.
Annunci online

 
esperimento 
Un tentativo per uscire dal ghetto dei pregiudizi
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Informazione alternativa
Le mie foto
Eduplanet
Sionismo, Istruzioni per l'uso
Ella Abukassis
Per poter navigare liberamente anche sotto dittatura
Direttamente da Israele
Centro internazionale per gli studi sul terrorismo
Sapere cos'è il terrorismo
Purim 1946
Tutto su Sderot
Historiaweb
Vedute aeree
Ebraismo in Italia
Informazione corretta
Associazione per lo studio degli ebrei italiani
Marc Alan Di Martino
Roma ebraica
Fonte sicura
Tour virtuale di Gerusalemme
Roman project
Blog sulla Nasa
Davka project
Hasbarà
Middle East Media Research
Progetto Davka
Mizrachi
Il libro di Pierre C.
Notizie in francese
Blog franco-israeliano
Page di J. Richman
Frontpage
Tesi di laurea interessanti
todayworldnews blog as partial mass media give...
Yavne olamì
Strade di Gerusalemme
Osservatorio internazionale sui media
Maariv
Mappe di Israele
Bellissime foto da Israele
Storia dell'Esperia
I canali dell'odio
Mei
Roma anni '60
Strategy page
Daniel Pipes in italiano
Foto
E-dezani
Arabi per Israele
Falafel game
Giorgio Perlasca
Bedlam
Quaderni radicali
We Should Not Forget
I-cool
Pakistan today
Broadsword
Libertà per Shoaib Choudhury
Imparare divertendosi
Checkpoint di Kahlandia
Moleskina
La Gerusalemme sconosciuta
Bimbi palestinesi
Mike Silverman
Passig
Calabria-Israele
Jkatz
Refuseniks musulmani
Gli argomenti umani
Hazon Yeshaya
Un biglietto per il Paradiso
Tempio dei giovani
Comunità religiose islamiche
Una vita da ricordare
Quanto sai sul conflitto arabo-israeliano? Text your knowledge
Cox & forkum
I Caraiti di Crimea
Tour virtuale di Israele
Reshet bet
Yediot Acharonot
Ponte Azzurro
Essere liberi
Grouchyoldcripple
Zotzap
Metransparent
Meimad
Israel21c
Deliri adrenalinici
Poemi per i rapiti e gli assassinati
La guerra dei 6 giorni
Canale satellitare israeliano
Bruscocartoons
Scopri Israele con una mappa interattiva
I parchi naturali in Israele
La politica estera di Tocqueville
Rassegna stampa estera
Radio israeliana 102 FM
Notizie dall'Iran
Latte e miele
Elenco delle organizzazioni terroristiche nel mondo
Il film di Anna
Traduci on line dall'inglese
Storielle in inglese da ascoltare
Ein Bokek
Ebrei profughi dalla Libia
Ghetto di Venezia
English easy short stories
Benny Fadlun - Musica ebraica in Italia
Impara i verbi in ebraico
Per la democrazia in Iran
L'orient le jour, quotidiano libanese
http://www.liberte-algerie.com/
My Heritage
Samantha Burns
Vignette di Boomka
Bypassa le password
EC
Archivio dei film di Spielberg
Elenco di links interessanti (anche se non tutti funzionano ancora)
Guysen
Aaarons
Carlo Panella

I risultati della Commissione diritti umani dell'Onu
Graziano Gallo
Blog DRom
Romanolil
Big Pharaoh
Contro la schiavitù

Notte d'oriente
Jerusalem Newswire
Dipitech online
I figli di Noè
Israele dietro le notizie
Musica

Brani di MP3 israeliani
David Broza
Reggae chasidico
Kol Cambridge
Yoram Gaon
Progetto Davka
Musicalità dal mondo per Sukkot
Mostly music
Musica israeliana
Testi di canzoni israeliane tradotte e traslitterate
Tutta la musica (sito in ebraico)
Consigliato da Raccoon
La musica di Alberto Levy

Un blog giornale
Uno splinderamericano
Piccolo mondo
Dolcelei
Un blog sull'ebraismo
Micol
Blog sull'Iraq
Buzzurro
Diario di un viaggio in Iran
Polli ispirati
Rinat
Gli Haiku di Ephrem
Il velo di Maya
Sole e Ombra
Blog per gli scrittori
Orestina
Endor
Rotaciz
Una mia omonima
Law.harvard
Continental drift
Sogno americano
La Radice
Le guerre civili
Daniele quercianellese
Random bits
Liapunov
Nomanland
Mesopotamico
Il Bersò
Il salotto di Avy
Lobbyliberal
L'ex rolli su clarence
Giuda Maccablog
Blog per le vittime dello Tzunami
La zanzara
Nepal libero
Bautzetung
No way
Uriele bolognese
Shylok splinderiani
Psiko
Imprescindibile
ReyTS
La bocca del cavallo
Ozrach (Rachel)
Israelly cool
Educationzip
Ayaan Hirsiali
Tamara Vorobjova (finlandese in italiano)
Comunitando (Com.LI)
Sul terrorismo
Anima insonne
Alifbay
Motnews
Gabibbo
Neopunto
Saul
Dubh
Notizie strampalate da tutto il mondo
BlogGlob
Stefania La Penna
Teenage pundit
Componi il tuo ritratto
Italian blogs for freedom
Blog iraniano
Aa
Medienkritik
Giolitti
Jerushalaim
Fortskunk
Il punto splinderiano
Jimmomo
Vittore
Blog italo-americano
Franci la fatina
Blog di Umberto
Chaia Liv
Blog di Martino
Delf
Diario di una persona meravigliosa
Blog in inglese
Sultan Knish
Blog di Paolo
Analisi
Anticomunista
Fuori dal ghetto
Blog di Luca Sofri
Gilbenmori
Nequidnimis
They killed Kenny
Silverlynx
Che il Suo ricordo sia benedetto e che sia da esempio per tutti noi
Watergate
Molta osservazione
Archivi di Gerusalemme
Associazione dei musulmani in Italia
Il blog di Sharon
Roberto's blog
Le risposte ai complottisti dell'11/9
Piccola rassegna di blog israeliani
Note personali (non mie però)
Il megafono
Oylem Goylem (polacco)
Francesco Mangascià
Blog marocchini
Blog israeliani in inglese
I tempi e le idee
Il blog di Daniella K
Giano
L'esperienza di Skan
La versione di Marta
Yochanan
Una macchia d'inchiostro
Ingrandimenti
Annie
Vanpolitik
Giorgio Israel
Un giorno di Israele
Resistenza (moderna)
Il Punto
Traduci on line dall'ebraico
Quotidiano liberal
ADL
Amici di Israele
Cronologia delle guerre in medio oriente
La storia fotografica di Israele
terrorism-news-blog
per chi vuole scrivermi: esperim@email.it oppure esperim06@yahoo.it
  cerca

BENVENUTI!



Se volete aderire a questo appello scrivete a linceo@email.it






 

Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

Diario | Dai mass media italiani | Dall'estero | Satira, musica, balli | Interventi, riflessioni, commenti |
 
Diario
1visite.

3 marzo 2014

Le guerre e la moda

Le guerre sono come la moda: quest'anno cosa va, il rosa pallido? Tutti si vestono di rosa pallido e tutti si dimenticano che esistono anche l'azzurrino, il violetto, il verdognolo, ecc. ecc.
Ora quale guerra va di moda? Quella fra la Russia e l'Ukraina? E tutti si dimenticano delle decine di migliaia di morti in Siria, in Egitto, nella Repubblica Centrafricana, ecc. ecc.
C'è un Paese, però, che non passa mai di moda: Israele. Qualunque cosa succeda, in qualunque parte del globo, di Israele si deve sempre e comunque parlare male.

17 dicembre 2013

Neve in Medio Oriente

Non avete mai visto le piramidi imbiancate, vero? Infatti l'ultima volta che è successo è stato 160 anni, quando la fotografia ancora non esisteva:



Qui invece siamo nei territori amministrati dall'Autorità Palestinese
, due soldati israeliani stanno aiutando un'ambulanza palestinese ad uscire dal pantano:



Qui, a Gerusalemme
, nell'area più sacra al mondo per gli ebrei, non può mancare un pupazzo con la kippà (indossata dagli uomini per ricordarsi della propria limitatezza di fronte alla Divinità) :)


17 maggio 2013

A Gaza spopola il pollo fritto americano

Ma... non era: "morte ad Israele e all'America"? O solo quando i due Paesi non fanno comodo?

Gli abitanti di possono ora ordinare il pollo fritto di Kentucky Fried Chicken () grazie a un nuovo servizio di contrabbando via tunnel dall’.gazatunnel

Un fast-food che non è esattamente “fast” – necessita infatti 3-4 ore” – né economico dal momento che Yamama, l’azienda palestinese che si occupa delle consegne, deve coprire i costi del carburante e del trasporto.

Yamama, riporta l’agenzia di stampa palestinese Ma’an, consegna in media trenta ordini a tratta, pasti che vengono acquistati dal punto Kfc della città egiziana di el-Arish, distante da Gaza circa 40 chilometri. Una volta nella Striscia, all’uscita dai tunnel, le consegne vengono effettuate da corrieri in motocicletta.

I residenti di arrivano a pagare fino a 130 shekel (27 euro) per poter mangiare 20 pezzi di pollo fritto, il doppio di quanto costano a el-Arish.

Nella Striscia di Gaza non ci sono catene internazionali di fast-food e Yamama, che si fa pubblicità via radio, sta facendo affari d’oro con le consegne Kfc.


Da Atlas


Gaza I tunnel di contrabbando scavati sotto la linea di demarcazione fra Gaza e il Sinai egiziano, che in passato servivano per sostenere la lotta armata con un traffico di armi, esplosivi e munizioni, vengono adesso utilizzati per introdurre a Gaza uno dei simboli più noti del life style occidentale: cestini pieni di «Kentucky Fried Chicken».
L'idea geniale è venuta all'inizio del mese ad una compagnia di Gaza specializzata nella consegna di pacchi a domicilio, la al-Yamama. Cronometro alla mano, ha stabilito che il trasporto dei preziosi cestini di pollo fritto dalle cucine del più vicino «KFC» - quello di el-Arish, nel Sinai settentrionale - al centro urbano di Gaza necessitava di circa quattro ore. Dopo di che è stata affrontata la questione dei prezzi. Seduti a un tavolo del «KFC» di el-Arish, per una porzione si paga l'equivalente di tre euro. Ma la staffetta nelle piste del deserto, il passaggio nel tunnel (col dovuto pedaggio) e infine la spedizione dentro Gaza moltiplicano per sei il costo del pregiato fast-food. Alla al-Yamama si sono chiesti: «Ci sarà a Gaza una domanda sufficiente?» Un po' il passaparola, un po' le pubblicità televisive hanno avuto l'effetto vincente. Le prenotazioni si sono presto accumulate. A Gaza si spiega che in città «c'è una vera sete di normalità». Per ragioni di sicurezza, nessuna delle grandi reti internazionali (come McDonald's o Pizza Hut) è presente nella Striscia. Allora la possibilità di addentare il celebre KFC a Gaza «proprio come all'estero» ha fatto presa su molte famiglie della Striscia, anche se con lo stesso prezzo potrebbero concedersi un pranzo ben più ricco nei migliori ristoranti della città. Con l'ingresso del pollo fritto americano si apre dunque una piccola breccia nel severo stile di vita imposto da Hamas a Gaza. Finora dai dirigenti politici locali non sono giunti anatemi: qualcuno scommette che anche fra di loro possano esserci appassionati del «KFC».


Da Il Giornale

E un'altra domanda: ma a Gaza non si moriva di fame? Non c'era l'emergenza umanitaria, per cui tutto il mondo è mobilitato, si raccolgono miliardi di Euro, si organizzano centinaia di manifestazioni di solidarietà all'anno, riunioni al Palazzo di vetro, ecc. ecc.?

10 luglio 2012

Morsy riapre il parlamento sfidando l'esercito

L'involuzione fondamentalista in Egitto:

È la prima sfida aperta del nuovo raìs egiziano alla Giunta guidata dal maresciallo Tantawi. Ed è il primo vero segnale di quanto sia fragile, forse già finita, la «tregua» tra i generali al potere da 16 mesi e l'opposizione islamica che ha appena conquistato il ruolo che fu di Mubarak. Mohammed Morsi, già ai vertici dei Fratelli Musulmani da cui si è dimesso dopo la vittoria, con un decreto presidenziale ieri ha riconvocato il Parlamento «nella prossime ore», ovvero per oggi. La decisione va apertamente contro la sentenza emessa a metà giugno dall'Alta Corte e sancita dalla Giunta con lo scioglimento dell'Assemblea.
Motivo ufficiale del verdetto dei giudici, considerati vicini ai generali: un vizio giuridico nelle elezioni parlamentari, stravinte in inverno dalla Fratellanza e dai salafiti che insieme ne avevano occupato i due terzi dei seggi. Motivo politico e sostanziale, secondo l'opposizione anche laica che ha gridato al colpo di Stato dei militari: il voler esautorare il nuovo raìs. Senza Parlamento e con i poteri legislativi assunti dalla Giunta, il ruolo del presidente si era ulteriormente ridotto visto che già la Costituzione era stata sospesa in attesa di formularne una nuova e ogni potere era di fatto in mano a Tantawi. Non a caso, la sentenza che aveva dissolto l'Assemblea era arrivata pochi giorni prima del ballottaggio, quando la vittoria dell'ingegnere islamico sull'ex generale Ahmed Shafiq ormai si profilava probabile.
L'annuncio di Morsi ieri è arrivato a sorpresa, anche se nessuno credeva che tra esercito e Fratellanza, le due forze chiave dell'Egitto da sempre arcinemiche, i rapporti fossero sereni. Ma i giochi si stavano facendo dietro le quinte, senza clamore, alla ricerca di compromessi su vari fronti a partire da quello per la formazione del nuovo governo la cui nomina spetta al raìs ma su cui la Giunta mantiene un veto de facto. Appunto dietro le quinte, sostengono però varie fonti del Cairo, le cose si sono messe male negli ultimi giorni. Nessun cedimento della Giunta nonostante le mille promesse di ritirarsi, la Fratellanza sempre più furiosa per quella vittoria senza poteri, problemi anche tra gli islamici e i liberali che stanno ostacolando sia la formazione dell'esecutivo sia quella della commissione che dovrà riscrivere la Costituzione. L'approvazione della futura Carta, che sarà sottoposta a referendum, sarà una svolta cruciale perché sia la Giunta sia Morsi, come si leggeva ieri nel suo decreto, prevedono che a un mese o due da quel momento si torni a votare per il Parlamento.
Ma tornando al Parlamento già eletto in inverno, quello che oggi è al centro dello scontro, va ricordato che né Morsi né i Fratelli ne hanno mai riconosciuto la dissoluzione: insieme all'opposizione laica avevano anzi marciato simbolicamente più volte fino all'edificio chiuso e presidiato dall'esercito. Alla loro protesta era arrivato un certo sostegno dal Occidente, a partire dagli Usa che avevano perfino minacciato Tantawi di sospendere i 2 miliardi di aiuti annui se i militari non avessero iniziato a passare il potere ai civili. Le pressioni degli Usa, molti ne sono convinti, avevano costretto in giugno la Giunta a riconoscere la vittoria alle urne di Morsi. E forse non è un caso che proprio ieri sia arrivato dalla Casa Bianca l'invito al raìs egiziano a incontrare Barack Obama in settembre, ai margini dell'assemblea dell'Onu. Il segretario di Stato Hillary Clinton sabato sarà al Cairo e ieri in Egitto ha concluso una missione il suo vice, William Burns. Gli americani, per altro, hanno da tempo rapporti con la Fratellanza. La sfida di Morsi alla Giunta proprio in questi giorni potrebbe così essere un ballon d'essai per sondare quando Washington sia pronta a sostenere il passaggio del potere ai civili, islamici che siano. E per capire quanto i generali, che ieri si sono riuniti d'urgenza per studiare la nuova emergenza, siano disposti a difendere il loro potere. Il tutto in un Paese sempre più estenuato e impoverito, che sperava almeno in un po' di pace per festeggiare il Ramadan ormai alle porte.

Dal Corriere della Sera

Ma anche sulla Libia, sebbene la notizia possa sembrare positiva, non bisogna farsi troppe illusioni...

(Ovviamente anche da Gaza non ci sono buone notizie):

Malgrado un cessate-il-fuoco brevemente accettato dall'ala militare di Hamas, le Brigate Ezzedine al-Qassam, il mese scorso su Israele erano piovuti decine di razzi.

da Agi

Aggiornamento: La Corte Costituzionale, come prevedibile, si esprime contro Morsi

28 giugno 2012

Cominciamo bene!...

Il nuovo governo non si è ancora insediato e già condanna i ministri precedenti, non per atti illegali, ma per commercio con Israele (con cui c'è, o meglio ci sarebbe, un trattato di pace). Se questi sono gli inizi...


La Corte d'Assise in primo grado del Cairo ha condannato a 15 anni di reclusione Hussein Salem, ex capo della compagnia di export di gas egiziana, e Sameh Fahmi, ex ministro del Petrolio sotto Hosni Mubarak, a 15 anni di reclusione per la vendita sottocosto di gas a Israele. Lo riferiscono all'ANSA fonti giudiziarie. Salem e' fuggito in Spagna lo scorso anno.

Dal Corriere della Sera

2 febbraio 2012

Violenze in Egitto

Una partita di calcio che diventa una strage.

Mercoledì di violenze in Egitto. Almeno 73 persone sono morte e un migliaio rimaste ferite a Port Said, al nord del Paese, dopo una partita di calcio. I tifosi della squadra al-Masri, al termine della partita, hanno cominciato a tirare pietre e bottiglie sui giocatori e gli avversari, in protesta per aver perso il match. Poi le violenze e gli scontri. I giocatori sono stati evacuati con elicotteri. Intanto al Cairo, lo stadio è andato fuoco dopo che l'arbitro ha sospeso la partita tra il Zamalek e l'Ismaili.

GLI SCONTRI- Secondo una prima ricostruzione, a Port Said, dopo il fischio finale della partita, i tifosi dell'al-Masri, la squadra locale, hanno invaso il campo attaccando i giocatori della squadra rivale, l'al-Ahly, e inseguendoli fin dentro gli spogliatoi. E gli scontri tra tifosi e poliziotti sono proseguiti anche all'esterno.

ARRESTI - In serata il ministro dell'Interno egiziano, Mohamed Ibrahim, ha annunciato che 47 persone sono state arrestate per la sanguinosa invasione del campo di calcio di Port Said. «Molte vittime - ha detto- sono morte nella calca. E la ricerca di persone coinvolte sta continuando».

STOP ALLE PARTITE- La federazione calcistica egiziana ha sospeso a tempo indeterminato tutte le partite della Premier League, la Serie A egiziana, dopo i violenti scontri di Port Said, dove ci sono almeno 73 morti e un migliaio di feriti. Lo dice la tv di stato.



E chi può scappa:

In Italia, e in particolare in Puglia, si registra un aumento di arrivi di copti dall'Egitto in seguito alle violenze che si sono verificate negli ultimi mesi ai danni della comunità. Lo ha detto il ministro per la Cooperazione e l'Integrazione, Andrea Riccardi, in un'audizione davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, oggi a Montecitorio, ribadendo che "il governo italiano presta molta attenzione alla tutela delle minoranze religiose".

Il ministro ha inoltre sottolineato che l'aiuto allo sviluppo per i Paesi della primavera araba vuole essere di sostegno, non solo allo sviluppo economico, ma anche alla loro transizione democratica.

16 novembre 2011

La denuncia di una blogger egiziana

Un' opera d' arte rivoluzionaria, una sfida coraggiosa ai conservatori, o forse solo un tentativo un po' furbo di farsi pubblicità? Comunque sia le otto foto nude di una studentessa 20enne egiziana pubblicate da lei sul suo blog in ottobre hanno prima sollevato una valanga di commenti nei Paesi arabi, poi sono diventate notizia sui siti e le pagine dei giornali del mondo. Aliaa Magda El Mahdi (Loleeta), che studia comunicazione e media all' American University del Cairo, si dichiara «atea, liberale, femminista, vegetariana, individualista, egiziana». Dice di aver deciso di pubblicare le foto «contro la censura sulla nostra conoscenza, la nostra espressione e la nostra sessualità», di essersi in fondo solo ispirata «a modelli nudi che posavano all' Accademia di Belle Arti negli anni ' 70». Ma anche tra i tanti liberal egiziani, sostenitori della rivoluzione e dei suoi valori a partire dai pari diritti tra i sessi, le critiche non mancano. «Non credo che associare la laicità alla nudità sia il modo migliore per vincere la causa - ha commentato il blogger Issandr Al Amrani - E nel contesto attuale egiziano ho soprattutto paura per lei».

Dal Corriere della Sera

Speriamo non faccia la fine di Theo Van Gogh o di quest'altro blogger

11 ottobre 2011

L'arabo-islamizzazione forzata rischia di far scomparire i veri egiziani, i copti

I copti del Cairo sono gentili, offrono birra Stella, una buona lager in bottiglia, e la ordinano al tavolo all’interno di questi ristoranti scelti che frequentano, dove si può consumare in pubblico senza problemi. In centro città c’è più ipocrisia, la birra la puoi comprare ma non la puoi bere e ti tocca portarla via in un pudico sacchetto di plastica nera. La schiuma dorata è puro antico Egitto: portata agli uomini da Osiride, il dio del fallo aureo e della fertilità che diede al mondo il dono dell’agricoltura, era una bevanda così apprezzata che chi volesse chiedere la mano di una principessa del regno doveva portarne un barile fresco al Faraone, come dono perfetto (nell’Egitto di oggi è ancora un monopolio in mano al governo). Dopo la birra, ci sono i copti: il loro linguaggio liturgico è quello che ha più assonanze con il demotico che a sua volta è parente stretto della lingua parlata durante il tempo delle dinastie egizie.
Entrambi, copti e birra, sono due superstiti in salute dell’epoca pre islam, ma entrambi sentono sopra di sé l’ombra del rischio scomparsa. Ovviamente the talk of the town, l’argomento che tiene banco in città, almeno per quanto riguarda i copti, è un articolo uscito due settimane fa su al Masri al Youm, “Egitto oggi”, in cui il grande difensore dei copti, l’avvocato Naguib Gabriel, lancia l’allarme sull’esodo dei cristiani dall’Egitto del dopo rivoluzione: da metà marzo a oggi, secondo i suoi dati, se ne sarebbero andati in 93 mila, emigrati per timore che il paese cada in mano agli estremisti salafiti verso diocesi più sicure, in America, in Canada, in Francia, in Australia. “Entro la fine dell’anno – dice – altri 250 mila potrebbero andarsene”. Lunedì la notizia è stata ripresa anche dai giornali italiani – ma il numero è stato arrotondato a centomila – e poi, per l’effetto camera eco dell’informazione, è finito anche sul seguitissimo sito Dagospia. Titolo: “Copti a puntino nel forno del Cairo”. Tanto che il Vaticano si è allarmato. “La comunità internazionale non può assistere in silenzio a un dramma di queste proporzioni”, è stato l’appello della Segreteria di stato vaticana.
Di fronte a “intolleranze fondate su pregiudizi” e a “strumentalizzazioni della fede per giustificare la violenza” la Curia ha ribadito che “la libertà religiosa è un diritto fondamentale da rispettare”. I conti però non tornano alla perfezione. I copti ascoltati dal Foglio non vogliono il loro nome pubblicato su un giornale, per non dare l’idea di una comunità lacerata, ma sospettano che i numeri siano stati almeno un po’ gonfiati. Abbiamo sentito i nostri amici copti a Washington, dicono, che è la più grossa comunità d’America, e ci hanno detto che non si sono accorti di questo esodo. E poi come è possibile, chiedono, che se ne siano andati in 93 mila tra marzo e settembre, sette mesi, e “250 mila se ne stiano per andare” in soli tre mesi, entro la fine del 2012? Lo scrittore Kamal Zhaker, leader politico dei secolaristi copti, condivide lo stesso sentimento: scetticismo sulla cifra ma non sulla preoccupazione. “I numeri sono esagerati”. “Ma l’ansia – dice ad al Masri al Youm – è giustificabile. In ogni caso, le procedure per immigrare prendono un anno di tempo, quindi è illogico dire che la rivoluzione di gennaio è la causa per cui lasciano il paese”. E’ un concetto su cui batte anche lo scrittore Adel Girgis, intervistato sulla Stampa dal vaticanista Giacomo Galeazzi.
Commentando i dati allarmanti, dice: “Ho monitorato personalmente la situazione dei cristiani, essendo io stesso un copto interessato alle questioni della comunità. La loro emigrazione non è in aumento perché la strada è praticamente chiusa. Solo uno su cento riesce a ottenere un visto dalle ambasciate straniere”. Girgis, che come Galeazzi ricorda è l’autore di numerosi romanzi e saggi dedicati alla comunità copta in Egitto, conferma che i cristiani “hanno paura che la corrente islamista si rafforzi”, ma “il motivo principale dell’emigrazione degli egiziani musulmani e cristiani è il fattore economico”. Sono gli stessi punti attorno a cui ruotano i commenti sobri – la birra Stella è tranquilla, non più di 5 gradi – degli interlocutori del Foglio appartenenti alla comunità. “Fosse così facile emigrare. Ma per andare così velocemente in America l’unica strada è dimostrare di essere un perseguitato politico o religioso, per ora non ci sono i requisiti. Il motivo è soprattutto economico (mercoledì sera il ministro delle Finanze egiziano, dopo aver annunciato che adesso il governo del Cairo accetterà volentieri un prestito salvifico dal Fondo monetario internazionale che era stato orgogliosamente rifiutato pochi mesi fa, ha detto che il paese “è in bancarotta”, ndr). I copti che conosco io, come tutti gli egiziani, sognano sì di migrare, ma per mettere da parte i soldi e poi tornare in Egitto, che è l’unico posto dove stanno bene per la rete delle relazioni di famiglia. Credete davvero che chi apre un pizzeria in Italia voglia stare là per sempre?”.
Le chiese copte di Washington e del New Jersey interpellate dal Foglio rispondono: “L’aumento c’è senza dubbio, ma non abbiamo numeri precisi”. Non resta che andare alla fonte. Naguib Gabriel è il più famoso difensore dei copti egiziani, è avvocato, ha un ufficio lungo con le pareti vecchie al primo piano di un palazzo nel quartiere a maggioranza copta di Shubra. La porta è in ferro battuto e vetro, in modo che lui e un paio di assistenti possano vedere chi si presenta da fuori. “Dio mi protegge – dice al Foglio – c’è un intero canale televisivo dei salafiti che se la prende con me e mostra la mia immagine, ma io non ho paura”. Gabriel ha una voce tonante e un corpaccione, è un habitué sulla scena egiziana. La rivoluzione nei paesi arabi di quest’anno è stata una rivoluzione scatenata dal prezzo alto della farina e contro i sistemi politici bloccati, ma gli estremisti islamici, dopo un iniziale momento di smarrimento, si stanno infilando nel vuoto aperto dai regimi crollati. E ora non si parla più del pane. Si parla del numero dei copti in fuga. Gabriel sposa questa tesi, dice che dopo la rivoluzione le cose sono peggiorate, “come se noi copti non ne avessimo fatto parte”.
Dice che governo, Consiglio militare e ministero dell’Interno non fanno nulla contro le minacce dei salafiti. Il Consiglio militare non è equidistante tra salafiti e copti, “e so per certo che al suo interno ci sono membri della Fratellanza musulmana”. Mostra il video del rogo della chiesa di Sol: lo sceicco locale aveva detto di voler cantare la preghiera islamica dalla sommità di quella chiesa. “Nel video si riconoscono benissimo le facce degli assalitori, anche se il governo dice che sono ‘ignoti’”. Gabriel mostra pure il video dell’incendio della chiesa di Imbaba, i salafiti hanno bloccato l’arrivo dei vigili del fuoco, era successo anche al rogo della chiesa di Aswan. “L’obiettivo dei salafiti è lo sterminio dei copti. Come si può sostenere dopo tutto questo che non c’è discriminazione sistematica? I salafiti stanno imponendo il velo alle ragazze copte nell’alto Egitto. I copti si sentono bersagli, non più cittadini, e per questo fuggono dal paese loro malgrado. La situazione non è di ‘tensione religiosa’, come si dice, ma di pulizia etnica”. Gli attacchi sono attribuiti a “pazzi isolati”: “Ebbene, questi pazzi isolati hanno sei partiti”. Qui Gabriel, che conferma i 93 mila, spara un altro numero sospetto: dice che i copti sono sedici milioni, anche se un censimento obsoleto dice che sono tra i dieci e i dodici milioni. “Ma in Parlamento non avranno che 3-4 seggi al massimo”. Non offre ulteriori delucidazioni. “Il mio messaggio ai musulmani moderati è: ora tocca a noi, dopo tocca a voi” (l’avvocato echeggia la sintesi più ficcante pronunciata da Papa Shenouda, leader religioso dei copti: “Avranno noi per pranzo e voi per cena”). L’attivismo di Gabriel, che corre anche lui alle elezioni come leader di un proprio partito – “ma se il governo non protegge i copti, le boicotteremo” – non cade nel vuoto. Martedì sera l’esercito è dovuto intervenire nelle strade di Shubra per tenere sotto controllo un corteo che si stava trasformando in una sommossa. Poi è tutto finito, come ogni volta che una chiesa brucia, sul lungo Nilo, davanti al brutto edificio della televisione di Maspero, con un sit in davanti al filo spinato e ai soldati che proteggono il cuore dell’informazione di stato egiziana. All’interno della comunità copta c’è chi preferirebbe metodi più felpati, “non dobbiamo autoghettizzarci, dobbiamo allargarci e scivolare all’interno delle istituzioni e dappertutto”.
Perché “la paura condivisa non è per ora fisica, è quella che ci facciano patire un’umiliazione, come quando con il pretesto della febbre suina uccisero tutti i maiali del paese. Fu un eccidio umiliante e non necessario, una prevaricazione islamista mascherata da politica sanitaria, da fare male al cuore”. Il governo, anche solo magari per figura, tenta di correre ai ripari. Due giorni fa il primo ministro Essam Sharif ha detto che, dopo 80 anni, entro un mese varerà un codice unificato per la costruzione di nuove moschee e chiese che parificherà i due luoghi di culto, ovvero spazzerà via il punto principale della discriminazione contro i copti. Se lo facesse davvero, sarebbe un gesto rivoluzionario. L’esercito intanto è arrivato con mezzi e genieri a ricostruire la chiesa di Aswan. La sensazione è che si tratti ancora di gestione in affanno del potere: se bruci una chiesa esci di prigione con una cauzione di 500 sterline egiziane – quanto serve per un mese di palestra al Cairo – ma se offendi i militari su un blog te ne servono almeno 20 mila.

Dal Foglio

13 settembre 2011

Nuovo asse turco egiziano per isolare Israele

 Atterra Erdogan e atterrisce Israele. In un Egitto fumante dell' assedio di venerdì notte all' ambasciata, con gli zabbalin che ancora non hanno spazzato i vetri frantumati sul marciapiede, il premier turco arriva oggi carico di soldi, di ministri e di consigli per i nuovi leader egiziani. Primo suggerimento: mollare definitivamente gl' israeliani. Erdogan parlerà all' università da cui Obama parlò al Medio Oriente. Andrà alla Lega araba, solido e ormai solitario leader musulmano fra le poltrone rovesciate o traballanti dei vari Gheddafi, Mubarak, Ben Ali, Assad. Firmerà investimenti e accordi per dare al nuovo Cairo più commercio, più telefonia, più cultura, più sport. Poi ripartirà per Tunisi e Tripoli, l' unico a fare un simile tour fra le capitali della primavera araba, e pure a quelle nuove democrazie porterà nuove lire e una nuova proposta: la sua leadership mediorientale, la riedizione d' un nasserismo in salsa turca. Un po' di Pil, un po' di Corano, un po' di democrazia: la ricetta di Erdogan da queste parti affascina. È la stessa che nel 2002 consentì ad Ankara di fare una silenziosa rivoluzione musulmana, in uno Stato che sta (stava?) sotto l' ombrello occidentale. Tutti i candidati alla presidenza egiziana, lo stesso maresciallo Tantawi succeduto a Mubarak, citano spesso come un modello la transizione turca dei primi anni 80, quando la giunta militare lasciò il posto a libere elezioni e a un benessere economico che garantisse stabilità. Erdogan lo sa, e questo viene a dire: «C' è un crescente isolamento d' Israele nella regione», spiega il suo ministro Davutoglu, e per placare le piazze turboislamiche cosa c' è di meglio che creare un nuovo asse economico Egitto-Turchia, stramaledicendo il nemico sionista? I primi passi sono stati fatti, in queste settimane, col viavai d' ambasciatori degradati, richiamati, fuggiti fra Ankara, Tel Aviv e il Cairo. Anche se il governo egiziano preferisce una linea prudente: a Netanyahu sono arrivate le scuse ufficiali, per l' assalto di venerdì, e bisogna pur sempre fare i conti con Washington. Mamma lo turco. La tournée araba, propagandata con l' annuncio (smentito) d' una clamorosa visita a Gaza, copre in realtà interessi concreti. «La Turchia ha appena perso due alleati strategici come l' Iran e la Siria - analizza l' ex ambasciatore israeliano Alon Liel, che resse la sede di Ankara - e ha fretta di trovarsene un altro nella regione. All' Egitto può offrire tanti soldi e subito, senza passare per il ricatto economico degli americani. E intanto, se strilla contro Israele, diventa un eroe delle masse arabe: disinnesca i musulmani radicali, che sotto sotto teme, e costruisce un' area d' islamismo politico più soft». Comunque sia, l' obiettivo immediato ed evidente di Erdogan resta l' isolamento diplomatico di Netanyahu, che quest' ultimo comincia a soffrire: ne è la prova un possibile aiuto militare ai ribelli curdi del Pkk, che il governo israeliano ha paventato nei giorni scorsi. O l' altolà che da Gerusalemme è stato lanciato ieri, a proposito dell' intenzione di Ankara di volere «controllare il Mediterraneo orientale, perché siamo lo Stato più grande che vi s' affaccia», e di fornire «scorte navali armate» alle prossime flottiglie di pacifisti dirette su Gaza. «Dei pacifisti, a Erdogan non importa nulla - dice un viceministro israeliano - quel che l' infastidisce, è l' enorme giacimento sottomarino di gas appena scoperto, che Israele e Cipro intendono sfruttare nei prossimi anni. Vuole metterci le mani. O impedire che ce le mettano altri». Francesco Battistini RIPRODUZIONE RISERVATA **** Offensiva diplomatica **** Il caso La Flotilla I rapporti tra Turchia e Israele, già tesi dai tempi dell' operazione «Piombo fuso», sono peggiorati a causa dell' incidente della Freedom Flotilla, quando i commandos israeliani, intervenuti il 31 maggio 2010 per fermare le navi dei pacifisti dirette a Gaza, hanno ucciso 9 cittadini turchi a bordo della Mavi Marmara L' incidente nel Sinai Tra Egitto e Israele la tensione è salita dopo l' incidente seguito al triplo attacco terroristico a Eilat, il 18 agosto scorso: nello scontro a fuoco con gli assalitori, i soldati israeliani avrebbero colpito e ucciso anche sei guardie di frontiera egiziane.

Dal Corriere della Sera

12 settembre 2011

La progressiva islamizzazione fondamentalista dell'Egitto

Nel 2007 Foreign Affairs, organo ufficiale dell’establishment americano di politica estera, fece scoppiare un caso pubblicando un saggio di Robert Leiken e Steven Brooke. I due studiosi chiedevano al Dipartimento di stato americano di avviare un dialogo con i Fratelli musulmani, definiti “moderati”, sulla base della loro “evoluzione non violenta”. Leiken e Brooke descrivevano il maggiore gruppo egiziano come una macchina pragmatica che l’occidente non doveva temere. Il Foglio ne trasse un’inchiesta in tre puntate per capire se ci fosse del vero. Adesso Foreign Affairs fa marcia indietro e pubblica un dossier di venti pagine dal titolo emblematico: “Gli indistruttibili Fratelli musulmani”. Sottotitolo: “Le pessime prospettive per un Egitto liberale”. Il dossier è costruito su trenta interviste a membri della Fratellanza, dati per favoriti in autunno alle elezioni, le prime dopo la caduta di Hosni Mubarak. Scrive Eric Trager, autore dell’inchiesta, che “i manifestanti che hanno guidato la rivolta in Egitto erano giovani e liberali. Lungi dall’emulare l’ayatollah Ruhollah Khomeini, si abbeveravano da Thomas Paine, chiedevano libertà civili, uguaglianza religiosa e fine della dittatura. La loro determinazione ha alimentato l’ottimismo che la Primavera araba fosse finalmente esplosa e che il medio oriente non sarebbe più stato una eccezione autocratica in un mondo democratico. La transizione politica seguita alla rivolta ha soffocato l’ottimismo”. I Fratelli musulmani stanno dominando il processo politico seguito alla fine di Mubarak. La Fratellanza “non tempererà la propria ideologia”, dice Foreign Affairs, perché per diventare un “fratello” si deve superare un percorso di otto lunghissimi anni, “in cui gli aspiranti membri sono osservati da vicino nella loro lealtà e indottrinati all’ideologia della Fratellanza”. “Quando emergerà in autunno con un potere elettorale, se non con una aperta maggioranza dei voti, la Fratellanza userà la posizione conquistata per spostare l’Egitto in una direzione teocratica e antioccidentale”. Foreign Affairs racconta il reclutamento della Fratellanza che inizia addirittura “con i bambini di nove anni”. Il ciclo si apre con il “muhib”, il seguace, che entra in una “usra”, famiglia, guidata da un “naqib”, un capitano. Poi si diventa “muayaad”, un sostenitore, quindi “muntasib”, membro, si passa a “muntazim”, un organizzatore, concludendo il noviziato con il titolo di “ach ‘amal”, fratello. “Nessun altro gruppo egiziano può contare sulla stessa rete”, spiega Foreign Affairs. “Dopo la caduta di Mubarak, la Fratellanza ha continuato a dimostrare la propria capacità unica di mobilitare i sostenitori”. Foreign Affairs sfata il mito della rivolta solo “laica”. Scrive invece che la Fratellanza ha avuto un ruolo “pivotal”, centrale. “La Fratellanza all’inizio ha evitato un coinvolgimento nelle manifestazioni, iniziate il 25 gennaio, a causa della minaccia di arresto di Mohammed Badie, Guida suprema della Fratellanza. Ma il giorno dopo il bureau ha reso ‘obbligatoria’ la partecipazione alle proteste del 28 gennaio. Sebbene la maggioranza dei dimostranti non fossero affiliati a partiti politici, l’ordine della Fratellanza ha catalizzato il trionfo sulle forze di sicurezza. Non appena finivano le preghiere nelle moschee, attivisti stazionavano all’ingresso e ordinavano un confronto con la polizia di Mubarak. Molti erano Fratelli musulmani”. Secondo l’organo del Council on Foreign Relations, uno dei più prestigiosi think tank di politica estera, “la Fratellanza si appresta a vincere la grande maggioranza dei seggi in cui si presenta”. Il progetto è chiaro: “L’islamizzazione della società egiziana”. Politicamente, “Washington deve guardare con preoccupazione l’ascesa della Fratellanza, perché nonostante l’insistenza dei Fratelli secondo cui i loro obiettivi sono ‘moderati’, loro definiscono il mondo in modo diverso dall’occidente”. La Fratellanza cercherà di “incrementare i legami con la grande nemesi americana, l’Iran, e di denigrare gli accordi di Camp David con Israele”. La Casa Bianca dovrebbe aumentare “gli aiuti ai liberali”, “deve promettere che riconoscerà il risultato elettorale soltanto se chi vincerà si impegnerà a non partecipare in conflitti fuori dai confini egiziani” (riferimento a Israele) e “deve parlare a nome dei cristiani ogni volta che sono attaccati”. “I 600 mila Fratelli sono devoti a idee non moderate. Gli Stati Uniti devono concentrarsi sugli altri 81 milioni di egiziani. La Fratellanza può conquistarli se gli Stati Uniti non agiranno velocemente per un’alternativa – la visione liberale per la quale i giovani di piazza Tahrir hanno combattuto valorosamente”.

Da Il Foglio


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. egitto fratelli musulmani

permalink | inviato da esperimento il 12/9/2011 alle 10:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
gennaio        maggio