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BENVENUTI!

Se volete aderire a questo appello scrivete a linceo@email.it


Questo blog sta spudoratamente con Israele e, riprendendo un post di Victor Davi Hanson, gentilmente già tradotto daCamillo non metterà in dubbio le sue idee, ma lo potrebbe fare se:
- Sharon sospenderà tutte le elezioni e pianificherà un decennio di governo che non potrà essere messo in discussione.
-Sharon sospenderà tutte le inchieste giudiziarie sulle sue attività fiscali e i membri della sua famiglia spenderanno a Parigi i milioni di dollari dati a Israele come aiuti umanitari.
-Tutte le le televisioni e i giornali israeliani saranno censurati dal partito Likud.
-Squadracce di assassini israeliani entreranno in Cisgiordania con la precisa intenzione di far saltare in aria donne e bambini arabi.
-I bambini e adolescenti israeliani saranno addobbati con esplosivi sotto le camicie per andare a uccidere famiglie palestinesi.
-Le folle israeliane si precipiteranno in strada per immergere le mani nel sangue dei loro morti e poi marceranno invocando omicidi di massa di palestinesi.
-I rabbini pronunceranno sermoni pubblici con cui ritraggono i palestinesi come figli delle scimmie e dei maiali.
-I testi scolastici israeliani diranno che gli arabi fanno sacrifici umani e riti omicidi.
-I principali politici israeliani, senza che nessuno li rimproveri, invocheranno la distruzione della Palestina e la fine della società araba in Cisgiordania.
-I membri del partito Likud linceranno e uccideranno, come se fosse normale, e senza processo, i propri oppositori.
-I fondamentalisti ebrei uccideranno le donne colpevoli di adulterio e resteranno impuniti perché sosterranno di aver salvaguardato l'onore della famiglia.
-La televisione israeliana trasmetterà - accompagnati da musica patriottica gli ultimi messaggi registrati di assassini suicidi che hanno massacrato dozzine di arabi.
-I manifestanti ebrei faranno una parata per strada e vestiranno i loro bambini da assassini suicidi.
-I newyorchesi pagheranno 25 mila dollari di taglia per ogni palestinese ucciso da un assassino israeliano.
-I militanti israeliani uccideranno un ebreo per sbaglio e poi si scuseranno dicendo che pensavano fosse un arabo, al fine di tacitare la società israeliana.
-Gli ebrei entreranno nei villaggi arabi di Israele per mitragliare donne e bambini.
-Le figure pubbliche israeliane, come se fosse una cosa normale, minacceranno di colpire gli Stati Uniti con attacchi terroristici.
-Bin Laden sarà un eroe popolare a Tel Aviv.
-Gli assassini ebrei uccideranno diplomatici americani e la società ebraica darà loro ospitalità.
-I cittadini israeliani celebreranno le notizie secondo cui tremila americani sono stati assassinati.
-I cittadini israeliani esprimeranno sostegno per i tentativi dei supporter di Saddam di uccidere gli americani in Iraq.
-Gli israeliani ameranno la morte e gli arabi vorranno bersi in pace un caffé da Starbucks.
Lo statuto di Fatah

"Israele è una delle rare cause che sostengo. Neri e ebrei sono legati da una storia comune di persecuzioni"
Ray Charles, "The Genius", cantante e pianista.




Carlo PanellaI piccoli martiri assassini di Allah
pp. 224 - Euro 12,90 - Edizione in brossura con sovraccoperta. Indottrinamento scolastico, religioso, mediatico; cortometraggi di propaganda appositamente studiati per annullare la naturale paura della morte; canzoncine e giochi che esaltano il suicidio e il martirio. Sono terribili ed eclatanti i documenti raccolti in questo saggio. Oggi un’intera generazione di ragazzini, vittime dell’indottrinamento e della propaganda crede che la morte per Allah in guerra sia la più elevata impresa conseguibile in vita. Questa educazione è un’onta indelebile, un abuso, un terribile pregiudizio per il futuro della regione e del pianeta.
Carlo Panella, autorevole osservatore dell’intricato scenario mediorientale, analizza la nuova, terribile arma del terrorismo islamico: il martirio degli shaid–killer, i suicidi-assassini, diventati ormai parte integrante nel progetto di una società islamica fondamentalista. "È questo, per chi ha occhi per vedere, il nuovo volto di un vecchio cancro che l’Europa ha tristemente conosciuto: il totalitarismo".


E’ ovvio che tutti i morti chiamano compassione, che le vittime non stanno da una parte sola, che in Medio Oriente non è quasi possibile distinguere il sangue dei vinti da quello dei vincitori, perché è in corso una lotta esistenziale la cui conclusione è tutt’altro che certa, e il cui unico sbocco umano possibile è la pace. Ma non è ovvio, anzi è uno scandalo, che il terrorismo sia rubricato sotto la voce “resistenza”, che non si capisca quanto sia di rigore il dovere di amare un paese così, affetto da questa piaga, lacerato e insanguinato nel modo che vedete, e non in metafora, ma alla lettera. E gli scandali devono venire alla luce.Il terrorismo è una paura dell’invisibile, e questa paura forgia le coscienze degli occidentali che cedono terreno alla sua logica nell’invisibilità. (...) - Da «Amiamo la vita più di quanto loro amano la morte» Il Foglio 3/2/2004.
Israele rappresenta un caso unico: quello di uno Stato al quale si contesta il diritto di esistere. La politica israeliana si può comprendere chiaramente solo alla luce di questa realtà. Tutti i timori, le preoccupazioni, le angosce dei miei amici israeliani, compresi quelli più impegnati per la pace, si riassumono nella paura di vedersi negare il diritto di esistere. Una paura che non cesserà finché questo diritto non sarà garantito. E finché durerà questa paura, l´unica reazione possibile sarà quella di dire: «Mai più ci lasceremo condurre docilmente al massacro come agnellini inermi». (...) Chi non lo comprende, e non tiene presente al tempo stesso il fatto che fin dal primo momento l´esistenza stessa del neonato Stato d´Israele veniva contestata da parte araba, con mezzi militari e sempre nuove minacce, non può comprendere qual è veramente la posta in gioco nel conflitto mediorientale. Se guardiamo alla situazione attuale, non possiamo ignorare le sofferenze dei palestinesi, i morti, le molte vittime innocenti, dall´una e dall´altra parte. Ma questo conflitto potrà arrivare a una soluzione soltanto quando il diritto alla esistenza dello Stato di Israele e dei suoi cittadini sarà garantito al di là di ogni possibile dubbio. (...) Da "Vedere l'Olocausto in atto" di Joschka Fischer su La Repubblica del 3/2/2004.
Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro
padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso. Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972.
(...) l'11 marzo l'Europa ha pagato caro il suo pacifismo filoislamico: 200 morti innocenti, il più terribile attentato mai vissuto nel vecchio continente.
(...) Sarebbe giusto capire finalmente la tragedia che vive Israele da anni e sarebbe giusto pensare che noi abbiamo vissuto 130 volte l'11 marzo in tre anni e mezzo. 130 attentati suicidi in un Paese piccolo come una regione italiana. Dopo ogni attentato sentivamo i commenti più atroci: " lotta di liberazione, non hanno altra possibilita'che il terrorismo, militanti per la libertà, occupazione militare, peggio per loro (cioè noi)". Mai una normale parola di comprensione per i nostri bambini lacerati dai chiodi e dall'esplosivo. Una bambina di sette mesi è la più piccola vittima di Madrid. La sua morte dovrebbe pesare sulla coscienza di chi ha sempre tentato di giustificare il terrorismo islamico.
La sua morte, come quella delle altre vittime, dovrebbe togliere il sonno a chi esaltava Durban, a chi approvava i cortei pacifisti urlanti "Bush e Sharon Boia" e ai capetti europei sempre pronti a calare le braghe davanti alle dittature islamiche. Io li porterei tutti a Madrid e li farei stare sull'attenti davanti ai pezzi dei corpi delle vittime dei fratellini di Bin Laden, Arafat e Saddam Hussein. Deborah Fait su Informazione corretta 13/03/2004.

Quattro giorni più tardi, 16/10/2000 il quotidiano palestinese di Ramallah "Al Hayat Al Jadida" pubblicava il seguente appello:
Chiarimenti speciali dal rappresentante italiano della rete televisiva ufficiale italiana. Miei cari amici di Palestina, ci congratuliamo con voi e crediamo che sia nostro compito mettervi al corrente degli eventi che hanno avuto luogo a Ramallah il 12 ottobre. Una delle reti private italiane, nostra concorrente, e non la rete televisiva ufficiale italiana RAI, ha ripreso gli eventi; quella rete ha filmato gli eventi. In seguito la televisione israeliana ha mandato in onda le immagini così come erano state riprese dalla rete italiana e in questo modo l’impressione del pubblico è stata che noi, cioè la RAI, avessimo filmato quelle immagini. Desideriamo sottolineare che le cose non sono andate in questo modo perché noi rispettiamo sempre e continueremo a rispettare le procedure giornalistiche dell’Autorità Palestinese per il lavoro giornalistico in Palestina e siamo attendibili per il nostro lavoro accurato. Vi ringraziamo per la vostra fiducia e potete stare certi che questo non è il nostro modo d’agire (ossia nel senso che non lavoriamo come le altre reti televisive). Non facciamo e non faremo cose del genere. Vi preghiamo di accettare i nostri migliori auguri. Riccardo Cristiano,Rappresentante della rete ufficiale italiana in Palestina (grazie alla segnalazione di Barbara).
Esperimento consiglia:



Il sistema costituzionale dello Stato di Israele

*LISTJEWISH BLOGGERSJOIN*

(Grazie a Dandy che è l'autore del bellissimo manifesto e a Bautzetung promotore della lista il cui motto è "Né di qua né di là!!!")

Premessa. – Introduzione. – I. Profili storici (E. Ottolenghi). – II. Costituzione e Fonti del Diritto (A. Mordechai Rabello). – III. La Forma di Governo (E. Ottolenghi). – IV. I partiti politici (A. Mordechai Rabello e A. Yaakov Lattes). – V. Le libertà fondamentali (S. Navot). – VI. L’ordinamento giudiziario (S. Goldstein e A. Mordechai Rabello). – VII. La giustizia costituzionale (T. Groppi). – Orientamenti bibliografici (a cura di Francesca Rosa).

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A lie gets halfway around the world before the truth has a chance to get its pants on. Winston Churchill (grazie ad Old Toni)
Grazie a Watergate che ha migliorato notevolmente questa homepage
E voi cosa proponete? Andreacaro è convinto che una risata ci seppellirà.
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21 maggio 2013
Ancora palestinesi torturati (nel silenzio mondiale)
Mohamed Abdel Karim Dar, residente a Hebron, ha perso la capacità di parlare dopo aver subito innumerevoli torture. La denuncia proviene dall'Independent Commission for Human Rights, che in un rapporto dettagliato, denuncia ben 28 casi di torture nelle carceri palestinesi soltanto nell'ultimo mese. Secondo la ricostruzione del JPost, Dar è stato detenuto da agenti appartenenti al "Servizio sicurezza preventiva" dell'autorità palestinese. Ignoti sono i motivi del suo arresto e della detenzione. Sappiamo però che ha perso la facoltà di parlare in seguito alle numerose testate che è stato costretto ad imprimere sui muri della cella, in cui era confinato in solitudine. La vittima di queste torture giace ora in un letto di ospedale, dove è stato visitato dallo staff dell'ICHR, che ha subito emesso un reclamo nei confronti di Ramallah. Nel West Bank giornalisti e blogger continuano ad essere intidimidati, interrogati, arrestati e non di rado reclusi. Non risultano in corso scioperi della fame, sommosse popolari, proteste davanti alle ambasciate, inchieste scandalizzate dei media internazionali, interrogazioni parlamentari ne' flottiglie della libertà inviate a sostegno delle condizioni di questi detenuti di serie B: tali in quanto non sufficientemente fortunati da aver subito un processo e una condanna da parte di tribunale israeliano.
Da Il Borghesino
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17 maggio 2013
A Gaza spopola il pollo fritto americano
Ma... non era: "morte ad Israele e all'America"? O solo quando i due Paesi non fanno comodo?
Gli abitanti di Gaza possono ora ordinare il pollo fritto di Kentucky Fried Chicken (Kfc) grazie a un nuovo servizio di contrabbando via tunnel dall’Egitto.
Un fast-food che non è esattamente “fast” – necessita infatti 3-4
ore” – né economico dal momento che Yamama, l’azienda palestinese che si
occupa delle consegne, deve coprire i costi del carburante e del
trasporto.
Yamama, riporta l’agenzia di stampa palestinese Ma’an, consegna in
media trenta ordini a tratta, pasti che vengono acquistati dal punto Kfc
della città egiziana di el-Arish, distante da Gaza circa 40 chilometri.
Una volta nella Striscia, all’uscita dai tunnel, le consegne vengono
effettuate da corrieri in motocicletta.
I residenti di Gaza City
arrivano a pagare fino a 130 shekel (27 euro) per poter mangiare 20
pezzi di pollo fritto, il doppio di quanto costano a el-Arish.
Nella Striscia di Gaza non ci sono catene internazionali di fast-food
e Yamama, che si fa pubblicità via radio, sta facendo affari d’oro con
le consegne Kfc.
Da Atlas
Gaza I tunnel di contrabbando scavati sotto
la linea di demarcazione fra Gaza e il Sinai egiziano, che in passato
servivano per sostenere la lotta armata con un traffico di armi,
esplosivi e munizioni, vengono adesso utilizzati per introdurre a Gaza
uno dei simboli più noti del life style occidentale: cestini pieni di
«Kentucky Fried Chicken». L'idea geniale è venuta all'inizio del mese
ad una compagnia di Gaza specializzata nella consegna di pacchi a
domicilio, la al-Yamama. Cronometro alla mano, ha stabilito che il
trasporto dei preziosi cestini di pollo fritto dalle cucine del più
vicino «KFC» - quello di el-Arish, nel Sinai settentrionale - al centro
urbano di Gaza necessitava di circa quattro ore. Dopo di che è stata
affrontata la questione dei prezzi. Seduti a un tavolo del «KFC» di
el-Arish, per una porzione si paga l'equivalente di tre euro. Ma la
staffetta nelle piste del deserto, il passaggio nel tunnel (col dovuto
pedaggio) e infine la spedizione dentro Gaza moltiplicano per sei il
costo del pregiato fast-food. Alla al-Yamama si sono chiesti: «Ci sarà a
Gaza una domanda sufficiente?» Un po' il passaparola, un po' le
pubblicità televisive hanno avuto l'effetto vincente. Le prenotazioni si
sono presto accumulate. A Gaza si spiega che in città «c'è una vera
sete di normalità». Per ragioni di sicurezza, nessuna delle grandi reti
internazionali (come McDonald's o Pizza Hut) è presente nella Striscia.
Allora la possibilità di addentare il celebre KFC a Gaza «proprio come
all'estero» ha fatto presa su molte famiglie della Striscia, anche se
con lo stesso prezzo potrebbero concedersi un pranzo ben più ricco nei
migliori ristoranti della città. Con l'ingresso del pollo fritto
americano si apre dunque una piccola breccia nel severo stile di vita
imposto da Hamas a Gaza. Finora dai dirigenti politici locali non sono
giunti anatemi: qualcuno scommette che anche fra di loro possano esserci
appassionati del «KFC».
Da Il Giornale
E un'altra domanda: ma a Gaza non si moriva di fame? Non c'era l'emergenza umanitaria, per cui tutto il mondo è mobilitato, si raccolgono miliardi di Euro, si organizzano centinaia di manifestazioni di solidarietà all'anno, riunioni al Palazzo di vetro, ecc. ecc.?
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2 maggio 2013
I kalashnikov di Hamas nelle scuola dell'Unrwa
Nelle scuole di Gaza si insegna a sparare con il kalashnikov
„Il programma scolastico di Gaza
prevede l'addestramento militare degli studenti di età compresa tra i
15 e i 17 anni, con campi di formazione volontari tenuti durante le
vacanze.Secondo quanto riportato dal britannico Guardian,
ogni settimana gli studenti vengono addestrati all'uso dei Kalashnikov e
di altre armi, ma anche a prestare i primi soccorsi, a intervenire in
caso di incendio e a rispettare i valori di "disciplina e
responsabilità". Le lezioni scolastiche sono integrate da campi
volontari durante le vacanze, in cui i ragazzi imparano a usare armi ed
esplosivi. Stando a quanto riportato sul sito del
ministero dell'Istruzione di Gaza, il corso si avvale della consulenza
delle brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio armato di Hamas. Sono circa
5.000 i ragazzi che hanno partecipato ai campi dall'avvio del programma,
nel settembre 2012. I corsi settimanali
riguardano complessivamente circa 37.000 studenti; i genitori hanno la
possibilità di non far partecipare i figli, ma è raro, sottolinea il
Guardian. Il ministero ha precisato che durante le lezioni non vengono
usate armi vere, ma il video ottenuto dal Guardian dimostra il
contrario. Da Today
Possibile che all'Onu non dicano niente? Perché i nostri soldi devono andare all'educazione di morte e distruzione? “
Potrebbe interessarti: http://www.today.it/rassegna/scuole-gaza-kalashnikov.html
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30 aprile 2013
Terrorismo anche in Italia?
I carabinieri stanno eseguendo sei arresti, in Italia e all'estero, nell'ambito di un'indagine su una presunta cellula di matrice islamista con base in Puglia. E' quanto si legge in una nota. "Al centro delle indagini del Ros una cellula di matrice islamista, con base logistica in Puglia, in stretto contatto con personaggi di spicco del terrorismo internazionale e caratterizzata da un acceso antisemitismo e da un'aspra avversione verso gli stati 'infedeli', quali gli Stati Uniti e la stessa Italia". La cellula svolgeva attività di proselitismo e indottrinamento dei nuovi affiliati, "anche con documenti audio-video incitanti alla jihad e ad azioni suicide in Occidente e nelle 'zone di guerra'", prosegue la nota relativa all'operazione "Masrah". Le sei persone per cui la procura di Bari ha emesso le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono accusate di terrorismo internazionale e istigazione all'odio razziale.
Da Reuters
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26 aprile 2013
In Arabia Saudita è vietato perfino essere belli
Ecco l’uomo cacciato dall’Arabia Saudita perché «troppo bello» La vicenda aveva fatto il giro del mondo:
a inizio mese tre uomini degli Emirati Arabi Uniti, che partecipavano a
un festival culturale a Riyad, erano stati allontanati con la forza
dalla polizia religiosa ed espulsi dall'Arabia Saudita perché
considerati «troppo belli». Non c’erano foto che provassero la
fondatezza delle accuse. Finché i tabloid si sono messi alla ricerca dei
protagonisti.
L'uomo cacciato dall'Arabia perché troppo bello
ATTORE E POETA - Si chiama Omar Borkan Al Gala. Sarebbe lui uno dei tre uomini «irresistibili»
sui quali la famigerata «commissione per la promozione della virtù e la
prevenzione del vizio» dell’Arabia aveva messo gli occhi qualche
settimana fa, cacciandolo da un festival nella capitale saudita. «Gli
uomini dagli Emirati hanno distratto e fatto innamorare troppe donne»,
era stata la motivazione fornita dalle autorità religiose. E, come
provano le prime foto che sono emerse ora sul web:
è effettivamente un ragazzo di bell’aspetto. Come si evince dal suo
profilo su Facebook, è di Dubai, fotografo di moda, attore e poeta.
Ovvio che la sua pagina sul social network è stata subita presa
d'assalto e invasa con messaggi provenienti da una parte all'altra del
globo: proposte galanti, di matrimonio, ma anche frasi poco felici di
uomini invidiosi. Il padiglione alla manifestazione culturale che i tre
uomini stavano allestendo, era stato preso d'assalto dai funzionari
della polizia religiosa, che li aveva infine costretti a fare ritorno
negli Emirati Arabi Uniti.
Elmar Burchia sul Corriere della Sera
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18 aprile 2013
Se questo è il "nuovo" Egitto...
Il lancio di 4 missili sulla
citta' israeliana di Eilat, rivendicato da un gruppo jihadista
basato nel Sinai, e' la conferma che la penisola egiziana, al
confine fra i due paesi, e' ormai una polveriera: sempre piu'
terra di nessuno e di scorribande di cellule salafite e
jihadiste al Nord, oltre che di tribu' beduine dedite a traffici
vari al Sud.
Sono sei le principali organizzazioni integraliste del Sinai,
fra le quali i 'partigiani di Gerusalemme', il cui braccio
armato il 'Majlis Shura al Mujahidin' (Consiglio consultivo dei
mujahidin) ha rivendicato i razzi su Eilat, popolare localita'
balneare israeliana incuneata sul Mar Rosso.
Queste bande trovano una sponda fra i salafiti palestinesi
della Striscia di Gaza. E la presenza di cellule jihadiste,
alcune delle quali legate ad Al Qaida, é proliferata nel Sinai
del Nord dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011, coincisa con
un crollo della sicurezza in tutto il paese. Secondo fonti
locali, molti dei jihadisti ora nel Sinai sono fuggiti dalle
prigioni egiziane proprio nei convulsi giorni dell'insurrezione
che mise fine al potere trentennale di Hosni Mubarak. Le
forze armate egiziane, con una deroga temporanea approvata dalle
autorita' israeliane, hanno aumentato la loro presenza e i loro
effettivi a partire dell'agosto dello scorso anno, in seguito al
sanguinoso attacco lanciato contro un posto di frontiera nel
quale morirono 16 guardie di frontiera egiziane.
Ad aggravare la situazione e' il traffico di armi provenienti
dalla Libia, che, passando per la penisola egiziana, filtrano in
genere verso la Striscia di Gaza controllata da Hamas.
Diverso lo scenario del Sinai del Sud, che ospita alcune dei
piu' noti resort balneari egiziani. Li' bande di beduini ormai
da tempo rapiscono, generalmente per brevi periodi, stranieri e
turisti per denaro o per scambiarli con parenti e amici detenuti
nelle carceri egiziane (spesso per reati di traffico di droga).
La precaria deriva del Sinai suscita allarme crescente in
Israele, tanto che il governo Netanyahu ha deciso mesi fa di
erigere una 'barriera di sicurezza' anche al confine con
l'Egitto. E non a caso oggi la presidenza Morsi e le forze
armate del Cairo hanno cercato oggi di rassicurare ''i vicini'':
dal territorio egiziano - hanno fatto sapere - non partiranno
''minacce'' contro di loro.
Da ANSAmed
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15 aprile 2013
In Siria, fra rapimenti, massacri e armi chimiche
Dopo il rapimento parla Amedeo Ricucci: "Mai più in Siria"
„Poche parole ma chiare: "In Siria non tornerò più". Per Amedeo Riccucci, cronista Rai rapito e trattenuto per dieci giorni e sentito oggi in Procura a Roma assieme ai colleghi Andrea Vignali, Susa Dabbous ed Elio Colavolpe, ha spiegato che "non ci sono le condizioni per poter fare il mio lavoro laggiù. E' il popolo siriano che deve organizzarsi e creare situazioni di lavoro che tutelino i giornalisti". Al
termine dell'atto istruttorio, durato oltre tre ore, il pm Francesco
Scavo ha deciso di secretare i verbali dei quattro giornalisti che hanno
ricostuito le fasi del fermo spiegando di essere stati trasferiti,
sempre con gli occhi bendati, in quattro luoghi differenti nel corso del
sequestro. "Siamo stati spostati diverse volte. Dopo l'ultimo trasferimento hanno atteso tre giorni prima di liberarci".
Il giornalista, confermando quanto detto subito dopo la liberazione, ha
ribadito che "non c'è stata nessuna minaccia fisica" ma che la paura è
stata tanta: "Spesso, di notte, sentivamo il rumore dei fucili
che venivano ricaricati e questo ci creava preoccupazione". Quanto alle
fasi del loro rilascio Ricucci ha detto: "Sicuramente ci sono state
delle trattative tra vari soggetti ma sinceramente non sappiamo dire che
cosa abbia favorito la nostra liberazione". Da Today
Un'operazione segreta britannica ha raccolto prove dell'uso di armi
chimiche in Siria, prelevando un campione di terreno, probabilmente
vicino a Damasco, che poi è stato analizzato degli esperti dell'Istituto
di chimica e biologia del ministero della Difesa di Porton Down. Lo
scrive il quotidiano inglese The Times. Fonti della Difesa britannica
hanno confermato che dalle analisi emerge che "un qualche tipo di arma
chimica" è stato usato in Siria.
Da TGCom24
C'è ancora qualcuno che ha il coraggio di dire ad Israele di consegnare (meglio sarebbe dire regalare) alla Siria le alture del Golan, mettendo sotto tiro migliaia di suoi cittadini? “
Potrebbe interessarti: http://www.today.it/mondo/giornalisti-rapiti-siria-amedeo-ricucci.html
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8 aprile 2013
Se non porti i capelli corti a Gaza ti arrestano
A Gaza è diventato pericoloso per gli uomini girare con i capelli lunghi o magari pettinati alla moda punk. Il Centro palestinese per i Diritti Umani
(Pchr) ha infatti denunciato che, nella città governata da Hamas, la
polizia ha preso il vizio di arrestare, picchiare e rasare a zero quelli
che sembrano avere una chioma “indecente”. Ai
malcapitati, poi, viene fatta firmare una dichiarazione in cui si
impegnano a non farsi più crescere i capelli e a non indossare mai più
pantaloni a vita bassa.
Da quando hanno preso il potere nel 2007 i militanti di Hamas hanno
imposto lentamente la loro versione fondamentalista dell’Islam. Così le
donne devono girare obbligatoriamente con il velo e
indossare abiti lunghi. Ora è la volta dei maschi ribelli, almeno
nell’acconciatura. Negli ultimi giorni ne sarebbero stati arrestati
decine, anche se la polizia nega che ci sia una
campagna contro i capelli lunghi ma che semplicemente alcuni detenuti
sono stati mandati dal barbiere. Le testimonianze però dicono il
contrario.
“Il 4 aprile – ha raccontato al Pchr uno degli arrestati –
avevo finito di lavorare e stavo aspettando un taxi per andare a casa
quando un poliziotto mi ha chiamato e mi ha ordinato di salire sulla
jeep. Dentro c’erano altri 12 uomn. Ci hanno portato alla stazione di
polizia di al-Shuja’iya. Lì ci hanno preso in giro per l’acconciatura e
insultato. Poi hanno cominciato a tagliarci i capelli quando un detenuto
ha protestato l’hanno picchiato. Quando è stato il mio turno mi hanno
fatto firmare una dichiarazione che non avrei mai più portato i capelli
lunghi o pettinati in modo strano né indossato pantaloni a vita bassa. A
quel punto mi hanno lasciato andare”.
L’Ong ha chiesto al procuratore generale di aprire un’inchiesta sulla vicenda ricordando che “la Costituzione garantisce le libertà individuali
e che la polizia non dovrebbe arrestare le persone basandosi sulla
valutazione personale del loro aspetto fisico”. “Il governo di Gaza -
ha aggiunto l’organizzazione in un comunicato – è tenuto a rispettare le
libertà dei cittadini. Nessuno dovrebbe essere arrestato senza un
ordine di custodia cautelare. Il pestaggio di detenuti, poi, è considerato tortura per la legge“. Dal Corriere della Sera
Intanto continuano a sparare missili sui civili israeliani...
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29 marzo 2013
Auguriii!!
Ai persiani, anche se con un po' di ritardo, auguri per il Nowruz, per altri non rientranti in queste categorie, auguroni di buon inizio primavera e/o per le loro festività, anniversari, ricorrenze e/o per tutto quello che più desiderano:

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18 marzo 2013
Libano e Siria: mercenari a 16 anni per 11 Euro
Ventimila lire libanesi. Sembrano molte, ma sono 15 dollari (circa 11
euro). Tanti bastano per convincere un ragazzo di 16 anni a lanciare
bombe a mano da un quartiere all’altro di Tripoli, nel Nord del Libano.
In questa città vive infatti il 40% dei poveri di tutto il Paese. E
«con 15 dollari si può mangiare per una settimana intera», spiega a Lettera43.it Bilal Obeid un 30enne di Nahr al Bared, il campo profughi palestinese poco distante dal centro cittadino. AREA RASA AL SUOLO DALL'ESERCITO.
Nel 2007, l’area venne rasa al suolo dall’esercito di Beirut, per
stanare il gruppo terrorista Fatah al Islam. Oggi ne è stato ricostruita
solo una parte, mentre nella zona sopravvissuta ai bombardamenti molte
famiglie vivono ancora nelle famigerate baraks, i container di metallo che d’estate sono vere e proprie fornaci e d’inverno scatole di freddo e di miseria. RAGAZZINI-SOLDATI A 15 DOLLARI.
Qui i ragazzini vendono la propria manodopera per 15 dollari al giorno.
Come a Nahr al Bared succese anche nei quartieri rivali di Bab Tabbane e
Jabal Mohsen, nel cuore di Tripoli.
Le ragioni per combattere variano in base al periodo e al luogo: in
passato erano i palestinesi di Fatah al Islam contro l’esercito
libanese, oggi, a due anni dall’inizio della guerra civile siriana che
ha fatto 70 mila morti e 1 milione di sfollati, la battaglia si è
spostata tra i supporter dell’Esercito siriano libero contro Hezbollah, i
guerriglieri di Dio che sostengono il dittatore Bashar al Assad.
Dal look si possono riconoscere salafiti e alawiti
I salafiti di Bab Tabbane e gli alawiti di Jabal Mohsen si riconoscono
dal look. I primi hanno barbe lunghe senza baffi nonostante la giovane
età. Gli altri teste rasate e tatuaggi che inneggiano alla Siria.
«Che tu sia palestinese, libanese o siriano, basta essere povero e
troverai sempre una buona motivazione per eseguire gli ordini di
qualcuno che ti fa sentire importante», spiega Bilal.
«Anche io stavo per cascarci, ma poi ho imparato l’inglese e trovato un lavoro». RECLUTAMENTO CON L'IDEOLOGIA.
Le tecniche di reclutamento sono simili a quelle della peggiore
criminalità di tutto il mondo, ammantata però da valori ideologici.
Contrariamente alle comuni bande criminali, chi offre lavoro ai
ragazzini di strada sviluppa in loro un forte senso di affiliazione, che
in questa parte di mondo viene declinato in salsa islamica. IN LIBANO DOMINA FATAH AL ISLAM.
A Tripoli, nel Libano tormentato che la Siria ha sempre considerato un
cortile di casa, scaricando qui tutte le tensioni interne, il movimento
che va per la maggiore è quello degli integralisti salafiti, ma in
passato ci sono state infiltrazioni di organizzazioni molto vicine ad al
Qaeda, e non si può sapere se non agiscano ancora.
Tra di essere c’è Fatah al Islam che non a caso era riuscita a
proliferare proprio a Nahr al Bared, una delle zone più povere del
Libano.
Così come i salafiti a Bab Tabbane anche i membri di Fatah al Islam
hanno cercato da subito di catturare i consensi dei ragazzini.
Jabhat al Nusra vicino as al Qaeda combatte Assad con i bambini
Il modello si replica uguale dappertutto. Jabhat al Nusra,
l’organizzazione filoqaedista che combatte al fianco dei ribelli siriani
e che è stata inserita dagli Stati Uniti tra i gruppi terroristici, si serve di bambini combattenti come carne da macello contro l’esercito di Assad.
Lo sospettavano in molti, ma a metterlo nero su bianco è stata la Ong Save the children nel rapporto Childhood under fire, pubblicato in occasione del terzo anniversario dell’inizio della guerra. POCHI SOLDI, MA TANTI RISCHI. Per convincere gli adolescenti a imbracciare le armi bastano fame e miseria. L’indottrinamento religioso fa il resto.
Il legame tra i vari gruppi fondamentalisti di 'lotta', 'resistenza',
'liberazione' (libanesi, siriani e palestinesi) si basa sulla
condivisione e la vendita di armi, e sul loro contrabbando.
I giovani libanesi partono da Tripoli o Arsal, una piccola città
libanese sul confine, ed entrano in Siria per fornire ai combattenti
«ciò di cui hanno bisogno». Le ricompense sono bassissime: spiccioli. I
rischi, invece, sono enormi. NESSUNO PUÒ DIVENTARE RICCO.
«Nessuno sta diventando ricco con questo tipo di attività», spiega a
Nahr al Bared, Fatma, madre di Abdo, 17 anni, che combatte nell’Esercito
libero siriano a Damasco, affacciandosi dalla baracca in cui vive.
Quando hanno raso al suolo il campo le avevano promesso una nuova abitazione: sei anni dopo, sta ancora aspettando.
Il container misura due metri per quattro, ma lei invita i giornalisti a
entrare e a sedersi con grande dignità. E spiega come ha avuto inizio
il massacro dei giovani. IN GUERRA PER SOPRAVVIVERE. Era il 2007 quando nel campo fecero la loro comparsa per la prima volta i miliziani di Fatah al Islam.
La Siria, allora, sembrava ancora un’oasi di pace e prosperità: Assad
era un presidente giovane e rispettato dalla comunità
internazionale. Abdo, il figlio di Fatma, aveva appena 11 anni, ma
rimase fortemente affascinato dai combattenti.
«Mio marito fa il muratore lo chiamano a lavorare quando serve», spiega
la donna. «Abbiamo cinque figli e viviamo con circa 200 dollari al mese
(circa 150 euro, ndr)».
È bastato fare di conto, e ascoltare i borbottii della stomaco perché
Abdo decidesse un’altra strada. E, quattro anni dopo, prendesse la via
delle armi, scegliendo di combattere in Siria.
«Avrei voluto che facesse un lavoro normale, ma guardate come viviamo»,
incalza la madre. La donna indica lo stanzone in cui dormono in 13
perché dalla Siria sono arrivati dei parenti fuggiti dai bombardamenti.
«Qui prendere 15 dollari per lanciare una bomba non è un peccato»,
spiega Bilal interpretando la psicologia di chi lo fa. «Basta dire che è
per una buon causa». Così la coscienza tace mentre la guerriglia va
avanti. Da Lettera 43
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