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Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
-
Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica ­ gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.

Lo statuto di Fatah



"
Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.









Carlo Panella
I piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.

Carlo Panella
, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".

 



l'educazione impartita ai bambini palestinesi - This is what is taught to palestinian children

"Avremo la pace quando gli arabi ameranno i loro figli quanto odiano noi" - Golda Meir

E
’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.

Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.

Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.

(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più  terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente. 
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein.
Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.



Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina
(grazie alla segnalazione di Barbara).

 

Esperimento consiglia:

 

24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi di Ruth Halimi ed Emilie Frèche. Traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan. Ed. Belforte

A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)

«L'antisemitismo è qualcosa che minaccia la vita degli ebrei ma devasta, a volte in maniera irrimediabile, le coscienze dei non ebrei. È giunto il momento di raccontare quelle sgradevoli verità che non siamo ancora riusciti né a confessare né a confessarci del tutto.»


   Il sistema costituzionale dello Stato di Israele
dalai lama


*LIST
JEWISH BLOGGERSJOIN*



(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

TOCQUEVILLE,  la città dei liberi.

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).
 

 



 



                                         

>
A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)



Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage

E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.


 

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3 gennaio 2017

Trova le differenze - Find the difference






4 marzo 2013

Dall'Afghanistan negli USA in fuga dai talebani

Era diventata celebre per una terribile mutilazione che le era valsa la copertina di Time asimboleggiare la violenza sulle donne afghane da parte dei talebani. Ora, a distanza di tre anni, Aesha Mohammadzai ha una nuova vita e un nuovo viso.

A sfigurarla era stato suo marito, che le avava tagliato il naso e le orecchie, perché aveva osato fuggire di casa, da un uomo violento che era stata costretta a sposare. "Sono stata violentata ogni giorno, sia moralmente che fisicamente, da mio marito e dalla sua famiglia - aveva raccontato Aesha -. Le giornate erano diventate insopportabili e sono fuggita. Ma mi hanno trovata e mia hanno segregata per cinque mesi. "

Mohammadzai 2

 

La notte stessa in cui è stata ritrovata dal marito è stata portata in montagna. "Non sapevo cosa stava succedendo. C'erano anche altre persone lì: i talebani. Mi hanno legato le mani e piedi e hanno detto che stavano per punirmi con il taglio del naso e delle orecchie. E lo hanno fatto", aveva detto ancora.

Poi per fortuna Aesha è stata trovata e salvata da un parente, che l'ha portata in un ospedale dell'esercito americano in Afghanistan. Quindi il viaggio negli Stati Uniti, dove ha scelto di vivere nel Maryland, in una famiglia afghana.

"Quello che è successo è parte di me, è sempre nella mia mente. Ma devo vivere ", spiega ora che, suo malgrado, è diventata il simbolo del prezzo che le donne afghane devono pagare all'ideologia repressiva dei talebani.

In America, però, Aesha ha ritrovato un po' di felicità e un nuovo viso. Deve ancora sottoporsi a tre o quattro interventi chirurgici, ma entro giugno o luglio avrà un bel naso. Poi si dovrà aspettare circa sette mesi per ricostruire anche le orecchie. Per dargli un naso, i medici hanno rimosso pezzi di costole  e dell' avambraccio sinistro. E' stata anche utilizzata dalla pelle creata artificialmente sulla fronte.


Da Affari Italiani

22 luglio 2010

Cosa vuol dire essere donna sotto i talebani

 Immaginate di vivere in una casa dove la pittura di tutte le finestre è obbligatoria perchè è vietato guardare fuori o essere guardate. Immaginate che vi sia il totale e assoluto divieto di lavorare fuori di casa, di non poter svolgere alcuna attività se non accompagnate da un mahram (parente stretto come un padre, un fratello o un marito), di non poter indossare vestiti colorati vivaci ed essere obbligate a indossare un burqa integrale con temperature di 40 gradi, di non poter usare cosmetici, di non poter ridere ad alta voce, di non poter andare in bicicletta o motocicletta, di non poter incontrarsi in occasioni di festa o per scopi ricreativi, di non poter apparire sui balconi delle proprie case, di non poter utilizzare bagni pubblici femminili semplicemente perchè non esistono. 

Ecco, questo significa essere una donna comune nell’Afghanistan di oggi, quello che, se non fosse per Internet e i blog, con difficoltà riuscirebbe ad arrivare all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma ci fu un tempo, prima dell’insediamento del regime talebano in cui le donne formavano il 70% delle insegnanti e il 50% delle lavoratrici statali.

La scrittrice statunitense Masha Hamilton dal 2009 ha dato il via ad un progetto senza precedenti l' Afghan Women Writing Project, ossia un sito dove più di trenta donne afghane, in totale anonimato, descrivono la loro vita e la loro situazione. In pochi mesi dalla sua nascita, questo canale è cresciuto in maniera esponenziale, diventando una finestra aperta su un mondo altrimenti inaccessibile. Sul sito, oltre alle testimonianze di donne comuni, ci sono anche commenti di attiviste e giornaliste che, seppur con difficoltà, dall’Afghanistan riescono a far uscire la loro voce.

In molte auspicano che loro voce possa arrivare oggi nelle stanze blindate dove era previsto a Kabul un incontro (il nono in nove anni) con rappresentanti di 65 nazioni per discutere ancora una volta il futuro del Paese. Il presidente Hamid Karzai è chiamato a tracciare le linee per smarcarsi, entro tre anni, dalla dipendenza militare ed economica dai paesi donatori. Ma le perplessità di associazioni non governative come Oxfam e Human Rights Watch sono molte perchè si teme che la riconciliazione con i Taliban, voluta da Karzai per salvarsi dal fallimento, possa avvenire soprattutto e ancora una volta a spese delle donne.

Da Agenzia Radicale

27 maggio 2010

Due belle notizie

Sarà il fischio di una locomotiva verde-azzurra, battente bandiera uzbeka, a segnare l’ingresso dell’Afghanistan nell’era delle ferrovie. A settembre verrà inaugurata la linea che da Hayraton, sul confine con Uzbekistan, arriva a Mazar-e-Sharif, seconda città del Paese e principale centro degli scambi commerciali con l’Asia centrale. I binari sono pronti: 75 chilometri che riempiono un buco nella storia gloriosa delle strade ferrate, e rischiano di riaccendere il Grande gioco tra occidentali, russi e cinesi.

Finanziata con 170 milioni di dollari dall’Asian Development Bank (Adb), la costruzione della linea Hayraton-Marazi-e-Sharif è stata appaltata alle ferrovie uzbeke. Con 150 mila soldati della Nato da rifornire, e le strade che arrivano dal Pakistan e da Turkmenistan infestate da banditi e taleban, una via sicura e sorvegliata è una manna per il tentativo di stabilizzare il Paese: abbatte il costo dei trasporti, specie di carburante, taglia le gambe alle bande che vivono chiedendo il pizzo ai camionisti, mazzette che finiscono in gran parte nelle mani degli insorti.

Il progetto ha ricevuto il plauso del comandante americano, il generale Stanley McChrystal. «È un’opera che cambierà il Paese - spiega Juan Miranda, direttore dell’Adb per l’Asia centrale -. E servirà a superare il collo di bottiglia che congestiona i traffici sulla frontiera». A Maraz-e-Sharif, i binari saranno collegati alla Ring Road, l’autostrada ad anello che lega i capoluoghi di provincia e che i genieri dell’Isaf, compresi quelli italiani, stanno riparando tra mine e agguati continui.
Ma il vantaggio tattico rischia di trasformarsi in una disfatta strategica. «Chi controlla le strade di accesso, e le ferrovie, controlla l’Afghanistan», sostiene Malou Innocent, autore dell’inchiesta «Via dalla tomba degli imperi, una exit strategy per l’Afghanistan». Ci vorranno, secondo Innocent, «migliaia di soldati per sorvegliare la nuova linea, altrimenti sarà distrutta alla stessa velocità con la quale è stata costruita». E se anche dovesse funzionare, più che le truppe occidentali, la ferrovia finirà per aiutare la penetrazione della Russia, collegata all’Uzbekistan, e della Cina.

L’azienda di Stato cinese Mcc - che ha ottenuto la concessione per lo sfruttamento della miniera di rame di Ainak, seconda più grande al mondo, a 80 chilometri da Kabul - ha promesso al governo di Karzai di costruire oltre mille chilometri di ferrovia, da Mazar-e-Sharif a Jalalabad, passando per la capitale. Altri progetti, meno avanzati, propongono collegamenti con Kandahar dal Turkmenistan e una via diretta dal Sud a Kabul. L’Asian Development Bank è invece pronta a finanziare il tratto da Mazar-e-Sharif a Herat, a ovest, verso l’Iran.

Sono i capitali asiatici che intendono proiettare l’Afghanistan nell’era delle strade ferrate, anche se con due secoli di ritardo. Anomalia dovuta soprattutto alla posizione strategica del Paese, che nell’Ottocento ne aveva fatto il prototipo dello «Stato cuscinetto». L’impero russo e quello britannico si erano ritagliati a fette l’Asia centrale e le strade ferrate erano l’ossatura delle nuove conquiste. Quando decisero di fermarsi, nel primo decennio del Novecento, si fermarono anche i binari, che da nord erano arrivati a Samarcanda e Buchara, in Uzbekistan e da Sud fino a Peshawar e Quetta, nell’attuale Pakistan.

In una pausa del Grande gioco, negli Anni Venti, i tedeschi riuscirono a realizzare una piccola tratta, 7 chilometri da Kabul alla residenza reale di Darulaman. Poco più di un giocattolo, che il re Amanullah Khan, con smanie di indipendenza dai suoi padrini britannici, voleva trasformare in simbolo della modernizzazione. Erano arrivate anche due locomotive e i vagoni. Poi Amanullah Khan fu assassinato, il progetto cancellato. A Kabul restano solo due motori arrugginiti, in un museo dismesso vicino alle rovine del palazzo reale di Darulaman.


Da La Stampa



Il regista iraniano Jafar Panahi è stato liberato dal carcere di Evin a Tehran solo grazie al pagamento di una cauzione di 200mila dollari. È stato incarcerato a marzo per aver tentato di realizzare una pellicola "anti-regime". Panahi sarebbe dovuto essere uno dei giudici al Festival di Cannes di quest'anno, e per tutta la durata del Festival, ci sono state delle dure contestazioni indirizzate verso il governo iraniano.

Il primo film di Panahi, The White Balloon, vinse il Camera d'Or a Cannes nel '95. La sua pellicola del 2000, The Circle, conquistò il Leone d'Oro a Venezia. Il regista completò un "triplete" impressionante aggiudicandosi l'Orso d'Argento al Festival di Berlino con Offside nel 2006.

Nelle discusse elezioni iraniane dell'anno scorso, Panahi ha dato pubblicamente il suo supporto al leader dell'opposizione Mir Hossein Mousavi. La pellicola sulla quale stava lavorando si concentrava sulle proteste che si verificavano nel paese in seguito alla sconfitta di Mousavi.

Da Delcinema


Poi ci sarebbero tante notizie brutte, ma per una volta lasciamo stare e godiamoci queste belle...



14 aprile 2010

Le Ong e il terrorismo

Combinano casini. Fanno politica. Prendono soldi del contribuente italiano. Se rispettassero tutte le linee guida della Farnesina, ben difficilmente le Ong italiane più note, da “Emergency” a “Un ponte per..”, riuscirebbero a tirare avanti. Infatti si chiede loro di garantire la sicurezza dei cooperanti, l’assoluta neutralità, il rispetto del governo in carica (qualsiasi governo), di non interloquire con gruppi ostili al governo in carica e di non portare avanti attività riconducibili a vicende politiche. Si chiamano parametri “Echo”, la commissione europea per gli aiuti umanitari, rispettando i quali si ha accesso a grandissime somme di denaro per i progetti di emergenza. Il problema è che quasi nessuna delle ong italiane rispetta questi parametri anche se i soldi vengono erogati lo stesso. Proprio in un recente monitoraggio fatto in Africa da un’altra ong, “Secondo Protocollo”, si è scoperto che quasi mai tutti questi criteri vengono rispettati dalle avventurose ong italiane, i cui dirigenti oscillano tra la tendenza “Camel Trophy” e quella di capo guerrigliero di complemento. A giorni sarà pronto anche un altro dossier su Gaza, il Libano e il Medio Oriente, che si preannuncia esplosivo, mentre sembra che “Emergency” stia creando problemi anche in Sudan e in Darfur, dove appare più vicina alle posizioni di Omar Al Bashir, che la corte internazionale dell’Aja ritiene invece un criminale e un genocida, che alle istanze della popolazione. Autrice dei rapporti l’esperta Miriam Bolaffi secondo cui “il primo problema è il fatto che molte ONG rifiutano le scorte armate in zone di guerra, con il MAE spesso costretto a intervenire per tirare fuori dai guai cooperanti incauti”. Sembra che ci siano decine di casi che non si conoscono ma che provocano seri problemi e costano milioni di euro ogni anno al governo italiano. A questo scenario vanno aggiunti quelli che vengono rapiti perché magari vogliono fare “vacanze alternative” o che per lavoro si trovano in aree calde (Somalia, Africa Occidentale ecc. ecc.) e si può capire quanto enormi siano i problemi provocati da questa gente. In definitiva le ONG che non rispettano i parametri base non solo mettono in imbarazzo il MAE e sono assolutamente deprecabili a livello morale, ma mettono a serio rischio anche i propri cooperanti innescando un meccanismo “di soccorso” molto complesso e pericoloso oltre che molto costoso. Se poi capita il fattaccio “pretendono che quando si mettono nei guai sia il MAE a tirarli fuori ma non fanno niente perché ciò non avvenga, anzi, traggono un grande vantaggio in termini di visibilità da queste cose, in totale spregio delle ONG serie che lavorano rispettando i parametri”. Veniamo adesso al monitoraggio fatto da “Secondo protocollo sull’Africa, nelle zone calde”.  Per ora è disponibile quello sull’Uganda divisa in tre zone: Northern , Karamoja, e Nile & Western.

Northern

Negli ultimi mesi la zona di Lira è completamente pacificata. Le Ong presenti non hanno bisogno di alcuna scorta armata e tutti i parametri di sicurezza vengono puntualmente rispettati. Leggermente diversa la situazione nelle zone di Gulu e Kidgum dove si registrano sporadici episodi di banditismo. La via che porta a Pader rimane la più pericolosa. Alcune Ong continuano a rifiutare la scorta armata per il tragitto verso il punto di distribuzione e durante la distribuzione stessa.

Karamoja

Zona altamente instabile e poco coperta da progetti di sviluppo. Diverse piccole Ong sono presenti in loco (nessuna ECHO). Il banditismo e le lotte tribali sono il pericolo maggiore. Al momento non si segnalano progetti di distribuzione. Impossibile circolare di giorno senza adeguata scorta armata. Altamente sconsigliata la strada che porta da Moroto a Kaabong. La zona è interessata da scontri tra tribù Karamojon e Dinka per il controllo dei pascoli. Si segnalano alcune Ong operanti nella zona che non rispettano alcuno degli standard di sicurezza. Pochi i contatti con le autorità locali. Discreti ma volatili i rapporti con i capitribù. Totalmente assenti i rapporti con l’esercito.

Nile & Western

E’ la zona attualmente più a rischio per la presenza in zona di alcuni gruppi del Lord’s Resistence Army che saltuariamente rientrano in Uganda dal Garamba Park. In particolare le zone ad alto rischio per gli operatori umanitari sono quelle di Arua e Batiaba. E’ altamente sconsigliata qualsiasi attività senza adeguata scorta armata. Difficili le distribuzioni nella zona circostante il Lago Albert. Le Ong ECHO rispettano tutte i parametri di sicurezza ma ci sono decine di piccole Ong che rifiutano qualsiasi protezione mettendo a grave rischio sia i propri cooperanti che gli eventuali negoziatori incaricati di trarre in salvo eventuali cooperanti in difficoltà.

Il mondo delle Ong è una galassia anarcoide in cui ognuna (e ognuno) fa un po’ come gli pare. Un discorso a parte va fatto per alcune realtà come COOPI, che è una delle ONG italiane più grandi al mondo, e meno conosciute al grande pubblico visto che i loro capi non fanno politica come Gino Strada e tantomeno mettono a repentaglio i propri dipendenti.


Da L'Opinione

Da leggere anche i dubbi Torsello

Questi sono i veri rapitori (basterebbe pensare al povero Gilad!...)

I servizi di sicurezza israeliani temono che un'organizzazione terroristica possa organizzare il sequestro di un cittadino dello Stato ebraico da un albergo nella penisola egiziana del Sinai: è quanto riporta il quotidiano israeliano Ha'aretz.

Il gruppo terroristico - sul quale non sono stati resi noti ulteriori dettagli - opererebbe sotto istruzioni e finanziamento dell'organizzazione estremista palestinese di Hamas: i servizi di sicurezza hanno proclamato lo stato di massima allerta e deciso di emettere un travel warning nel quale si ordina a tutti i cittadini israeliani che si trovano in vacanza nel Sinai di fare ritorno nello Stato ebraico.

2 aprile 2010

Le "fidanzate di Allah" (inviate anche dalla "laica" e "moderata" Fatah)

Avvolte nella loro abaya, la lunga veste nera che indossano le donne irachene, riuscivano a passare quasi ovunque con il loro carico di morte, senza essere perquisite. Qualcuna, simulando una gravidanza, superava con facilità i checkpoint, fino a salire le scale degli uffici governativi, luoghi impensabili per un kamikaze uomo. Chi appoggiava la loro missione suicida le definì le "fidanzate di Allah". Qualcuno le chiamò invece le donne invisibili. Perché di loro non restava che qualche resto umano e qualche oggetto: un rossetto, una scarpa. Spesso nessun nome, né video di rivendicazione. Come se non fossero mai esistite.
Le cose ora sono cambiate. Davanti a un inquietante aumento delle donne "martiri", dall'estate del 2008 nella capitale Baghdad in molti checkpoint c'è una donna addetta alla perquisizione delle donne. Fa parte del team "Figlie dell'Iraq". Il suo compito: fermare le fidanzate di Allah. Eppure, ancora oggi,nell'immaginario del mondo arabo è molto difficile accettare che chi dona la vita possa toglierla trasformandosi in ordigno umano. Pensare che chi dovrebbe nutrire un naturale istinto di protezione verso i bambini non si curi di farne strage. «Gli estremisti islamici, in particolare i salafiti, proibivano alle donne di svolgere un ruolo attivo nella Jihad. Dovevano accudire i figlie sostenere i mujaheddin», spiega Murad Batal al-Shishani, esperto di terrorismo dell'Istituto Jamestown Fondation. «La svolta avvenne con l'entrata in campo di al-Qaeda, che in Iraq è la maggiore, se non esclusiva fonte di reclutamento delle shahide (le martiri).
I vantaggi sono evidenti: danno meno nell'occhio e l'eco mediatica è molto più forte ». In Iraq le shahide hanno cominciato a colpire prima gli "invasori", i marines. Poi caserme e checkpoint dell'esercito e della polizia irachena, rei di essersi schierati con loro. Nel 2005, quando le violenze interconfessionali spingono il paese sul baratro della guerra civile, sono impiegate per far strage di pellegrini sciiti. L'ultimo episodio lo scorso primo febbraio, sulla strada tra Baghdad e Kerbala. La donna bomba si porta dietro la vita di 50 iracheni, tra cui diversi bambini. Per quanto oggi l'Iraq sia il paese con più episodi, il fenomeno delle donne kamikaze affonda le radici negli anni 80. Quando è nato aveva poco a che fare con la religione, piuttosto con la lotta di liberazione. La prima donna kamikaze si chiamava Sana'a Youcef Mehaidli. Aveva appena 15 anni, era membro del Partito nazionale pro- siriano, laico. Guidò un'auto imbottita di esplosivo contro un convoglio israeliano in Libano, uccidendo due soldati. Era il 1985. Ne seguirono parecchie. Di molte non si saprà mai nulla, altre saranno ricordate per sempre. Come Thenmozhi Rajaratnam, la giovane militante legata al movimento separa-tista, e indù, delle Tigri Tamil, in Sri Lanka. Si fece esplodere uccidendo il premier indiano Rajiv Ghandi insieme a 14 persone. Era il maggio del 1991. Le Tigri Tamil, in guerra contro il governo singalese, fecero delle donne kamikaze una colonna della loro milizia. Su 200 attentati, si stima che il 30% circa fu portato a termine da loro.
Il fenomeno delle shahide si diffuse presto in altri teatri di guerra, dal Kurdistan turco alla Cecenia. Le vedove nere cecene fecero la loro apparizione nel 2000. Prima colpirono i convogli russi e poi seminarono il terrore a Mosca. Su 63 kamikaze, 25 erano donne. Meno che in Iraq, ma l'impatto mediatico è stato impressionante. «Le vedove nere - continua Murad - presentano delle peculiarità. Spesso a determinare la loro azione non è la jihad ma una grave lesione dei diritti umani, la perdita di un fratello o di un marito. Tanto che alcune hanno pianificato l'attentato da sole. Una cecena ha ucciso un ufficiale russo senza che nessuno, fino alla fine, sapesse nulla delle sue intenzioni ».«Pare che lo stupro costituisca una buona motivazione per l'azione delle kamikaze cecene. In una cultura che enfatizza il valore della verginità e della purezza, nel senso di non contaminazione, lo stupro rappresenta l'estrema perdita », scriveva nel 2006 la psicologa italiana Carla Selvestrel.
Le donne martiri iniziano a seminare il terrore anche in Israele. Il 27 gennaio del 2002 Wafa Idris entra in un negozio di Gerusalemme, chiede il prezzo di un paio di scarpe, e poi aziona il detonatore. È la prima donna kamikaze del conflitto israelo palestinese. Una ragazza comune. Aveva 28 anni, si occupava dei ragazzi handicappati per la Mezza luna rossa. Fu il gruppo delle brigate martiri di alAqsa, braccio armato del movimento secolare Fatah, a rivendicare l'attentato. Nulla a che vedere con la jihad. I movimenti salafiti erano contrari. Lo era anche lo sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale del movimento islamico Hamas ucciso in un raid israeliano a Gaza nel marzo del 2004. Due anni prima Yassin criticò aspramente la seconda donna bomba palestinese. «Hamas è tutt'altro che entusiasta dell'impiego delle donne in guerra. Per ragioni di pudore». affermò. Nel gennaio del 2004, Reem al- Reyashi, madre di due bambini di tre e cinque anni, si fa saltare al checkpoint tra Israele Gaza. È la prima shahida di Hamas. Yassin cambia idea: «È un'evoluzione significativa nella nostra lotta. I combattenti uomini stanno affrontando molti ostacoli. Le donne sono come l'esercito di riserva e quando è necessario le usiamo ». Dai Territori Palestinesi all'Iraqil passo fu breve.La prima martire risale all'aprile del 2003, pochi giorni prima della caduta di Baghdad. Poi due anni di tregua, seguiti da un crescendo impressionante «In Iraq l'ideatore delle martiri fu al-Zarqawi. Organizzò una rete clandestina, quasi impenetrabile, di kamikaze, figura pressoché sconosciuta in Iraq», continua Murad. Nel 2006 il ministro degli Interni iracheno diffonde un elenco di aspiranti kamikaze fermate per tempo: sono 122, quasi tutte irachene. Un numero che lascia a bocca aperta. Nonostante gli arresti, gli attentati delle shahide raggiungono il picco tra il 2007 e il 2008, investendo anche le carovane di pellegrini sciiti. Nel febbraio del 2008 due shahide si fanno saltare in area in due
NON SOLO IRAQ
Le martiri di Baghdad sono le più numerose, ma prima e dopo di loro si sono fatte esplodere palestinesi, Tamil e cecene
affollati mercati di Baghdad: 99 le vittime. Due mesi dopo un'altra kamikaze compie una strage nella città santa di Kerbala: 50 morti. In luglio altre tre kamikaze uccidono 30 pellegrini. Tre mesi dopo la più giovane attentatrice irachena, una disabile di 13 anni. La provincia di Diyala, roccaforte della guerriglia sunnita, è la fucina delle fidanzate di Allah.
In assenza di dati precisi, gli esperti hanno provato a ricostruire l'identikit della donna kamikaze: l'età media varia dai 17 ai 26 anni. La maggior parte non era ancora sposata. Diverse erano vedove di un uomo ucciso in guerra o avevano perso figli. Sarebbero di più quelle con una certa istruzione e una situazione economica agiata. Come l'avvocato Hamady Jaradat, che si fece esplodere a Tel Aviv nel 2004 per vendicare il fratello. I pochi dati raccolti indicano che in Iraq nel 2007 sono morte otto donne kamikaze, nel 2008 30. I dati del 2009 non si conoscono. Ma l'arresto nel gennaio di quell'anno di Samira Jassim,52 anni, fece scalpore. Avrebbe reclutato 82 donne, e, dopo averne fatte stuprare parecchie dagli uomini della sua cellula, comunicava loro che l'unica via per recuperare l'onore era il martirio. Pochi mesi prima un'altra arruolatrice di shahide, Itisam Adwan, aveva dichiarato: «Ve ne sono ancora molte pronte a eseguire la missione». Propaganda. Ma l'allerta resta molto alta. L'ultimo allarme, lanciato sei giorni fa dall'intelligence britannica, è inquietante. Sarebbe venuto a conoscenza di impianti esplosivi, non rilevabili ai raggi x degli aeroporti, da innestare nelle protesi al seno.

Da Il Sole 24 ore di oggi

4 maggio 2009

Il legame fra la pirateria e la jihad islamica

 Il paradosso di un Golfo di Aden in mano alla pirateria, dopo soltanto una quindicina d’anni dalla missione militare delle Nazioni Unite “Restore Hope”, è ben spiegato in una “photo opportunity” dell’11 dicembre 1992, con cui Robert Oakley, l’inviato speciale dell’Amministrazione americana, celebrò due giorni dopo lo sbarco a Mogadiscio di milleottocento marine la stipula di un accordo con i due signori della guerra, Mohamed Aidid e il suo rivale Ali Mahdi Mohamed. In quella stretta di mano possiamo oggi leggere tutte le cause e le ragioni dei fallimenti delle Nazioni Unite, e soprattutto degli Stati Uniti, in Somalia, così come in tutta l’area di crisi che arriva sino al Pakistan. Aidid infatti – avvisarono inutilmente gli italiani – faceva parte del problema e non certo della soluzione della crisi somala: era un macellaio che usò l’incredibile fiducia di Oakley per meglio impiantarsi nella capitale e poi iniziò a sparare sui militari delle Nazioni Unite e ripagò infine Washington massacrando 19 Delta Force che tentavano di catturarlo, nell’episodio noto come “Black Hawk Down” che determinò la ritirata degli Stati Uniti di Bill Clinton e dell’Onu dalla Somalia. Nelle ragioni per cui Oakley firmò con Aidid quell’accordo, nelle coordinate della Cia per inquadrare il dossier somalo, nei criteri di analisi di Washington a fronte di uno scenario islamico leggiamo oggi i “fondamentali” di una dottrina americana che sempre porta al disastro e che poi si replicherà in varie forme – vedi l’acquiescenza verso i talebani in Afghanistan sino all’11 settembre del 2001, o la dissoluzione dell’esercito di Saddam Hussein appena deposto in Iraq, o l’irresponsabile appoggio a Pervez Musharraf in Pakistan – e che ancora si replica nei confronti dei regimi yemenita e saudita. Questa logica rifiuta di vedere quel che pure è palese: il legame biunivoco tra fondamentalismo islamico e terrorismo o jihadismo, attentatori suicidi inclusi. Rifiuta di prendere atto che nei paesi islamici fa sempre più presa una concezione violenta della società (a partire dalla riduzione a semischiavitù della donna) che si proietta in aggressività militare violenta verso l’esterno e l’occidente. Questa logica porta al disastro, perché spinge a trattare apocalittici attentatori suicidi come se fossero invece nazionalisti irredentisti. Dal 1995 è noto che la Somalia è regno incontrastato di Osama bin Laden e dei signori della guerra, ma le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno fatto di tutto – incluso il via libera a un’invasione da parte dell’Etiopia, poi fallita – tranne che quel che andava fatto. Il risultato è stato la consegna della Somalia alle Corti islamiche alleate di al Qaida e la trasformazione dei signori della guerra in corsari dei barchini, che non sono contrastabili in mare, ma che possono essere spazzati via soltanto con la ripresa del controllo di Mogadiscio, ipotesi che – ora che c’è la nuova Amministrazione di Barack Obama così propensa al dialogo e alla mano tesa – non è ipotizzabile neppure in via teorica. Il dramma è che questo errore di dottrina produce effetti in una regione strategica in cui i regimi – tutti dittatoriali – stanno sempre più cedendo al fondamentalismo. Così è nello Yemen di Abdullah Saleh, culla e santuario di al Qaida, così in Arabia Saudita in cui la nomina a erede al trono del principe Najif (il filoamericano Sultan, sinora erede designato, sta morendo) segna la fine di ogni promessa di riforme del re Abdullah e il trionfo futuro dei fondamentalisti, con ripercussioni devastanti in tutto il mondo islamico. Da sempre Najif, ministro dell’Interno dal 1975, rappresenta alla corte saudita la componente più rigida, fondamentalista e tradizionalista del regno, sostenitore della più rigida dogmatica salafitawahabita e di conseguenza protettore e finanziatore sia dei Fratelli musulmani sia dei movimenti terroristi islamici, a partire da Hamas. Allo stesso modo è nell’altro golfo cruciale per l’area, il Golfo persico, che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad mette a profitto i lunghi mesi di tregua regalati da Obama – prototipo del fraintendimento sull’islam fondamentalista – per impiantare un devastante “Hezbollah del Golfo” e addirittura per dichiarare con impudenza la sua prossima mossa: la destabilizzazione – e forse l’annessione – del Bahrein.

Dal Foglio del 1/5

21 aprile 2009

In Afghanistan

 Sitara Achakzai, 52 an­ni, consigliera provinciale a Kandahar nota per le sue battaglie in favore delle donne, è stata uccisa a col­pi di pistola davanti a casa da due uomini in moto. L’agguato si è svolto in pieno giorno mentre la donna tornava da una se­duta consiliare, la prima a cui aveva partecipato do­po essere rimasta ferita il mese scorso nell’attacco kamikaze che aveva insan­guinato l’aula, uccidendo tredici persone. Sitara era andata in aula per conge­darsi dai colleghi prima di espatriare. Aveva già com­prato il biglietto aereo per lasciare l’Afghanistan, il primo maggio. Sulla sua testa pendeva una taglia molto alta, 300mi­la rupie pachistane (quasi 3mila euro). Tanto avevano messo in palio i talebani per vederla morta. Lei lo sapeva, sapeva di avere i giorni conta­ti in Afghanistan e aveva deci­so di lasciare il Paese, per la seconda volta dopo la fuga in Germania durante l’era tale­bana. Non ha fatto in tempo a mettersi in salvo Sitara Achak­zai, nota per le sue battaglie in favore delle donne e consi­gliera provinciale a Kan­dahar, culla del potere taleba­no. L’attivista, 52 anni, è stata uccisa a colpi di pistola da­vanti a casa, «da due uomini in moto» ha precisato Ahmad Wali Karzai, capo del Consi­glio provinciale e fratello del premier. L’agguato si è svolto in pieno giorno mentre la donna tornava da una seduta consiliare. La prima a cui ave­va partecipato dopo essere ri­masta ferita il mese scorso nell’attacco kamikaze che ave­va insanguinato l’aula, ucci­dendo tredici persone. Terro­rizzata, Sitara aveva deciso di lasciare il Paese. «Aveva già un biglietto pronto per il pri­mo maggio» racconta all'In­dependent un’amica. Si era re­cata in aula per congedarsi dai colleghi prima di espatria­re. Una seduta d’addio, prima di volare lontano. Invece è stata uccisa. Ultima vittima della lunga serie di donne pu­nite per aver osato sfidare il fondamentalismo dei taleba­ni con la loro attività: come la ballerina Shabana massacrata a gennaio nella valle di Swat, la superpoliziotta Malalai Kakar, colpita a settembre a Kandahar, le giornaliste Shikeba Sanga Amaj e Zakia Zaki trucidate nel 2007, la po­litica Safia Amajan assassina­ta nel 2006.
L’uccisione di Sitara, riven­dicata dai talebani, è arrivata il giorno dopo che uno dei più alti responsabili religiosi della minoranza sciita ha dife­so la controversa legge sulle donne voluta da Hamid Kar­zai e che lo stesso presidente, su pressione della comunità internazionale, ha promesso di rivedere. Secondo Moham­mad Asif Mohseni le critiche occidentali contro il testo, che di fatto autorizza gli stu­pri in ambito familiare, sono «un’invasione culturale che parte dal principio che una cultura è meglio di altre».
Sotto choc Malalai Joya, at­tivista per i diritti umani e parlamentare eletta nel 2005 a soli 27 anni e poi sospesa: «Un altro brutale messaggio per le donne afghane» dice lei che vive nel terrore, mai nella stessa casa per più di 24 ore per sfuggire ai talebani che le danno la caccia. Parlan­do con il quotidiano australia­no The Age lamenta che nono­stante la liberazione delle donne fosse una dei principa­li obiettivi dell’invasione del­l’Afghanistan nel 2001, la lo­ro situazione si è continuata a dete­riorare: «Il 90% è vittima di violenza domestica, l’80% dei matrimoni so­no forzati».
Azra Jafari, pri­ma signora sinda­co, eletta quest’an­no, dice che la con­dizione delle donne è peggio­rata rispetto al periodo del go­verno di transizione (tra il 2002 e il 2004), quando l’istruzione femminile era in­coraggiata, le donne arrivaro­no al governo e conquistaro­no il 25% dei seggi in Parla­mento. «Allora avevamo 3-4 ministre, ora ne è rimasta una soltanto» osserva.
«Questo assassinio a san­gue freddo mette in questio­ne la direzione in cui si sta muovendo l’Afghanistan — riflette Wenny Kusuma, a ca­po del Fondo per donne af­ghane delle Nazioni Unite — Non c’è alcun rispetto per la legge di diritto». L’altro gior­no, nel distretto del Khash Rud (al confine con l’Iran), un uomo e una ragazza sono stati fucilati in pubblico, «col­pevoli » di una fuga d’amore quando lei era già fidanzata con un altro. L’ultima dimo­strazione di come i talebani si­ano tornati a dettar legge.


Dal Corriere della Sera

6 aprile 2009

Diritti al contrario 2

 Lei urla per il dolore, disperata e impaurita: «Vi prego, fermatevi!». Ma loro non hanno nessuna pietà: un uomo le tiene bloccati i piedi, un altro la testa e un terzo la colpisce con la frusta. Per 34 volte. Un colpo dopo l'altro, davanti ad alcune decine di persone che assistono alla scena: la fustigazione pubblica inflitta a una giovane di 17 anni da un gruppo di talebani. L'episodio, avvenuto nella Valle di Swat, in Pakistan, è stato però ripreso con un cellulare ed è finita sul web (guarda il video).

LA SHARIA - Fustigazione per chi ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio, taglio della mano per i ladri e lapidazione degli adulteri sono le pene introdotte nel sistema giudiziario della Valle di Swat, distretto della provincia pakistana della frontiera nord-occidentale, dove da circa un mese è in vigore la sharia (legge islamica), in base all'accordo di pace stipulato tra il governo e i talebani cosiddetti 'moderati'. Raggiunto al telefono, Muslim Khan, il portavoce dei talebani di Swat, ha rivendicato il diritto a fustigare la giovane in base alla sharia. Khan ha dichiarato che «la ragazza è uscita di casa con un ragazzo che non era suo marito, per questo abbiamo dovuto punirla» e ha concluso che «ci sono limiti che non possono essere oltrepassati».


Dal Corriere della Sera

3 aprile 2009

Diritti al contrario

Dunque l’OCI (l’Organizzazione della Conferenza Islamica), ha finalmente rinunciato.A Ginevra, i paesi liberali ed i loro alleati, hanno convinto il potente cartello religioso ad accettare un compromesso: niente commistione fra diritti individuali e tutela dell’islam nel prossimo documento di Durban II. Ma, negli anfratti newyorkesi dell’ONU, la diffamazione delle religioni resterà un argomento che toglierà il sonno a più di un diplomatico, non solo occidentale.
La motivazione della svolta l’ha fornita il rappresentante canadese presso l’ONU, Terry Cormier, protagonista principale del fronte dei “no” che, giovedì 26 marzo, s’è inutilmente opposto all’ennesimo tentativo dell’OCI di imbavagliare i quattro quinti dell’umanità.
Quella non musulmana.
Nell’occasione, con 23 voti favorevoli (quelli dei paesi musulmani, più Cina, Russia, Cuba, Sudafrica, Bolivia e Nicaragua), è passata una controversa risoluzione contro chi diffamasse le religioni (ma, di fatto, si nomina esplicitamente solo l’islam).
Cormier non ha mancato di ricordare che  “i diritti umani appartengono agli individui, non certo alle religioni. Non spetta dunque al Consiglio discutere del problema della diffamazione delle religioni. Una materia che, ne va preso atto, mette spesso in pericolo la libertà d'espressione. „
Infatti, l’Unione europea già condanna l’islamofobìa, così come ogni sopruso verso le altre religioni. Questo, sostengono i paesi occidentali, esclude ogni necessità di una normativa specifica.
In verità, aggiungo io, la tutela dei diritti umani è un problema nella stragrande maggioranza dei paesi islamici dove, sovente, la giurisprudenza è generata da una fonte primaria in simbiosi più o meno marcata con il Corano. Paesi dove la gente si ritrova un codice civile prossimo a quello del “Papa re” di nostrana memoria.
Come non ricordare lo sfortunato blogger egiziano, Abdel Kareem Amer Suleiman, oppresso con quattro anni di prigione (vera) per blasfemìa contro l'islam?
O non rammentare realtà tremende, come il Pakistan (dove secondo l'ultimo Rapporto sulla Libertà Religiosa nel Mondo, il peggiore strumento della persecuzione religiosa è proprio la Legge sulla Blasfemia), l’Iran sciita (dove l’accademico Hashem Aghajari, è stato condannato a morte per avere invocato una riforma dell'islam), l’Arabia Saudita, tacendo il resto per amor di spazio.
Ma, per i più antioccidentali, la vera perla l’ha confezionata ieri il presidente Karzai.
Si! Quello che non era in grado di salvare la pelle di Abdul Rahman, l’afgano convertito al cristianesimo, fatto passare per pazzo (per salvagli la cotenna) e, quindi, fuggito nel Belpaese per non vederlo scannato.
Bene.
L’esimio presidente ha pensato bene di far sorridere gli “integralisti”. Che non sono certo vegetariani incalliti, o coatti consumatori di pan di segala, come molti potrebbero pensare, ma tra i maggiori sostenitori di una legge che tuteli l’islam da ogni “insulto”.
Memore del  “Parigi val bene una messa” di Enrico IV, Karzai ha pensato bene di trasporlo in “Kabul val bene una Salat”. Ed ha favorito una normativa “celestiale”, che legalizza lo stupro del marito nei confronti della moglie, obbliga le donne a "concedersi" al marito senza opporre resistenza, vieta loro di uscire di casa, di cercare lavoro senza il permesso del consorte. Affidando la custodia dei figli esclusivamente a padri e  nonni.


Da GiustiziaGiusta/Legno Storto

Se il rispetto della libertà di parola, di religione, dell'"altra metà del cielo", ecc. non sono diritti negli Stati islamici, lo è invece quello di armarsi fino ai denti (e ammazzare civili innocenti), almeno dove "regna" Hamas:

Le armi che arrivano nelle mani dei combattenti per la resistenza che combatte l’occupazione sionista sono una necessita’ umana”. Con queste parole Abu Ubeida, portavoce dell’ala militare di Hamas, ha ribadito che il Movimento per la resistenza islamica al potere a Gaza non firmera’ alcun accordo mediato dall’Egitto per la cessazione del traffico di armi verso la Striscia, “ne’ alcun accordo che indebolisca la resistenza in Palestina”. Secondo quanto riferito di recente dal capo dello Shin Beth, l'intelligence israeliana, Yuval Diskin, dalla fine dell’operazione militare Piombo fuso condotta contro Hamas a Gaza, circa 22 tonnellate di esplosivi e 45 tonnellate di materiale pronto per essere trasformato in armi sono state introdotte nella Striscia. Quanto alle accuse rivolte da parte israeliana, secondo cui Hamas non vuole davvero una tregua, Ubeida – ripreso dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ha dichiarato che il movimento definisce le priorita’ sulla base degli interessi palestinesi e della propria strategia.


Il portavoce ha anche respinto le accuse di chi parla di flussi di armi dall'Iran. “La maggior parte dei rifornimenti – ha affermato – proviene dai Territori palestinesi, nonche’ da sforzi produttivi indipendenti del movimento, mentre i finanziamenti arrivano da tutte le persone libere del mondo che amano la Palestina”. Ubeida, infine, non ha rilasciato dichiarazioni sul presunto stoccaggio da parte di Hamas di missili a lungo raggio ne’ si e’ espresso sul negoziato in corso per la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, rapito dal movimento islamico poco meno di tre anni fa.

Da Il Velino

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