (Unione delle comunità islamiche in Italia), Ezzedine Eldir,
ha annunciato in un’intervista via Youtube per Klauscondicio che “Sono allo studio per le prossime elezioni formazioni politiche e partiti di ispirazione islamica, con nome e simbolo“. “Gli italiani di fede islamica” sostiene Eldir “sono 50mila ed è giusto che chi lo desidera possa votare un partito che difenda le esigenze della comunità musulmana“, anche se non ha detto esplicitamente che l’Ucoii appoggerà formalmente queste formazioni.
Ma l’eventuale appoggio della comunità islamica (quella parte che può votare) a un partito confessionale è tutta da verificare. Come spiega a Panorama.it l’Imam della
moschea di via Meda a Milano, Sergio Yayha Pallavicini, vicepresidente della Co.re.is, (Comunità religiosa islamica) e membro della consulta islamica per il Ministero dell’Interno nel 2006.

Imam Pallavicini, i partiti islamici sono una realtà in molti paesi d’Europa, adesso potrebbero debuttare anche in Italia. La ritiene una buona strada per la comunità islamica? Io rispetto questa possibilità, sempre che si tratti di partiti che riconoscono la Costituzione, ma non mi sembra un’idea né utile né intelligente: i credenti di ogni religione devono poter partecipare alla vita politica ma la creazione di partiti confessionali in Italia nel 2009 mi sembra artificiosa sia dal punto di vista politico che da quello religioso.
Però esistono partiti di ispirazione cattolica. La Dc in Italia ha governato a lungo…

Io credo che la Dc abbia esaurito il suo percorso storico e anche i partiti di ispirazione cristiana si sono riaggiornati laicamente. Un partito islamico oggi mi sembra un travestimento anacronistico, una forma di lobbismo di livello non altissimo. Allora facciamo il partito della Roma e quello della Lazio… è la politica che non riesce più a dare una risposta culturale adeguata ai problemi globali e si trasforma in lobby, negli interessi di pochi. Si confonde la democrazia con la necessità di legittimazione.
Solo una provocazione? Potrebbe avere successo tra gli immigrati con diritto di voto se questo venisse esteso?
Sì mi sembra una provocazione culturale. E infatti non vorrei che dietro ci fossero i soliti fondamentalisti che vogliono imporre l’etichetta “buon musulmano” su un partito per fare i loro interessi di potere. Ma la dottrina islamica non ci chiede di fare partiti. Non nego che potrebbe anche attirare la curiosità di immigrati meno integrati come quelli di prima generazione, che si sentono poco ascoltati e rappresentati dalla politica, ma al di là della provocazione, sarebbe una presa in giro. L’altra faccia della speculazione politica della Lega contro gli stranieri. Bisogna trovare altri modi per rappresentare una comunità numerosa in tutta Europa.
In Francia ci sono quasi 5 milioni di musulmani e  l’integralismo religioso è ben presente, ma il partito islamico non ha avuto un grande impatto…
In Francia c’è un concetto di laicità dello Stato che è maggiore e meglio definito rispetto all’Italia. Nessun partito dichiaratamente religioso potrà avere un grande successo. Lo stesso negli Usa: è vero che Obama ha ricevuto critiche pretestuose per il suo passato in una scuola islamica in Indonesia, ma alla fine lo hanno eletto!
Cosa ne pensa dell’iniziativa parlamentare per la “cittadinanza breve” agli immigrati e ai loro figli nati in Italia?
Mi sembra un bel modo di fare politica, in cui la religione non c’entra. Si dà una possibilità che permette di sentirsi italiani pienamente a persone che lo sono già di fatto, come i diciottenni nati e vissuti qui. Lo considero un passo importante in un periodo di crisi di dialogo tra politica e rappresentanti delle varie comunità.
Ma allargando il diritto di voto non si rischia di favorire proprio partiti-lobby come un ipotetico movimento islamico?
Mi sembra una posizione paradossale. Anzi, credo che avrebbe un effetto contrario alla ghettizzazione: la società civile nel suo insieme deve permettere a un gruppo numeroso di persone di vivere pienamente la democrazia. Spero che la maggioranza dei musulmani possa votare in un sistema laico e pluralista che è all’avanguardia rispetto a quelli orientali.

Da Panorama

20 ottobre 2009

I "diritti" delle donne secondo l'Islam

Il paradosso è questo: in molti Paesi islamici la legislazione si sta evolvendo, per garantire maggiori diritti alle donne, mentre in Europa cresce la poligamia. Il caso più eclatante è quello del Marocco, luogo d’origine del padre e della madre di Sanaa, giovane donna recentemente uccisa in Italia in quello che può essere senza mezzi termini definito un delitto d’onore. Il regno nordafricano ha dal 2004 un codice della famiglia, la Moudawana, in cui è scritto che la poligamia è permessa soltanto in alcuni rari casi e soltanto con il consenso di un giudice e della prima moglie; che l’età minima per il matrimonio è 18 anni; che la donna può sposarsi senza chiedere il permesso del padre. A questo codice hanno lavorato assieme accademici, teologi, esperti di giurisprudenza. Per quella che è stata considerata una rivoluzione nel mondo arabo hanno lottato per decenni le donne marocchine, come racconta Fouzia Assouli, femminista e militante di vecchia data, presidente della Ligue Démocratique pour les droits de la Femme, che guarda con preoccupazione a quello che sta succedendo in Occidente.

 
In Europa la condizione delle immigrate sembra a volte essere peggiore di quella delle loro compagne nei Paesi d’origine, come il Marocco. Perché?
 
«Il problema non è culturale o religioso: è la strumentalizzazione politica della religione. Si cerca di utilizzare la religione per reprimere le donne».
 
In Inghilterra esistono tribunali coranici. Se ne è parlato anche qui in Italia...
 
«I tribunali devono rispettare i rapporti sociali, il diritto positivo, i diritti umani che sono universali: non si tratta di valori occidentali ma universali. Non esistono veri e propri tribunali coranici, da nessuna parte. Sono un’invenzione: anche nei Paesi più conservatori e religiosi sono sottoposti in qualche modo al diritto positivo. Nell’islam ci sono diversi riti e interpretazioni, ci sono divisioni, i sunniti e gli sciiti, ci sono diverse scuole giuridiche, non esiste il clero come nella Chiesa cattolica».
 
Perché in terra d’immigrazione si tende a tornare indietro rispetto ai Paesi d’origine dove si va avanti con lotte per i diritti?
 
«Ci sono il razzismo, la vulnerabilità. Si cerca di trovare una ragione per il mal di vivere e correnti politiche attive tentano di sfruttare questa fragilità utilizzando la religione. Ci sono attivisti che vogliono indottrinare».
 
E cosa pensa del fatto che in alcune parti d’Europa i tribunali islamici siano tollerati dallo Stato?
 
«È pericoloso, è un passo indietro. Sono anni che nel nostro Paese si lotta per difendere le donne, i diritti umani, e non si può per il rispetto di una cultura legittimare la discriminazione. Abbiamo lottato 30 anni qui per avere questi diritti che non sono anti-islam. Le donne si sono battute in Europa, in Marocco, in Algeria... non dobbiamo tornare indietro con il pretesto del relativismo culturale».
 
Lavorate anche con le donne marocchine all’estero?
 
«Sì, in Francia e Spagna organizziamo incontri e seminari con le immigrate. Spieghiamo loro le evoluzioni dei diritti nei loro Paesi d’origine. Spesso non ne sanno nulla. In Marocco, per esempio, ci sono state riforme per mettere le moschee e gli imam sotto la tutela del ministero ed evitare indottrinamenti».
 
In Italia stanno crescendo la poligamia e i matrimoni non registrati.
 
«E in Marocco invece i matrimoni devono essere trascritti per legge, civilmente, non ci sono unioni o contratti orali».

Da Il Giornale

Ma... siamo sicuri che nei Paesi a maggioranza musulmana le cose stiano migliorando? A me non sembra:

Beyoncè ha annullato il concerto che avrebbe dovuto tenere il prossimo 25 ottobre in Malesia. Secondo quanto riportato da Abc e da altri siti internazionali, l'artista avrebbe deciso di non esibirsi più a Kuala Lumpur dopo le proteste del Pan Malaysian Islamic Party (PAS).

IL GIUDIZIO - Il maggior partito di opposizione del Paese, giudicando lo spettacolo della Beyoncè «contrario alla morale», aveva chiesto che il concerto fosse bloccato, sostenendo la loro avversione nei confronti degli show che promuovono «performance occidentali sexy». Come già accaduto nel 2007, la star ha dunque deciso di annullare il concerto, nonostante la sua iniziale intenzione di esibirsi a Kuala Lumpur in abiti meno sexy del solito, in segno di rispetto per le tradizioni del Paese. La società di produzione Marctensia, cui Beyoncè è legata, ha voluto precisare però che la quella di annullare il concerto è una decisione presa «unicamente dall'artista e non legata a ragioni esterne».

Dal Corriere 

Anche in Indonesia, in Somalia e in Giordania
Poi, c'entra poco con le donne, ma è comunque in argomento: anche in Inghilterra non si scherza

18 settembre 2009

La Sharia dilagante

 Avevano appena iniziato a vivere, i familiari le hanno uccise. Hina Saleem venne sgozzata e sepolta nell’orto di casa, presso Brescia. Con la testa rivolta verso la Mecca e il corpo avvolto in un sudario. Hina aveva rifiutato un matrimonio forzato voluto dal padre. L’altroieri, a Pordenone, Sanaa Dafani è stata accoltellata a morte dal padre in un bosco, mentre era in compagnia del fidanzato, un italiano. Una relazione bandita dai suoi genitori di origini marocchine. Non si sa nemmeno quanti siano esattamente i delitti d’onore in Europa. In gergo islamico si chiama “Jarimat al Sharaf”. Spesso queste esecuzioni religiose vengono derubricate sotto la voce “violenza domestica”.
Nella moderna Istanbul, che preme per entrare in Europa, si conta un delitto d’onore a settimana. A Gaza dall’inizio dell’anno dieci donne sono state uccise in nome della sharia (una palestinese è stata sepolta viva dal padre). Accade anche in mezzo a noi, a Milano, a Parigi, a Berlino, a Londra. Il settimanale tedesco Der Spiegel scrive che almeno cinquanta donne musulmane in Germania sono state vittime di un delitto d’onore. A Londra almeno dodici ogni anno. A queste vanno aggiunte le “vergini suicide”, le ragazze che si tolgono la vita per sfuggire a un matrimonio forzato. A Derya, 17 anni, la sentenza di morte è arrivata via sms: “Hai infangato il nostro nome, ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi”. In Europa risultano “scomparse” migliaia di ragazze musulmane, spesso cittadine europee. Ne spariscono decine al mese, tutte allo stesso modo: partono per un viaggio all’estero e sui banchi di scuola o sul posto di lavoro non tornano più. Downing Street stima che ogni anno avvengono tremila matrimoni forzati. In Francia 60mila adolescenti sono minacciate dai matrimoni forzati.

Un recente rapporto compilato dal Consiglio d’Europa e redatto dal parlamentare inglese John Austin avverte che “l’uccisione di donne da parte dei membri della famiglia per proteggere il loro ‘onore’ è più esteso in Europa di quanto si pensi”. Sono tante le “colpe” delle vittime dei delitti d’onore: il rifiuto di indossare il velo islamico, l’inclinazione a vestire all’occidentale, a frequentare amici cristiani (fino a convertirsi a un’altra fede) o avere amici non musulmani, la volontà di studiare o leggere libri “impuri”, di cercare il divorzio, di essere troppo “indipendente” o moderna. In Inghilterra Rukhsana Naz è stata uccisa perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. In Svezia Fadime Sahindal è stata uccisa a colpi di pistola perché si era avvicinata alla cultura occidentale. All’inglese Heshu Yones hanno tagliato la gola perché aveva un fidanzato cristiano. “Troppo occidentale”, avevano detto della francese Sohane Benziane. E’ stata torturata e bruciata viva. Stessa fine per l’olandese Maja Bradaric, perché flirtava con un ragazzo su Internet. Una ventina di coltellate hanno spezzato la vita di Sahjda Bibi, anche lei aveva rifiutato un matrimonio forzato. In Germania Hatin Surucu è stata giustiziata con un colpo alla nuca perché si rifiutava di indossare il velo. Un’altra tedesca, Morsal Obeidi, di appena sedici anni, è stata uccisa perché “voleva essere troppo libera”.

Lo scorso luglio, nel cuore di Londra, c’è stato uno dei più feroci delitti d’onore. Alle due del mattino un gruppo di musulmani trascina per strada un ragazzo di origine asiatica proveniente dalla Danimarca. Lo pugnalano due volte alla schiena, lo colpiscono alla testa con dei mattoni, gli versano acido solforico sul corpo e in gola. La sua “colpa” era stata quella di frequentare una coetanea britannica di origini pachistane e di religione musulmana. La polizia ha evitato per miracolo che la ragazza subisse la stessa sorte. La stessa polizia che ogni anno tratta la “scomparsa” e la morte, in circostanze simili, di un centinaio di ragazze di religione islamica. Due anni fa, sempre a Londra, Mohammed Riaz, di origini pachistane, bruciò vive la moglie e le sue quattro figlie dopo averle chiuse in casa. Riaz trovava ripugnante il fatto che la figlia volesse diplomarsi o potesse rifiutare il matrimonio combinato. Ciò che lo spinse ad appiccare l’incendio, scrive il Telegraph, fu soprattutto il fatto che le donne avevano servito alcolici durante una festa per il figlio, malato di cancro terminale. E’ in questo mondo di sottomissione e fanatismo domestico, segnato spesso dall’escissione del clitoride, che germina l’odio islamista. Singolare che le vite di queste ragazze ci interessino quando è già troppo tardi.


Da Il Foglio

E poi in Indonesia, il notevole aumento delle banche islamiche e ormai anche il Libano è totalmente preso dagli Hezbollah

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